LA BOLLA AMERICANA E LA NUOVA GUERRA “UMANITARIA” da IL MANIFESSTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA BOLLA AMERICANA E LA NUOVA GUERRA “UMANITARIA” da IL MANIFESSTO

La bolla americana e la nuova guerra «umanitaria»

Kabul. L’Afghanistan era stato messo in una “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà

Alberto Negri  22.08.2021

«Non sappiamo quanti siano e dove siano gli americani», ha detto Biden. Affermazione sconcertante: con il governo di Kabul è franato anche quello americano. Gli Usa si sono ritirati e non sanno neppure dove siano i loro cittadini. E se non lo sa il presidente americano, emblema della superpotenza tecnologica, dovremmo saperlo noi? Abbiamo però una certezza, che ci ha dato lo stesso Biden. L’Afghanistan era pieno di migliaia di americani.

Dai contractors, ai funzionari, agli esperti di cooperazione – che dovevano tenere in piedi il Paese facendo finta che fossero gli afghani a farlo. L’Afghanistan era stato messo in una “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà. La bolla di sapone è scoppiata, l’Afghanistan è esploso e si è riversato nell’unico punto dove se ne rintraccia ancora la schiuma: l’aeroporto di Kabul, con dentro 6mila soldati americani, il doppio di quelli che erano stati ritirati.

Quanto agli americani in giro per l’Afghanistan sarebbero 11mila, secondo il Financial Times. Se a questi aggiungiamo i collaboratori afghani si arriva a decine di migliaia di persone: un ponte aereo gigantesco in una situazione intenibile, se non con un accordo con i talebani. E i talebani fanno pagare per ogni afghano esfiltrato: paga l’Italia, pagano quasi tutti. Insomma è il business del salvataggio, che il nuovo Emirato rende ancora più drammatico andando a caccia di giornalisti, donne, attivisti. Un caos che per il momento ai talebani conviene perché mette in scena, sotto gli occhi del mondo, quella disfatta americana e occidentale che ha fatto scrivere ieri sul manifesto a «Bifo» Berardi un articolo amaro sulla fine degli Stati uniti e di un universo di intellettuali a servizio dei padroni delle terra.

Ma si tratta di un mondo moribondo, non del tutto morto, pronto ai colpi di coda. In primo luogo gli americani stanno cercando di condividere con la Nato e gli europei le conseguenze del disastro. Nessuno più pronto di Draghi che vuole il “suo” G-20 dove convocare oltre ai sauditi anche il Pakistan, il principale sponsor dei talebani. In apparenza una mossa astuta. Il Pakistan dovrebbe “moderare” i talebani convinto dai sauditi che sono con la Cina il principale finanziatore di Islamabad. Del resto i sauditi sono oscurantisti quanto i talebani, sono una monarchia assoluta, contrari alla democrazia, ai diritti delle donne e sono anche i migliori clienti di armi americane e occidentali, ovvero ci pagano.

Non solo: il principe Mohammed bin Salman secondo la Cia è pure un assassino di giornalisti, e anche questo aspetto truculento, che l’Occidente accetta senza fare una piega, piace all’Emirato. Insomma i sauditi e i loro colleghi del Qatar e del Golfo hanno il profilo perfetto per “comprarsi” un po’ di moderazione talebana. Per la diplomazia occidentale sarebbe un modo di liberarsi del peso morale e mediatico degli afghani. Gli slanci umanitari sono lì a coprire dei crimini di guerra. La guerra afghana ha provocato _ come scriveva sul manifesto giovedì Guido Moltedo _ 240mila morti di cui oltre 71mila civili, cioè uccisi da bombe americane e pure nostre.
Questo è il prezzo delle nostre guerre umanitarie, dove l’«umanitario» come diceva Gino Strada è sempre subalterno alla violenza degli eserciti.

