LA “COMUNE”: SIMBOLO ED ESEMPIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA “COMUNE”: SIMBOLO ED ESEMPIO da IL MANIFESTO

Il «mito» della Comune. Simbolo e esempio per le sinistre

L’anticipazione. Il prolungarsi teorico, politico, ideologico della vicenda costituisce la seconda parte della sua storia che si intreccia inestricabilmente con quella del movimento operaio. Uno stralcio dal volume «La comune di Parigi», Edizioni dell’Asino (pp. 104, euro 10), in uscita in questi giorni, che affronta i nodi storiografici e teorici della vicendaMariuccia Salvati  18.03.2021

A causa delle sue tendenze oggettivamente socialiste e recepite come tali da avversari e sostenitori, la Comune provoca un dibattito appassionato all’indomani stesso della sua caduta. Il prolungarsi teorico, politico, ideologico della Comune costituisce la seconda parte della sua storia, una storia che si intreccia inestricabilmente con la storia del movimento operaio, della sua coscienza storica e dei suoi dibattiti teorici. Di qui, per G. Haupt, la limitatezza di una impostazione che vede nella vitalità della Comune nella memoria del movimento operaio una leggenda elaborata a scopi politici: il segreto della leggenda (la durata e l’ampiezza dell’eredità della Comune) non sta tanto nel ricordo quanto nella sua persistenza, nel ruolo di mobilitazione e formazione della coscienza di classe. La Comune si intreccia alla storia del movimento operaio in quanto simbolo e in quanto esempio.

IL SIMBOLO, cioè l’immagine della Comune recepita dalla memoria collettiva, è il terreno di ricerca più ampio e più inesplorato e necessariamente meno sistematico. Richiederebbe infatti, da una parte strumenti di psicologia sociale per cogliere il segreto del ruolo di mobilitazione di questa leggenda (Haupt), dall’altra una storia «problematicizzata» (Labrousse) dei modi in cui la Comune è volta a volta recepita dal movimento operaio, contribuendo a popolarizzare certi temi politici e riflettendo le fluttuazioni e le contraddizioni della lotta del movimento operaio (…).

La diffusione del simbolo Comune non è comunque solo il prodotto della memoria popolare rivoluzionaria ma riflette l’enorme attività che i militanti politici per diversi anni hanno svolto per farne oggetto di educazione popolare. La sua immagine popolare, di conseguenza, è nutrita di ideologia che trova nella contraddittorietà della realtà storica la consacrazione di interpretazioni opposte: la spontaneità popolare insieme alla dittatura del proletariato, il sentimento patriottico e l’internazionalismo proletario, la democrazia di massa e il rifiuto del centralismo burocratico. Il simbolo, immutato nella tradizione anarchica, si differenzia in quella della Seconda internazionale dove rimane vitale solo nei marxisti rivoluzionari sostituito dalla rivoluzione russa del 1905, per riapparire ripreso da Lenin nel 1917. Dopo di allora l’eredità è assunta dalla Terza internazionale. Negli anni della Seconda internazionale la ricerca sul simbolo Comune non può che intrecciarsi con l’analisi dei movimenti operai nel loro farsi. In questo filone si inseriscono gli studi, pubblicati nel fascicolo speciale per il centenario (1971) di International Review of Social History, sulla ripercussione internazionale dell’avvenimento, sui rapporti fra comunardi e paesi di emigrazione, sulle immagini nazionali dell’eco della Comune (…).

