LA BANALITÀ DEL MALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA BANALITÀ DEL MALE da IL MANIFESTO

Gerusalemme, lo spazio del conflitto

La Città Santa trasfigurata. Guida sintetica alle politiche urbane che hanno reso materiale il dominio israeliano sull’intera città. Per spiegare quanto sta accadendo oggi

Francesco Chiodelli *  12.05.2021

Per comprendere quel sta accadendo in questi giorni a Gerusalemme è indispensabile avere contezza di come, a partire dal 1967, la Città Santa è stata fisicamente trasfigurata da una serie sistematica di politiche urbane finalizzate a rendere materiale il dominio israeliano dell’intera città. Guardare allo stravolgimento dello spazio urbano è infatti cruciale per capire le ragioni degli scontri di oggi, di ieri e, probabilmente, anche di domani – cogliendone la drammatica ordinarietà e ineluttabilità. A tal fine propongo qui una guida sintetica, per punti, al contesto “spaziale” dei fatti di questi giorni.

1. Al termine della guerra arabo-israeliana del 1948-49, Gerusalemme è stata suddivisa in due parti principali: Gerusalemme Ovest, sotto controllo israeliano e Gerusalemme Est, sotto controllo giordano. È questa la configurazione spaziale della città ancora oggi riconosciuta come legittima dalla gran parte della comunità internazionale.

2. Nel 1967 Israele ha occupato militarmente, tra i vari territori, anche Gerusalemme Est, dichiarando successivamente la Città Santa “unificata” capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. Le Nazioni unite non hanno mai riconosciuto tale annessione, chiedendo più volte il ritorno ai confini pre-1967.

3. All’indomani dell’occupazione di Gerusalemme Est, Israele ha messo in campo una serie di azioni finalizzata a consolidare materialmente l’annessione della parte orientale della città e rendere una futura ridivisione della Città Santa di fatto impossibile. Tali azioni si sono incarnate in un processo che il geografo israeliano Oren Yiftachel ha definito di simultanea «ebraizzazione» e «de-arabizzazione» dello spazio urbano.

4. Il processo di ebraizzazione ha preso corpo attraverso l’espansione fisica della città ebraica nelle aree palestinesi di Gerusalemme Est. In particolare, è stata promossa una poderosa operazione di edificazione residenziale che, nel giro di pochi decenni, ha permesso l’insediamento di più di 200.000 ebrei (pari a circa il 40% della popolazione ebraica della città) a Gerusalemme Est. La maggior parte di queste aree residenziali ebraiche è stata costruita grazie al supporto delle autorità pubbliche. Si tratta, in sostanza, di quartieri di edilizia pubblica, dove «l’uso del termine ‘pubblico’ rivela più di qualsiasi altra cosa il pregiudizio politico del governo: il ‘pubblico’ a cui venivano imposti gli espropri ha sempre compreso anche i palestinesi; il ‘pubblico’ che ha goduto dei frutti degli espropri è stato composto solo ed esclusivamente da ebrei» (Eyal Weizman, architetto israeliano). Le (blande) condanne internazionali di tale processo non hanno sortito alcun effetto concreto.

5. A ciò si è accompagnato a un implacabile processo di de-arabizzazione, finalizzato in primis a diminuire il controllo palestinese del suolo di Gerusalemme Est. Ciò si è inverato soprattutto in ostacoli quasi insormontabili all’espansione urbana dei quartieri arabi. La de-arabizzazione di Gerusalemme è stata perseguita anche tramite l’espulsione di palestinesi da aree da loro abitate da tempo, come nel caso di Sheikh Jarrah. Questi ultimi casi sono un tassello eclatante e drammatico, ma invero quantitativamente minoritario, del processo di de-arabizzazione, le cui forme ordinarie sono ben più sottili. Tra queste, per esempio, la mancata infrastrutturazione dei quartieri arabi con i più basilari servizi pubblici, fatto che ha reso la vita dei palestinesi in città estremamente complessa.

