I DIRITTI INALIENABILI DELLA NATURA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I DIRITTI INALIENABILI DELLA NATURA da IL MANIFESTO

Piano di ripresa e resilienza, uno schema perfettamente neoliberista

Riforme. Nel Pnrr lo Stato non scompare, ma si pone a diretto servizio dell’economia di mercato. Uno schema astratto, nel quale di concreto ci sono soltanto il ritiro del settore pubblico dall’economia e la riduzione dei costi di produzione

Luigi Pandolfi  29.04.2021

A chi volesse comprendere la reale portata del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) varato dal governo consiglierei di partire, nella lettura, dalla fine anziché dall’inizio. In particolare, suggerirei di dedicare un’attenzione preliminare, e particolare, all’ultimo capitolo del documento, nel quale vengono esaminati gli «impatti delle riforme». «I Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sono innanzitutto piani di riforma», si legge in esso.

Significa che il Piano rappresenta la leva attraverso cui si dovranno realizzare una serie di «riforme strutturali» volte a trasformare la situazione presente, in nome di una maggiore «competitività» del sistema. Uno schema perfettamente neoliberista. Nel quale lo Stato non scompare, ma si pone a diretto servizio dell’economia di mercato. Uno schema astratto, nel quale di concreto ci sono soltanto il ritiro del settore pubblico dall’economia e la riduzione dei costi di produzione.

Gli ambiti per i quali vengono simulati gli impatti delle riforme sono tre: pubblica amministrazione, giustizia, competitività. Ma è sul terzo ambito che bisogna concentrarsi per comprendere la filosofia di fondo che ispira l’intero documento. La premessa è che le riforme devono far crescere il grado di concorrenza dei mercati. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario innanzitutto fotografare la situazione di partenza. Quanto è competitiva l’Italia in rapporto ad altri Paesi?

La risposta la dà un indicatore che misura il rapporto tra livello di regolazione dei mercati e performance dell’economia: l’«Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti» (Pmr), sviluppato dall’Ocse. L’equazione su cui si basa il modello di comparazione è molto semplice: a livelli elevati di regolamentazione dei mercati e di presenza dello Stato in economia corrispondono una bassa competitività del sistema, quindi una sua debole propensione alla crescita, alla creazione di ricchezza, all’incremento dell’occupazione.

Tutto in linea con la teoria economica dominante, secondo la quale è solo il mercato a determinare la migliore allocazione possibile delle risorse, in vista del conseguimento di obiettivi economici di cui potrà beneficiare tutta la società. Tesi farlocca. La storia ha dimostrato esattamente il contrario. Che anche quando il mercato raggiunge un certo «equilibrio», quest’ultimo non è mai ottimale. E che, al netto delle crisi, in una società organizzata secondo questo schema l’optimum è possibile solo per chi detiene i mezzi di produzione e sfrutta il lavoro altrui. Insomma, da molti decenni a questa parte, l’equilibrio ottimale dei mercati concorrenziali è rimasto solo nei grafici dei manuali di economia politica. E nei documenti di politica economica dei governi.

Nel 2018, l’indice Pmr dell’Ocse segnalava per l’Italia, come per il passato, un problema di bassa competitività. Non tanto per i livelli di regolazione del mercato, ma per l’«eccessiva presenza dello Stato in economia». È da qui che muove il Piano. Bisogna privatizzare e liberalizzare ancora di più per mettere le ali all’economia. Non mancano, ovviamente, numeri e tabelle per dimostrare questo assunto: una riduzione del 15% dell’Indice di regolamentazione dei mercati «genera dopo 5 anni un aumento del Pil rispetto allo scenario di base pari a 0,2 punti percentuali, mentre nel lungo periodo si arriverà a 0,5 punti».

Un mondo fantastico, che fa a pugni con la realtà drammatica in cui siamo immersi. La pandemia ha reso evidente quanto siano state nocive per la qualità della vita le scelte di politica economica compiute negli ultimi decenni all’insegna delle formulazioni che ancora si ritrovano in questo Piano. Sanità, lavoro, servizi pubblici: le fragilità del sistema sono imputabili ad una presunta «ristrettezza» del mercato o al fatto che tutto è stato mercificato, finanche il diritto alla salute? Per quanto riguarda la bassa crescita, è stato un problema di concorrenza o una questione di domanda insufficiente, figlia di alti livelli di disoccupazione, di lavoro sottopagato, di politiche che hanno compresso la spesa pubblica, della povertà? Purtroppo, con l’eccezione di sparute minoranze, invisibili agli occhi dei media, nessuno in questo momento agita seriamente questi problemi.

 

La decarbonizzazione è un optional e le lobby sperano

 

Livio De Santoli  29.04.2021

Le regole che l’Unione europea sta per approntare in ambito investimenti «green» sono sotto assedio dai gruppi di interesse che cercano un ruolo nella sostenibilità ambientale. Tra questi c’è anche l’industria nucleare e quella del gas.