L’ESEMPIO. La Comune è servita a fornire argomenti alle diverse correnti del pensiero socialista (…). Non è questa la sede per segnalare un filone di studi tanto ampio; si tratta qui di riprendere brevemente il tema del significato teorico della Comune, di ricordare come il salto storico rappresentato dalla rivoluzione del 1871 (la prima rivoluzione in cui la classe operaia è apertamente riconosciuta come la sola classe ancora capace di iniziativa sociale, ha sottolineato Marx) si traduca, già nei dirigenti della Prima internazionale, in campo di elaborazione teorica e come i temi oggetto dell’analisi mutino nelle successive fasi storiche. Haupt ha rilevato come la stessa struttura interna dei testi classici contemporanei fornisca la prova dell’avvio di un’analisi critica e politica che Marx e Engels inaugurano nel 1871 sottolineando in polemica con gli anarchici la necessità del partito politico e proseguono negli anni settanta contestando i tentativi di idealizzare la Comune per non incorrere nel rischio di far retrocedere il movimento operaio verso obiettivi ritenuti superati.

LA STESSA ESIGENZA critica evidente in Marx nella lettera a Domela Nieuwenhuis del 22 febbraio 1881, è dimostrata da Rosa Luxemburg quando sostiene l’incapacità della Comune, per ragioni interne, di instaurare il socialismo, volendo in tal modo soprattutto superare una concezione del socialismo ottocentesca e affermare la necessità della conquista del potere politico come frutto non di circostanze eccezionali ma di. una lotta cosciente del proletariato. Si tratta nel caso della Luxemburg di riflessioni private data la necessità per i socialisti rivoluzionari della Seconda internazionale di rivendicare integralmente l’esempio della Comune contro l’offensiva «revisionista».

LA CONTRADDIZIONE è evidente in Engels che, dopo aver indicato nel 1891 nella Comune il modello della dittatura del proletariato, elabora negli anni successivi la strategia che lo porta a rivalutare l’utilizzazione legale delle istituzioni parlamentari. Sebbene Engels abbia sempre contestato la validità in assoluto della sua teoria, la sua analisi servirà da punto di riferimento per i riformisti che invocheranno la Comune come «contro-esempio» assimilandola a un colpo di mano blanquista. Per la sinistra l’interesse teorico risorge invece con la rivoluzione russa del 1905, ma già Lenin ne ha fatto un riferimento esemplare dal 1901. Su questi temi si è soffermato in particolare K. Meschkat che ha rilevato come l’interesse in Lenin si sposti progressivamente dal tema della conquista del potere e del partito, che domina fino al 1914, al tema dell’esercizio del potere e della natura dello stato rivoluzionario. L’acuta sintesi storica di Haupt si conclude con la constatazione delle contraddizioni e delle fluttuazioni nelle analisi teoriche, della progressiva divaricazione che la Comune conosce tra la sua funzione di simbolo e quella di esempio nella storia del movimento operaio la quale è sempre soggetta agli imperativi della lotta politica e, come la «prassi» lukacsiana, continua fonte di elaborazioni innovative e critiche (…).

 

La Comune, come estinguere il dominio di classe

L’anniversario. 150 anni fa, il 18 marzo del 1871, il popolo di Parigi insorse dando vita a una forma inedita di autogoverno. La rivolta resistette solo 72 giorni ma trasformò per sempre il volto delle lotte operaie. Tra le decisioni assunte dai comunardi: la scuola sarebbe stata obbligatoria e gratuita per tutti, con insegnamento laico, non religiosoMarcello Musto  18.03.2021

Contro un governo intenzionato a far ricadere il prezzo della Guerra franco-prussiana sul popolo, il 18 marzo a Parigi scoppiò una nuova rivoluzione. Gli insorti indissero subito elezioni e il 26 marzo una schiacciante maggioranza approvò le ragioni della rivolta. 70 degli 85 eletti si dichiararono a favore della Comune di Parigi. Anche se resistette soltanto 72 giorni, fu il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo.

I MILITANTI della Comune si batterono per una trasformazione radicale del potere politico, in particolare contro la professionalizzazione delle cariche pubbliche. Ritennero che il corpo sociale si sarebbe dovuto reimpossessare di funzioni che erano state trasferite allo Stato. Abbattere il dominio di classe esistente non sarebbe stato sufficiente; occorreva estinguere il dominio di classe in quanto tale.