Le parole di Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme per 28 anni, non lasciano spazio a equivoci: «Continuiamo a dire che vogliamo rendere i diritti degli arabi di Gerusalemme uguali a quelli degli ebrei… sono parole al vento… Gli arabi erano e rimangono cittadini di seconda, anzi di terza classe. Per gli ebrei di Gerusalemme negli ultimi 25 anni ho fatto moltissime cose. Cosa ho fatto per gli arabi di Gerusalemme Est? Niente! Marciapiedi? Nessuno. Centri culturali? Nessuno. Abbiamo installato un sistema fognario e migliorato la rete idrica. Ma sapete perché? Pensate che lo abbiamo fatto per il loro benessere? Scordatevelo! C’erano stati alcuni casi di colera in quelle aree e gli ebrei erano spaventati dalla possibilità di essere contagiati a loro volta. Abbiamo adeguato il sistema fognario e idrico delle aree arabe solo per questo motivo».

6. Il tassello finale di questa guerra di pietra e cemento, grazie alla quale Israele si è appropriata materialmente di Gerusalemme Est, è rappresentato dalla costruzione del Muro di Separazione, che solidifica i confini esterni della “Gerusalemme ebraica unificata e indivisibile”, operando al contempo selettive inclusioni ed esclusioni dal sapore squisitamente politico. Mentre include numerose colonie ebraiche in Cisgiordania ubicata nelle immediate vicinanze di Gerusalemme, taglia fisicamente via dalla Città Santa due popolosi quartieri arabi, da decenni parte integrante della municipalità, abitati da decine di migliaia di palestinesi – che, di conseguenza, sono stati nei fatti espulsi dalla città.

È sullo sfondo di questa lenta ma inesorabile conquista spaziale della città da parte di Israele che le vicende di Sheikh Jarrah di questi giorni vanno lette. In caso contrario, si rischia di guardare solo il dito e non la luna che esso indica.

* Università degli studi di Torino

«Nella non-città di Gerusalemme l’occupazione si è fatta pratica burocratica»

Palestina/Israele. Intervista a Meir Margalit, ex consigliere comunale e fondatore del comitato contro la demolizioni di case palestinesi Icahd: «Questa realtà sparirebbe senza un esercito di funzionari che ogni giorno si incaricano di reprimere il palestinese. Una cultura dell’obbedienza che nasce con il servizio militare»

Chiara Cruciati  12.05.2021

Meir Margalit non è un osservatore qualsiasi delle trasformazioni vissute da Gerusalemme negli ultimi decenni. Ebreo israeliano nato in Argentina, dal 1998 al 2014 è stato membro del consiglio comunale per il partito della sinistra sionista Meretz. Tra i fondatori dell’associazione Icahd, il comitato contro la demolizione delle case palestinesi da parte delle autorità israeliane, nel libro Gerusalemme la città impossibile (Edizioni Terra Santa) ha raccontato quella che lui chiama una non-città, modello di una diseguaglianza istituzionalizzata.

Com’è cambiata Gerusalemme in questi ultimi decenni?

È cambiata in peggio per la congiunzione di tre elementi pericolosi: Trump e la pressione dell’evangelismo fondamentalista; il governo Netanyahu e la pressione dei piccoli partiti di destra che vogliono dimostrare di essere più nazionalisti di lui; e l’amministrazione del sindaco nazionalista religioso Moshe Leon. Tre elementi che hanno portato l’umiliazione dei palestinesi a livelli mai visti prima. Per questo una simile esplosione era solo una questione di tempo: i palestinesi non solo sono stati colpiti profondamente dalla pandemia dal punto di vista economico e sociale perché molti di loro lavoravano nel settore turistico, nei ristoranti e negli hotel e hanno perso una fonte di sostentamento che non hanno recuperato, ma anche perché da anni vivono un’umiliazione senza precedenti. In questi ultimi mesi, inoltre i coloni stanno compiendo un enorme uno sforzo di occupazione delle case palestinesi prima che l’amministrazione Biden si organizzi in merito. Uno sforzo colossale a Sheikh Jarrah, Silwan, in città vecchia. Sono convinti che le cose cambieranno a breve, per questo usano una violenza mai vista prima.

Nel suo libro lei descrive la politica israeliana a Gerusalemme come un intreccio di micropoteri, di burocrati e funzionari anonimi, e come laboratorio sociale di controllo.

