GUERRA CHE VIENE, GUERRA CHE VA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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GUERRA CHE VIENE, GUERRA CHE VA da IL MANIFESTO

L’Europa terreno di manovra di strategie Usa-Nato

L’arte della guerra . La rubrica settimanale a cura di Manlio DinucciManlio Dinucci  11.05.2021

La mobilità terrestre delle persone nell’Unione europea è stata paralizzata nel 2020 dai lockdown, principalmente in seguito al blocco del turismo. Lo stesso è avvenuto nella mobilità aerea: secondo uno studio del Parlamento Europeo (marzo 2021), essa ha subìto una perdita netta di 56 miliardi di euro e di 191.000 posti di lavoro diretti, più oltre un milione nell’indotto. La ripresa, nel 2021, si annuncia molto problematica. Solo un settore, in controtendenza, ha fortemente accresciuto la propria mobilità: quello militare.

In questo momento, in Europa, circa 28.000 militari stanno passando con carrarmati e aerei da un paese all’altro: sono impegnati nella Defender-Europe 21 (Difensore dell’Europa 2021), la grande esercitazione non della Nato ma dell’Esercito Usa in Europa, cui partecipano 25 alleati e partner europei. L’Italia vi partecipa non solo con le proprie forze armate, ma quale paese ospite. Sta per iniziare, contemporaneamente, l’esercitazione Nato Steadfast Defender (Difensore Risoluto), che mobilita oltre 9.000 militari statunitensi ed europei, compresi quelli italiani.

Essa costituisce il primo test su larga scala dei due nuovi comandi Nato: il Comando della Forza Congiunta, con quartier generale a Norfolk negli Usa, e il Comando dell’Appoggio Congiunto con quartier generale a Ulm in Germania. «Missione» del Comando di Norfolk è «proteggere le rotte atlantiche tra Nord America ed Europa», che secondo la Nato sarebbero minacciate dai sottomarini russi; quella del Comando di Ulm è «assicurare la mobilità delle truppe attraverso le frontiere europee per permettere un rapido rafforzamento dell’Alleanza sul fronte orientale», che secondo la Nato sarebbe minacciato dalle forze russe.

Per questa seconda «missione» svolge un ruolo importante l’Unione Europea, alla quale lo US Army Europe ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare». Il Piano d’azione sulla mobilità militare, presentato dalla Commissione europea nel 2018, prevede di modificare «le infrastrutture (ponti, ferrovie e strade) non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari». Ad esempio, se un ponte non può reggere il peso di una colonna di carrarmati da 70 tonnellate, deve essere rafforzato o ricostruito.

Dopo aver destinato a tale scopo un primo stanziamento di circa 2 miliardi di euro, in denaro pubblico sottratto alle spese sociali, i ministri Ue della Difesa (per l’Italia Lorenzo Guerini) hanno deciso l’8 maggio di far partecipare gli Stati uniti, il Canada e la Norvegia al piano Ue della mobilità militare. Il segretario generale della Nato Stoltenberg, presente alla riunione, ha sottolineato che «questi alleati non appartenenti all’Unione europea svolgono un ruolo essenziale nella difesa dell’Europa». In tal modo la Nato (a cui appartengono 21 dei 27 paesi della Ue), dopo aver incaricato la Ue di realizzare e pagare la ristrutturazione delle infrastrutture europee a fini militari, prende di fatto in mano la gestione dell’«Area Schengen militare».

In una Europa trasformata in piazza d’armi, l’adeguamento delle infrastrutture alla mobilità delle forze Usa/Nato viene testata in prove di guerra, che prevedono «lo spiegamento di forze terrestri e navali dal Nord America alla regione del Mar Nero», e servono, secondo le parole di Stoltenberg, a «dimostrare che la Nato ha la capacità e volontà di proteggere tutti gli alleati da qualsiasi minaccia».

Quale sia la «minaccia» lo dichiarano anche i ministri degli esteri del G7 (Stati uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Giappone), riunitisi il 5 maggio a Londra. I sette ministri (per l’Italia Luigi Di Maio), capovolgendo i fatti, accusano la Russia di «comportamento irresponsabile e destabilizzante, annessione illegale della Crimea, ammassamento di forze militari ai confini con l’Ucraina, uso di armi chimiche per avvelenare gli oppositori, maligne attività per minare i sistemi democratici di altri paesi, minaccia all’ordine internazionale basato sulle regole». Il fatto che il G7 formuli tali accuse con le stesse parole usate dal Pentagono e ripetute dalla Nato, conferma l’esistenza di una stessa matrice nella strategia della tensione che spinge l’Europa in una situazione sempre più pericolosa.

Il fallimento della «liberazione» delle donne

Giuliana Sgrena  11.05.2021

Il conto alla rovescia è cominciato e si concluderà l’11 settembre, una data simbolicamente infelice per la conclusione dell’intervento americano in Afghanistan che proprio da quella data aveva preso il via. Sono passati vent’anni e con il ritiro delle truppe – non solo americane – entro l’11 settembre l’Afghanistan dovrebbe tornare «libero». La guerra più lunga sostenuta dagli Usa presenta un bilancio fallimentare.

In Afghanistan molti temono questo ritiro, soprattutto le donne, e gli attentati degli ultimi giorni, che hanno preso di mira una scuola femminile (a Kabul, 60 vittime) e studenti che preparavano l’esame per accedere all’università nella provincia di Logar (30 vittime), giustificano le preoccupazioni. Poco importa la rivendicazione, la matrice è nell’estremismo islamico che non è stato eliminato, anzi è stato alimentato dalla presenza straniera, con la diffusione anche dell’isis.
Il ritiro lascia terra bruciata e se tra gli obiettivi più ipocriti vi era «la liberazione delle donne dal burqa» il fallimento è evidente.

Si ritorna al 2001 quando questa guerra era iniziata per cacciare i taleban e si finisce con il ritorno dei taleban, sdoganati dagli stessi Usa che li volevano eliminare.

Gli attentatori delle torri gemelle non provenivano dall’Afghanistan – ma dall’Arabia saudita – però l’Afghanistan aveva dato ospitalità a Osama bin Laden e, soprattutto, i media avevano amplificato le immagini delle donne afghane sottomesse a un regime oscurantista che nella lotta al sesso femminile aveva fatto la sua bandiera e la guerra contro gli studenti coranici otteneva facilmente il plauso. Le donne non avevano diritti: né di lavoro, né di scuola, né di voce, né di visibilità, costrette com’erano a vivere sotto il burqa. Erano vietati anche i tacchi a spillo che potevano fare rumore!

L’intervento occidentale aveva suscitato molte aspettative, ne avevamo discusso allora con molte donne, cercando di sfatare molte illusioni rispetto a un intervento militare, ma era comprensibile il loro desiderio di libertà a qualsiasi prezzo.

E molte di loro si sarebbero poi impegnate nella lotta contro l’occupazione.

Non sono stati certamente i militari a liberare le afghane, ma ricordo la prima manifestazione delle donne contro il burqa a Kabul, quando alzando quell’orribile velo scoprivano una pelle squamata perché privata per anni dei raggi del sole che avevano provocato anche carenze di vitamine. Nulla è stato regalato a queste donne che hanno saputo conquistarsi spazi a un caro prezzo in politica, nell’informazione, nelle arti e in molti altri lavori. Il burqa è stato sostituito con un foulard che lascia vedere ciocche di capelli, c’è anche chi non lo usa sempre. E c’è chi osa denunciare il marito violento e abbandona la famiglia per vivere in case protette, organizzate da Ong come Hawca. Nel mondo si sono fatte conoscere donne straordinarie come Malalai Joya, deputata espulsa dal parlamento al grido di «stupratela» perché aveva osato denunciare i signori della guerra presenti nella Loya Jirga.

O Selay Ghaffar che, dopo aver diretto Hawca, è diventata portavoce del partito Solidarietà (Hambastagi).

Due donne coraggiose costrette a vivere in clandestinità in quello che è considerato il paese meno sicuro per le donne. Perché molte hanno perso la vita: Farkhunda nel 2015 è stata uccisa a calci e bastonate per strada senza che gli agenti della polizia intervenissero. Più recentemente, il 3 marzo, Mursal Habibi, Saadia e Shahnaz avevano appena lasciato l’Enikass tv, dove lavoravano a Jalalabad, quando sono state uccise da uomini armati.

Sono solo alcune delle vittime, molte anche fra i giornalisti. È possibile un peggioramento? È quanto emerge da un rapporto di Ashley Jackson dell’Overseas Development Institute del 2018 sulle condizioni imposte nelle zone controllate dai taleban: l’educazione cessa alla pubertà, le donne non possono andare al mercato e possono lavorare solo in zone protette (segregate). I taleban già controllano buona parte del paese ma se tornassero, e torneranno in base agli accordi con gli Usa, al governo il loro potere sarebbe maggiore. A confermare l’«inflessibilità» dei taleban anche nei negoziati e l’accettazione del rispetto dei diritti delle donne solo in base alla legge islamica è un rapporto del Consiglio di informazione nazionale degli Usa.