Vediamo come questo sia possibile, chi lo permette e con quali conseguenze. La presenza di una certa confusione «pilotata» in cui ci troviamo in tema di sostenibilità ambientale è sconfortante e pericolosa. Il risultato si riflette in una dicotomia tra proclami ed azioni riguardanti la lotta al cambiamento climatico, ed in questa confusione ci si infila chiunque, sperando in un seconda vita (o terza).

Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, afferma che gli investimenti per rilanciare l’economia continuano a finanziare soprattutto le fonti fossili, con un consumo di petrolio crescente che si avvia a superare la barriera dei 100 milioni di barili al giorno. Neanche la pandemia ha potuto far diminuire le emissioni di CO2 e neppure la decisione di un taglio delle emissioni per il 2030 del 55% rispetto ai livelli del 1990.

In Italia la quasi totalità (20 miliardi di euro) di sussidi ambientalmente dannosi sono incentivi dati alle fonti fossili, nonostante i proclami e gli impegni presi per la loro riduzione.

Il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi redatto dal Ministero dell’Ambiente (ora MiTE), doveva essere funzionale ad un loro riordino all’interno della riforma del fisco di recente discussione, cosa mai avvenuta. Eppure la loro eliminazione, insieme ad una seria carbon tax, potrebbe finanziare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica del settore industriale, oppure ridurre il cosiddetto cuneo fiscale del lavoro «qualificato» impiegato nei settori meno energy-intensive per favorire la transizione ecologica. C’è chi ricorda che il nostro Paese si era impegnato con l’Accordo di Parigi per la rimozione di tali sussidi entro il 2025. Oltre tutto, tale aspetto non sembra essere trattato adeguatamente nella versione di questi giorni del Recovery Plan.

COME SE NON BASTASSE, UN ULTERIORE OSTACOLO nel percorso verso la decarbonizzazione, si riferisce ad una Commissione Europea che non riesce a decidere sull’esclusione del nucleare e addirittura del gas dalla «tassonomia verde», la classificazione degli investimenti considerati sostenibili. E rinvia all’estate la sua decisione su tali aspetti, cedendo alle pressioni dei Paesi dell’Est, del Nord e della Francia e delle loro industrie.

IL JOINT RESEARCH CENTRE, THINK TANK interno della Commissione, ma niente affatto indipendente perché a servizio della politica e dei suoi interessi, aveva detto che «la comparazione degli impatti di varie tecnologie di generazione di elettricità, come gas, olio, rinnovabili e nucleare dimostra che gli impatti dell’energia atomica sono per lo più comparabili con quelli delle rinnovabili, per quanto riguarda gli effetti non radiologici». Una conclusione che fa discutere perché, anche se per le emissioni climalteranti il nucleare ha uno scarso impatto, non così è per i problemi ambientali, in termini di smaltimento sicuro delle scorie.

DIVERSO E’ IL DISCORSO SUL GAS NATURALE, indicato dall’oil & gas come carburante verde (!) in quanto elemento di transizione verso la sostituzione di fonti più inquinanti come petrolio e carbone. Da più parti viene detto che non è certo possibile obbligare Francia e Germania ad abbandonare le loro strategie energetiche basata su nucleare e gas, ma sicuramente deve essere possibile evitare che queste vengano finanziate con soldi pubblici di una Europa che si è impegnata in un processo di decarbonizzazione.

E’ IMPORTANTE SAPERE CHE LA TASSONOMIA verde indica per essere ammessi ai finanziamenti verdi la valutazione di sei obiettivi, due climatici (mitigazione del riscaldamento globale e adattamento alle sue conseguenze), e quattro ambientali: la transizione all’economia circolare (riuso o riciclo dei materiali e riduzione della produzione di rifiuti); la protezione dell’acqua e degli ambienti acquatici; la prevenzione e il controllo dell’inquinamento di aria, acqua e suolo; la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. La classificazione considera in che misura un’attività economica che voglia essere qualificata come sostenibile contribuisca al raggiungimento di almeno uno dei sei obiettivi, senza però danneggiarne nessuno degli altri cinque. Si tratta di cosa di non poco conto visto che in definitiva ciò significa poter accedere a finanziamenti consistenti.

RIMANE LA DOMANDA DI COME SIA POSSIBILE poter assegnare finanziamenti green ad una fonte fossile ritenuta la maggiore responsabile del cambiamento climatico. E’ l’apoteosi del greenwashing inteso come rivendicazione ingannevole di qualità ecologiche inesistenti. L’obiettivo è quello di permettere all’industria fossile di giocare ancora una volta un ruolo principale nel prossimo ciclo di investimenti infrastrutturali di medio-lungo termine prima che il percorso verso la neutralità climatica al 2050 la metta completamente fuori gioco.