Questa occupazione non avrebbe potuto concretizzarsi senza un esercito di funzionari che quotidianamente si incaricano di reprimere il palestinese, per spingerlo a lasciare la città e spostarsi in Cisgiordania e dunque rafforzare la maggioranza ebraica. Molti di questi funzionari non sono persone cattive, molti votano anche a sinistra, ma la dinamica è questa: nell’orario di lavoro ubbidiscono alle direttive politiche, un’obbedienza che l’impiegato impara negli anni del servizio militare: fai quello che ti dicono. Poi spostano questa cultura sul posto di lavoro. Così, in ogni ufficio pubblico statale e municipale, tutti lavorano per la destra. E visto che sono anni che la destra è al governo, o è la destra che sceglie tra i suoi i dirigenti o sono gli stessi impiegati che si spostano a destra per salire di livello. È una forma molto brutale, ma silenziosa: nessuno dice all’impiegato di maltrattare il palestinese, ma l’impiegato sa che è questo che vuole il governo o il sindaco.

Così succedono cose come quelle viste questa settimana: la polizia ha impedito ai palestinesi di sedersi sulle scale di fronte alla Porta di Damasco. Non perché qualcuno gli abbia ordinato di farlo, ma perché i poliziotti sanno che è quello che il ministero della sicurezza interna si aspetta. Ciò si traduce in delle situazioni paradossali.

L’occupazione miliare a Gerusalemme assume diverse forme, amministrativa, culturale, politica, architettonica. È possibile parlare di due città, una israeliana e una palestinese?

Gerusalemme è una non-città, perché una città ha bisogno di un denominatore comune tra i suoi abitanti, che qui non esiste. Ci sono tre città: una palestinese, una laica ebraica e una religiosa ebraica. Sono pianeti distinti: ci sono contatti perché alcuni palestinesi lavorano nella parte ovest, ma non ci sono relazioni umane. La guerra è continua e i periodi di tranquillità tra una battaglia e un’altra sono effimeri perché l’occupazione continua a esistere. Sugli israeliani questo ha un effetto: se un paese vive così per più di 70 anni, la gente si evolve nella violenza. Si disumanizza. Per questo gli israeliani sono indifferenti alla sofferenza palestinese: la violenza si è normalizzata, naturalizzata. E per questo la destra è così forte in Israele. Ci servirebbe un vaccino contro la militarizzazione o una terapia psichiatrica per tutti noi israeliani. Di certo senza la comunità internazionale non usciremo da questo pantano.

Se Gerusalemme è un modello di quello che avviene nel resto della Palestina, qual è la soluzione? C’è chi parla di superare la soluzione di due Stati a favore di uno Stato unico, democratico e laico

Gerusalemme è il microcosmo del conflitto in tutto il Medio Oriente. Io considero la fine dell’occupazione la soluzione dei due Stati l’unica possibile. Gran parte della sinistra è frustrata e ha già sollevato la bandiera bianca di fronte alla realtà, io cerco di mantenermi presente in questa lotta. Se mi si chiede cos’è la mia utopia, certo, è uno Stato unico democratico e laico per tutti. Ma oggi penso sia più reale pensare a una divisione in due Stati indipendenti. E magari in futuro pensare a una confederazione. Gerusalemme potrebbe convertirsi in un micromodello di città unificata ma divisa in due capitali: ovest capitale israeliana, est capitale palestinese, aperte e congiunte. Un micromodello complesso e unico al mondo, una divisione funzionale e non territoriale, sarebbe folle pensare di tracciare una frontiera divisa da un muro.

Tornando a questi giorni, con le tensioni che si sono allargate a Gaza, cosa si aspetta? Un ritorno a un’occupazione più silenziosa o uno scontro visibile?

Non so dire cosa accadrà domani. Quello che mi preoccupa è che in questo momento sul lato israeliano c’è uno scontro tra leadership machiste che di certo aiuta Netanyahu a reagire in maniera più violenta; e sul lato palestinese il rinvio delle elezioni ha prodotto un clima di ulteriore divisione, con Hamas che può mostrarsi come il solo in grado di lottare per Gerusalemme, dando ai partiti di ultradestra israeliana maggiore spazio di azione. A meno che la comunità internazionale intervenga e dica «enough is enough». Senza un intervento esterno, europeo, americano, se dovesse dipendere solo da Israele l’occupazione non terminerà mai.