Se i talebani hanno continuato a fare proseliti è per questo. La maggioranza degli afghani, che non era entrata nell’élite della «bolla» occidentale, ha visto morte e distruzione e nessun vantaggio dalla presenza straniera. Le forze armate locali sono state giudicate complici e sottomesse agli Usa, non rappresentanti di una nazione: con il ritiro Usa si sono demoralizzate e fatte comprare dai talebani. La bolla, dopo 20 anni, si è sgonfiata in pochi giorni

Quello che non è ancora svanito in Occidente è il falso mito della guerra umanitaria. Perché non siamo mai stanchi di far lavorare il complesso militar-industriale. È questo che interessa gli Usa. È questo che garantisce la supremazia. Si possono ritirare i soldati, si possono anche sopportare figure grottesche a Kabul ma non si possono fermare i fatturati dell’industria bellica.

Potrebbe sembrare una battuta di spirito ma si stanno creando le premesse per un nuovo intervento «umanitario» e/o «anti-terrorismo» in Afghanistan. Il primo giustificato dalle violazioni di diritti umani e civili da parte dei talebani; il secondo dal fatto che il movimento si è impadronito di migliaia di armi americane, anche elicotteri e droni, in dotazione all’esercito afghano e che i legami con Al Qaeda sono ancora ben vivi. Così ora gli Stati uniti saranno costretti ad autobombardare le proprie dotazioni di armi rimaste sul campo per salvare la faccia. Poi magari si colpirà solo con raid aerei e missilistici «mirati», visto che l’Afghanistan per 20 anni è stato un poligono per sperimentare nuove armi Usa. Sulla pelle degli afghani, naturalmente.

La politica al primo posto oltre la «Guerra al terrore»

Scenari. La società civile cerca la fuga; la Ue ripete: «Non mettetevi in pericolo». Così per «proteggerli» alzano in Grecia 40 km di muro. In campo le reti universitarie internazionali

Francesco Strazzari  22.08.2021

Non si distolga l’italiano dal Ferragosto, se non per picchi di sdegnata emotività televisiva, per il montaggio-minuetto delle dichiarazioni di esponenti politici obbligati a rincorrere il mondo, per chiedere all’esperto di turno (il maschile è d’obbligo) «ma com’è potuto accadere?», con l’accortezza di non mostrare i paraocchi assai generosamente forniti fino a ieri.
L’emirato risorge sulla storica «tomba degli imperi», e tutti a chiedersi dei «nuovi talebani». Quelli che invece che bandire internet lo usano per scovare i nemici, quelli che invece che bandire l’istruzione femminile la segregano.

A Kabul e nelle città afgane si gridava Allahu Akbar dai tetti per rubare il copione all’avanzata talebana, mentre oggi il dissenso si manifesta con la bandiera nazionale (la repubblica islamica). L’ampia e istruita società civile emersa in questi anni si nasconde e cerca la fuga: Bruxelles ripete che bisogna evitare che «si mettano in pericolo», e così, per impedire che si facciano male, in Grecia già hanno eretto 40 chilometri di muro, dispiegando i cannoni sonici per disperdere coloro che fossero sfuggiti al muro costruito dai turchi.

IL TUTTO NEL VUOTO di iniziativa politica che Emanuele Giordana ha denunciato venerdì sul manifesto, e che inizia col profilo basso (quasi omissivo, nell’assenza di dibattito sul ritiro dei nostri soldati) del governo Draghi, con il premier al telefono in cerca di un G20 dedicato. La Nato parla di ‘difficili lezioni da apprendere’, mentre i governi europei procedono in ordine sparso, le destre allineate con Orbán a lavarsi pilatescamente le mani.

LA NARRAZIONE dominante è cacofonia: sosteniamo gli afgani, e soprattutto donne e ragazze, ma non vogliamo i migranti; tutti gli afghani esposti avranno protezione, ma non se arrivano illegalmente; i talebani sembrano rasserenati, e comunque non deporteremo più forzosamente gli afghani, anche se forse sì, dipende, vediamo.