Le riforme sociali vennero ritenute ancora più rilevanti di quelle politiche e avrebbero dovuto evidenziare la differenza con le rivoluzioni del 1789 e del 1848. Nel mezzo di una eroica resistenza agli attacchi delle truppe di Versailles, la Comune prese numerosi provvedimenti che indicarono il cammino per un cambiamento possibile. Si organizzarono progetti per limitare la durata della giornata lavorativa.

Si decise che la scuola sarebbe stata resa obbligatoria e gratuita per tutti e che l’insegnamento laico avrebbe sostituito quello di stampo religioso. Si stabilì che le officine abbandonate dai padroni sarebbero state consegnate ad associazioni cooperative di operai e che alle donne sarebbe stata garantita «uguale retribuzione per uguale lavoro». Anche gli stranieri avrebbero potuto godere degli stessi diritti sociali dei francesi.

La Comune voleva instaurare la democrazia diretta. Si trattava di un progetto ambizioso e di difficile attuazione. La sovranità popolare alla quale ambivano i rivoluzionari implicava una partecipazione del più alto numero possibile di cittadini.

A PARIGI si erano sviluppati una miriade di commissioni centrali, sotto-comitati di quartiere e club rivoluzionari che affiancarono il già complesso duopolio composto dal consiglio della Comune e dal comitato centrale della Guardia Nazionale. Quest’ultimo, infatti, aveva conservato il controllo del potere militare. Se l’impegno di un’ampia parte della popolazione costituiva una vitale garanzia democratica, le troppe autorità in campo rendevano complicato il processo decisionale.

IL PROBLEMA della relazione tra l’autorità centrale e gli organi locali produsse non pochi cortocircuiti, determinando una situazione caotica. L’equilibrio già precario saltò del tutto quando venne approvata la proposta di creare un Comitato di Salute Pubblica di cinque componenti – una soluzione che si ispirava al modello dittatoriale di Robespierre nel 1793. Fu un errore drammatico errore che decretò l’inizio della fine di un’esperienza politica inedita e spaccò la Comune in due blocchi contrapposti.
Al primo appartenevano neo-giacobini e blanquisti, propensi alla concentrazione del potere e in favore del primato della dimensione politica su quella sociale. Del secondo facevano parte la maggioranza dei membri dell’Internazionale, per i quali la sfera sociale era più significativa di quella politica. Essi ritenevano necessaria la separazione dei poteri e credevano che la repubblica non dovesse mai mettere in discussione le libertà politiche. I suoi eletti non erano i possessori della sovranità – essa apparteneva al popolo – e non avevano alcun diritto di alienarla.

UN TENTATIVO DI RITESSERE l’unità all’interno della Comune si svolse quando era già troppo tardi. Durante la «settimana di sangue» (21-28 maggio), le armate fedeli a Thiers uccisero tra i 17mila e i 25mila cittadini. Fu il massacro più violento della storia della Francia. I prigionieri catturati furono oltre 43mila e un centinaio di questi subì la condanna a morte, a seguito di processi sommari. In circa 13.500 vennero spediti in carcere o deportati (in numero consistente nella remota Nuova Caledonia). In tutt’Europa, sottacendo la violenza di Stato, la stampa conservatrice accusò i comunardi dei peggiori crimini ed espresse grande soddisfazione per il ripristino «dell’ordine naturale» e del trionfo della «civiltà» sull’anarchia.

Eppure, l’insurrezione parigina rafforzò le lotte operaie e le spinse verso posizioni più radicali. All’indomani della sua sconfitta, Pottier scrisse un canto destinato a diventare il più celebre del movimento dei lavoratori: «Uniamoci e domani L’Internazionale sarà il genere umano!». Parigi aveva mostrato che bisognava perseguire l’obiettivo della costruzione di una società alternativa a quella capitalista. La Comune mutò le coscienze dei lavoratori e la loro percezione collettiva. Da quel momento in poi, divenne sinonimo del concetto stesso di rivoluzione.