GUARDARE IL MONDO A QUADRETTI da ILMANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUARDARE IL MONDO A QUADRETTI da ILMANIFESTO

Un pugno di operaie di un piccolo paese fermò le mine

In pace. Successe alla Valsella insieme a Gino Strada

Dino Greco  15.08.2021

Eravamo nei primi anni novanta quando la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Bs), controllata dalla Fiat, era leader nazionale nella produzione di mine anti-uomo vendute all’Iraq in 9 milioni di esemplari. Vi lavoravano una decina di ingegneri progettisti, pagati a peso d’oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800 mila lire al mese.

In assemblea ponemmo il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: “Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro”. Allora organizzammo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada. E tutto il consiglio di fabbrica. La riunione fu introdotta da un documentario che Gino aveva portato con sé, mostrava i tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile, sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocate da ordigni in qualche caso fatti a forma di giocattolo affinché suscitassero l’interesse dei più piccoli. Lo shock fu potente ed innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi.

A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri e progressivamente maturò la decisione di chiedere l’interruzione della produzione delle mine e l’avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun’altra. Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell’attività. Il prezzo fu altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbricava la morte: “Noi non saremo complici”.

Quelle operaie vinsero, perché la moratoria della produzione infame ne bloccò la lavorazione. A quel punto si fece avanti un’azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l’impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche. Ma la nuova azienda pose una condizione: potere vendere alla Spagna il brevetto dell’Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall’alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L’azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate. In assemblea ci fu un confronto tesissimo. Ad un certo punto, intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e pronunciò queste parole: “Ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, non ponga alcuna condizione”. Le operaie approvarono, tutte, con un grande applauso.

A sera scrivemmo alla Engineering comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici. Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l’azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta. Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al ministero della difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.

Sono certo che a distanza di oltre vent’anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non sia mai venuto meno. Alcune settimane dopo Gino Strada tornò a Brescia, in Camera del lavoro, e incontrò di nuovo le donne della Valsella. Fu un abbraccio intenso, unito a pochissime parole. Un pugno di donne, operaie di un piccolo paese di provincia, avevano preso il mondo sulle loro spalle e costruito un piccolo monumento alla dignità umana.
Ben fatto, caro vecchio Gino. La terra ti sia lieve.

Peggio del 1989: l’Urss lasciò i tank, gli Usa un futuro nero

Afghanistan. La peggiore prospettiva è all’orizzonte: la presa del potere assoluto da parte dei Talebani. Vent’anni fa le donne si liberavano del burqa, oggi il loro sogno di libertà è un ricordo

Giuliana Sgrena  15.08.2021

La cartina geografica dell’Afghanistan che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che i taleban potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese, ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici.

Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan.

Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamica, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.

VENT’ANNI FA ARRIVANDO in Afghanistan, lungo le strade c’erano i carri armati abbandonati dall’Armata rossa in ritirata nel 1989. Avevamo visitato a Kabul anche quella che era la mastodontica ambasciata dell’Unione sovietica, occupata poi da senzatetto.

Allora ci aveva sorpreso la speranza suscitata dall’intervento americano tra le donne, non perché credessero alla «liberazione dal burqa» uno degli slogan più ipocriti che hanno accompagnato l’avanzata delle truppe occidentali, ma perché, allora come adesso e purtroppo a ragione, pensavano che non potesse esserci niente di peggio dei taleban. Come dar loro torto avendo visitato Kabul al tempo dei taleban?

Una manifestazione di donne che si toglievano il burqa e pensavano che non l’avrebbero più indossato era stata gioiosa, le donne mostravano i loro visi squamati per la mancanza di sole, che ha ridotto anche la produzione di vitamina D.

Non sono certo serviti vent’anni perché l’intervento militare si rivelasse nei suoi intenti di occupazione e di sfruttamento. Eppure è drammatico pensare che oggi la partenza delle truppe Usa non potrà essere festeggiata perché l’Afghanistan sta sprofondando in un futuro ancora, se possibile, più funesto di quello lasciato dal sovietici nell’89.

Le truppe occidentali non lasceranno carri armati per le strade dell’Afghanistan, ora i mezzi di occupazione sono più moderni e la fuga più organizzata. Ma lasceranno migliaia di vittime, un paese devastato, i corrotti sempre più corrotti, i signori della guerra sempre più ricchi, le enormi ville pacchiane e superprotette lo stanno a testimoniare.

I soldi dei donatori non sono andati alla povera gente e non sono serviti a finanziare progetti di ricostruzione: la ricostruzione è compito degli afghani afferma, ipocritamente, oggi Biden che segue il progetto di ritiro di Trump.

Invece la distruzione è in gran parte opera di Stati uniti e alleati. Quella afghana è la guerra più lunga combattuta dagli Usa e il suo fallimento è accompagnato dal fallimento della società afghana nella capacità di costruire un’alternativa democratica per la guida del paese.

CON I TALEBAN GLI USA hanno raggiunto un accordo per la loro uscita di scena, non per dare un futuro al paese, non poteva essere diversamente: con i nemici si negozia una tregua non la pace. In questo caso non c’è stata nemmeno la tregua, l’annuncio del ritiro degli americani e alleati ha dato il via alla riscossa dei taleban.

L’11 settembre sarà più lugubre del passato: gli americani potranno dimenticare tutti i soldati lasciati sul campo? I miliardi spesi per distruggere un paese?

L’intervento era iniziato per sconfiggere i sostenitori di al Qaeda, i taleban, ora termina con il ritorno dei taleban e la presenza di altri jihadisti più trucidi, quelli dell’Isis.

MA LE VITTIME PRINCIPALI non sono i militari caduti, sono gli afghani tutti, la popolazione sempre più impoverita e oggi preda anche della pandemia senza risorse per contrastarla, le donne che avevano sperato nella loro liberazione che hanno pagato a duro prezzo negli ultimi anni la loro rivendicazione di diritti e che ora tornano in clandestinità.

I responsabili non sono solo gli Stati uniti ma tutti coloro che hanno inviato truppe in Afghanistan, che hanno dato speranze di libertà a un popolo da decenni in guerra, che ora abbandonano la popolazione civile inerme a nuovi predatori (Russia, Cina e Turchia) che cercheranno di occupare il vuoto lasciato dal ritiro.

Responsabile sono anche l’Italia e l’Europa che spudoratamente chiede il rientro di tutti i profughi afghani, per riconsegnarli a un regime oscurantista e medioevale che li aveva costretti alla fuga. Come potremo ancora guardare negli occhi le/gli afghane/i incontrate/i negli ultimi anni per promettere loro un piccolo aiuto agli orfani, alle bambine, alle donne?

Come interrompere gli studi alle ragazze, come negare loro il diritto di cantare e suonare, come impedire loro di uscire di casa dopo che avevano assaporato uno spicchio di libertà e dire loro che forse, purtroppo, dovranno tornare a guardare il mondo a quadretti da dietro il burqa?