GRAZIE AI GIOVANI ANCHE LA POLITICA PUÒ CAMBIARE CLIMA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
6340
post-template-default,single,single-post,postid-6340,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

GRAZIE AI GIOVANI ANCHE LA POLITICA PUÒ CAMBIARE CLIMA da IL MANIFESTO

Da Roma a Melbourne a New York, i Fridays si riprendono le piazze

Ambiente. «Cambiare il sistema, non il clima». Due anni di pandemia non hanno intaccato la forza del movimento. Molte le critiche rivolte a Cingolani, definito dai manifestanti «ministro della finzione ecologica». Draghi all’Onu: «Ascoltare chi chiede il cambiamento»Serena Tarabini  25.09.2021

Milano, Roma, Genova, