LA LUNA DI MIELE DEL GOVERNO DRAGHI È FINITA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA LUNA DI MIELE DEL GOVERNO DRAGHI È FINITA da IL MANIFESTO

Con lo sciopero generale, la luna di miele del governo Draghi è finita

Il punto di vista. Lo sciopero generale suona la campana dei diritti e dei bisogni, compie il primo atto di rottura dell’unità nazionale e incrina la stessa unità sindacale, con la Cgil che assume un ruolo politico anche verso un Pd abbandonato dagli operai, lontano dalle periferie sociali.

Norma Rangeri  08.12.2021

Quanti bambini avranno diritto all’asilo pubblico nel nostro Sud oltre ai 13 su 100 di oggi. Quanti pensionati costretti ad aspettare la chiusura del mercato per riempire la busta con gli scarti della giornata, potranno domani risparmiarsi l’umiliazione. Quante donne potranno trovare un lavoro stabile. Quanti degli oltre 100 mila ragazzi che se ne vanno ogni anno dal nostro paese potranno evitare l’emigrazione forzata. Quanti ragazzini saranno strappati alla strada e riportati a scuola. Quanti uomini e donne potranno trovare un’occupazione utile all’ambiente. Quante persone abiteranno una casa senza doverla occupare e quante potranno curarsi senza essere costrette allo studio privato.?????

Scuola, lavoro, casa, sanità, ambiente materia viva di una legge di Bilancio che avrebbe dovuto iniziare a invertire la rotta di un paese ferito dalle disuguaglianze, facendo buon uso del fiume di miliardi europei, anziché replicare un copione già visto di finanziamenti a pioggia, secondo i desiderata dei partiti di questa anomala maggioranza di unità nazionale.

Non abbiamo mai creduto, per la natura stessa di questo governo calato dall’alto, o dal basso di una crisi orchestrata in piena pandemia da personaggi come Renzi, che Draghi potesse rispondere al disagio sociale con misure economiche adeguate alla sfida di una stagione riformatrice. È accaduto il contrario. La patrimoniale respinta con sdegno dal presidente del consiglio: ”Non è il momento di prendere ma di dare”. Un sollievo fiscale per i più deboli? Sarebbe giusto ma non si può.

Un provvedimento sulla concorrenza per limitare le rendite insopportabili sui beni pubblici? Tutto il contrario con la messa a bando dei beni comuni e dei servizi locali essenziali. Lasciati alla finestra, convocati per illustrare provvedimenti già pronti, i sindacati finalmente hanno rotto la tregua e deciso di farsi sentire con lo sciopero generale. Una scelta difficile, ma necessaria. Semmai si è aspettato anche troppo.

Perché se oggi un marziano arrivasse nel Belpaese con il livello di occupazione e i salari i più bassi d’Europa, con la maggioranza delle donne disoccupate, e di giovani che né studiano né cercano lavoro, si chiederebbe se qui da noi esiste ancora un sindacato. Che per fortuna c’è, ma fortemente indebolito (specialmente sul piano della rappresentanza) da quel formidabile esercito di riserva del precariato che in Italia ha il suo Bengodi. Un sindacato isolato perché senza una sinistra capace di rappresentare il suo popolo e di tradurre in progetto di governo le istanze di chi vive solo del proprio lavoro.

Lo sciopero generale suona la campana dei diritti e dei bisogni, compie il primo atto di rottura dell’unità nazionale e incrina la stessa unità sindacale, con la Cgil che assume un ruolo politico anche verso un Pd abbandonato dagli operai, lontano dalle periferie sociali. Naturalmente il giocattolo del governo non si è rotto. Ma lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil (la Cisl è da sempre più “filogovernativa”), è qualcosa di più di un segnale di malcontento sociale. Che peraltro non arriva a sorpresa: già a ottobre il tavolo della trattativa si era incrinato, con l’annuncio di una mobilitazione generale di protesta contro le misure programmate da Draghi (con qualche scricchiolio politico di fondo).

Eppure adesso le forze della maggioranza attaccano duramente la decisione sindacale, accusandola di irresponsabilità di fronte a quello che sta accadendo nel Paese con la Pandemia. E hanno buon gioco, perché con questa potente quarta ondata – che sta mettendo con le spalle al muro diversi paesi europei – traballano alcuni piani che puntavano alla ripresa economica, in assenza di scossoni violenti.

Ma non si può essere tutti, e sempre, allineati e coperti. E Draghi non è né Superman, né il salvatore della patria, nonostante i peana che lo accompagnano dai tempi del governo Conte 2, nonostante il sostegno mediatico senza precedenti che lo ha imposto all’Italia facendo cadere chi lo ha preceduto a Palazzo Chigi, nonostante la grancassa che lo vuole accompagnare fino sul Colle, cercando di evitare ricadute sull’attuale compagine governativa. La realtà è più complessa. E questo sciopero generale ci dice che la tradizionale luna di miele è ormai finita. E che non bastano i sorrisi e le buone maniere per risollevare le condizioni sociali dell’Italia. Che sono, nonostante i tamburi di latta di tg e talk-show, drammatiche.

Come ricorda l’ultimo rapporto Censis: “…il nostro Paese non può essere intrappolato in parole tanto rassicuranti, quanto povere di significato, utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione, ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione… Tutti avvertono, invece, che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo”.

Se prendiamo come background queste parole, allora si riesce a comprendere meglio il significato e l’importanza dello sciopero generale. Che sì, può essere anche impopolare, proprio a causa del delicato momento che stiamo vivendo. Ma il senso di responsabilità di una forza politica, di una forza sociale, di un mezzo di informazione, non può, non deve essere ricattato dall’emergenza. Anzi.

Sciopero generale, la miccia della protesta è stata accesa dalla scuola

Il caso. Pax draghiana in confusione. Contro la legge di bilancio, il 19 novembre gli studenti in piazza in 80 città. Il 24 novembre quattro tra i maggiori sindacati della scuola (Flc Cgil, Uil, Gilda, Snals, non la Cisl) hanno indetto lo sciopero della scuola che si terrà venerdì 10 dicembre. Ci saranno anche Cobas e Cub. E il 16 dicembre quello generale di Cgil e Uil.

Roberto Ciccarelli  08.12.2021

La miccia dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil il 16 dicembre che ha scompaginato la pax draghiana è stata accesa il 24 novembre quando quattro tra i maggiori sindacati della scuola (Flc Cgil, Uil scuola, Gilda e Snals, non la Cisl scuola) hanno indetto lo sciopero generale che si terrà venerdì prossimo 10 dicembre. Alla mobilitazione hanno aderito anche Anief, Cobas e Cub Sur, i sindacati Fisi e Sisa. Sono previste manifestazioni a Roma (da Piramide al Ministero dell’Istruzione in viale Trastevere), Napoli in piazza del Gesù, Torino in corso Vittorio Emanuele II, Catania in piazza Roma. Lo sciopero allora si sdoppia. Il 10 viene mantenuto quello del personale e dei docenti della scuola pubblica. Il 16, a quello indetto da Cgil e Uil, parteciperanno i lavoratori dell’università, degli istituti Afam, ricerca, scuole non statali e formazione professionale. Il tutto è stato preceduto, e introdotto, da una giornata nazionale di mobilitazione degli studenti medi il 19 novembre scorso:

***150 mila studenti in piazza contro il governo del Bla bla bla

«Dopo due anni di retorica sulla scuola pubblica il governo Draghi ha fatto una scelta molto precisa nella legge di bilancio: disinvestire sui docenti e il personale. C’è un divario di 350 euro mensili da colmare ma la legge di bilancio da 33 miliardi prevede poco più di 10 euro a testa in aggiunta agli 87 già stanziati. Una tendenza che va avanti da almeno 15 anni, ma che ora è ancora più insopportabile e ingiusta dopo due anni di pandemia» ha detto a Il Manifesto Francesco Sinopoli (Flc Cgil). «La nostra categoria è vittima da anni di un impoverimento costante che grida vendetta» ha detto ieri Rino Di Meglio (Gilda). «Anche questo esecutivo prosegue nell’attacco al diritto all’istruzione e ai lavoratori della scuola e, nonostante l’enorme disponibilità di fondi europei, fa proposte salariali ridicole e offensive, non rinnova il contratto scaduto nel 2018 e con stipendi sostanzialmente fermi al 2008, nonostante un diffuso precariato del 15% del personale». «Manca la riduzione strutturale del numero di alunni/e per classe. Non ci sono reali interventi sulla sicurezza. Vara provvedimenti assurdi con i quali allenta le misure anticovid nelle scuole (distanziamenti, tracciamenti, quarantene) e impone la vaccinazione obbligatoria a una categoria che è già vaccinata al 95% che lavora in presenza con una massa di persone, studenti e studentesse, non vaccinate né controllate» sostengono Cobas e Cub sur.

Ieri Flc Cgil, Uil, Gilda e Snals hanno incontrato alcuni esponenti del Pd, oltre quelli di Italia Viva. I politici si sono impegnati a presentare emendamenti in manovra per ripristinare il contingente Ata nell’«organico Covid» e aumentare i fondi per il contratto. Un «confronto franco e diretto» lo hanno definito i sindacati. Al Pd e ai suoi alleati è stata fatta osservare l’incoerenza e la mancanza di rapporto con la realtà, ma sempre all’avanguardia nella rivoluzione neoliberale dell’istruzione.

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