IN QUESTA OTTICA RISIEDE LA RICHIESTA di alcuni settori di continuare a finanziare e costruire gasdotti, che un giorno potrebbero forse essere trasformati in infrastrutture per il trasporto dell’idrogeno, e investire ancora in centrali a gas, nel processo di sostituzione del carbone, magari considerando il ruolo necessario del gas come riserva di capacità per garantire la continuità della generazione di energia elettrica rispetto alla intermittenza delle fonti rinnovabili. Oppure l’ultima occasione per invertire la tendenza ormai consolidata nei mercati finanziari nei confronti del nucleare e dei suoi alti costi non competitivi tra le fonti di energia, anche se è davvero difficile dimostrare il principio che impone di non causare danni significativi agli obiettivi ambientali della tassonomia, scorie e consumo di acqua prima di tutto, oltre che grandi impatti sull’ambiente a causa delle loro dimensioni.

ALTRO ESEMPIO E’ QUELLO DEL FORTE INTERESSE per abbassare la soglia da rispettare perché sia considerata sostenibile la produzione di idrogeno «blu», quello prodotto da fonti fossili (ma con l’uso del cattura della CO2 emessa durante il processo), oppure da elettricità non rinnovabile (in particolare quella da fonte nucleare) prelevata dalla rete. Per essere ammesso nella tassonomia, l’idrogeno blu dovrà ora essere prodotto con una riduzione del 70% delle emissioni (ma ne rimane in atmosfera ancora il 30%!), rispetto a quanto viene emesso con l’uso di una quantità equivalente di energia fossile. Inutile dire l’importanza dell’intervento su tale decisione della European Hydrogen Alliance, asservita completamente ad certa industria, che vuole continuare a finanziare nonostante tutto. Stiamo assistendo ad una transizione ecologica davvero poco ecologica.

* Prorettore Sapienza Università di Roma

Anche la natura ha i suoi diritti inalienabili

 

Manlio Masucci  29.04.2021

Nell’ambito della giornata internazionale della Terra sono stati molti gli eventi organizzati per sottolineare l’urgenza di un cambio di paradigma nel modo in cui produciamo il cibo e ci relazioniamo all’ambiente.

Navdanya International ha organizzato un webinar che ha voluto mettere in evidenza il legame fra diritti umani e diritti della natura. Continuare a considerare la terra come un bacino inesauribile di risorse, da cui estrarre ricchezza a piacimento senza curarsi degli impatti, lede infatti anche il diritto delle presenti e future generazioni a un ambiente sano e salubre. Anche la natura detiene i suoi diritti: «La negazione dei diritti della natura – ha sottolineato la presidente di Navdanya, Vandana Shiva – porta alla sua distruzione e alla minaccia delle condizioni stesse della sopravvivenza umana. Gli stessi costrutti che portano alla violenza contro la natura e alla sua distruzione diventano la base della violenza contro gli altri esseri umani. La non sostenibilità e l’ingiustizia fanno parte dello stesso processo».

E’ necessario allora ricalibrare i nostri sistemi di produzione e consumo attraverso una diversità di azioni ecologiche, promuovere un sistema alimentare e agricolo che sostenga la vita sulla terra, sostituire i monopoli aziendali con i beni comuni e la competizione con la cooperazione, muoversi verso un modello circolare in cui l’economia sia tenuta in considerazione quanto la cura di ambiente e persone.

Presenti al webinar Nnimmo Bassey, direttore del think-tank nigeriano, Health of Mother Earth Foundation, Fernando Cabaleiro, avvocato dell’Università di Buenos Aires e fondatore di Naturaleza de Derechos, Jojo Mehta, direttore esecutivo di Stop Ecocide International, Marie Toussaint, membro del Parlamento europeo. Tutti i relatori hanno espresso la loro preoccupazione: dai disastri ambientali causati dalle multinazionali sul Delta del Niger alle deforestazioni amazzoniche e alla dittatura della soia in America Latina, le multinazionali e gli Stati riescono a sottrarsi alle proprie responsabilità nonostante gli evidenti danni inferti a natura e popolazioni. Continuare a considerare i diritti umani come separati dai diritti della natura è un incoraggiamento al perpetrarsi delle pratiche di ecocidio.

Ed è proprio sul riconoscimento legale dei diritti della natura che il webinar si è concentrato partendo dall’esempio del cosiddetto «caso del secolo», un ricorso che ha portato a dichiarare lo Stato francese responsabile della sua inazione climatica. Ma sono molti gli esempi che hanno condotto i singoli Stati a riconoscere i diritti della natura, superando l’approccio classico della giurisprudenza che si concentra sui diritti delle persone e sulla difesa della proprietà privata. C’è allora spazio per aprire un nuovo filone legale che prenda in seria considerazione i crimini contro la natura a livello penale. La campagna Stop Ecocide mira a far incorporare il reato di ecocidio fra quelli già riconosciuti dalla Corte penale internazionale dell’Aia. Inquadrare l’ecocidio a livello normativo internazionale, come è avvenuto per il genocidio ed altri crimini contro l’umanità, potrebbe rappresentare un deterrente importantissimo nei confronti di quelle entità che continuano a svolgere i propri affari e a macinare profitti esternalizzando i costi di produzione sull’ambiente e sulla società.