Rari gli sforzi di dibattito fuori dai binari della sicumera del geostratega di turno o del panico morale, magari pensando a un ruolo dell’Unione Europea nella risposta: magari tramite la Risoluzione 2001/55CE sulla protezione temporanea, la quale copre la possibilità di corridoi umanitari, e puó essere attivata su domanda degli stati membri tramite comunicazione di quanti cittadini afghani sono disposti ad accogliere. Avrebbe il vantaggio di dare quantomeno base legale all’accoglienza, oltre ad imporre solidarietà anche finanziaria, svincolando l’UE dall’ombra controversa della agenzia Frontex.

Certo, mentre a Roma si cerca di redigere liste di evacuazione, mentre le forze speciali italiane sono presenti nel caos di Kabul, qualcosa si è mosso sul versante della società civile: ci sono gli appelli, ci sono gli attivisti pro-Rojava (già traditi dal quasi-ritiro americano dalla Siria, per la gioia di Erdogan) che invita a sostenere la storica Associazione rivoluzionaria delle donne afghane (Rawa), il Coordinamento italiano di sostegno alle donne afghane (Cisda), o il Partito Hambastagi (solidarietà) di Selay Ghafar. Sul tema cruciale dei dissidenti e del segmento istruito dei rifugiati – studenti, ricercatori, docenti – si muove la Conferenza dei Rettori, ed è indispensabile uno stretto coordinamento con i ministeri competenti e con l’Agenzia Onu per i rifugiati. Per sua parte, la sezione italiana della rete Scholars at Risk, sta raccogliendo richieste di supporto da studiosi e studiose a rischio, e alcuni atenei hanno annunciato iniziative di apertura e borse. A ciascuno, insomma, la sua parte.

C’È PERÒ QUALCOSA di più che s’impone. L’Afghanistan non è una crisi qualunque. In Afghanistan si è giocata in questi decenni una partita fondamentale circa chi fosse il nemico e con quali mezzi combatterlo. Una guerra ventennale che ha fatto centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. La vita di tutti noi – dalla circolazione di cose, idee e persone, fino agli esiti elettorali – è (stata) coinvolta in questa complessa trama. Se con il nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan e l’umiliazione occidentale siamo oggi a uno scarto, all’apertura di nuovi scenari, è perché stiamo raccogliendo i frutti avvelenati di interventi sbagliati, rispetto ai quali non basta chiamarsi fuori reiterando l’aver avuto ragione. Per Kabul oggi passa una storia che premia i regimi autoritari e segna i confini dello spazio democratico, toccando l’esistenza di diritti a fondamento universale. I ‘nuovi talebani’ sono un movimento armato composito, che deve il proprio successo agli errori della Guerra al Terrore e alla propria capacità di creare alleanze locali anche inedite. Oggi il clan talebano più spregiudicato, l’ala militarista degli Haqqani, responsabile delle bombe nelle città, ha preso controllo del Nds, gli apparati di sicurezza, e questa non è una buona notizia. Il caos seguito al ritiro occidentale significa, fra le altre cose, interruzione delle fonti informative. Sostenere, per quanto sarà possibile, le reti del giornalismo afghano diventa più che mai prioritario.

È NECESSARIO RIANIMARE qua una risposta capace di lettura politica degli eventi. Capire che quando i governi parlano di stabilizzazione stanno in realtà parlando di compressione dei diritti, di esternalizzazione delle frontiere nella gestione dei rifugiati. Il nemico talebano sono in realtà diversi nemici che si sono coalizzati durante anni di guerra costellati di crimini impuniti, e che hanno ingrassato una classe dirigente e signori della guerra corrotti e pronti alla fuga. L’emirato manda un messaggio circa la pazienza strategica e della duttilità tattica ad altri fronti di insorgenza islamista, dal Sahel all’Asia. È solo smontando politicamente – non perché adoperano «toni distesi», ma con una strategia di ingaggio negoziale che già parte da un muro di sanzioni (sono considerati alla stregua di Al Qaeda) – che si potrà smontare la Guerra al Terrore che ha reso «popolari» i talebani: una risposta che continua a nutrire fronti, a nutrire colpi di stato, ad innescare implosioni.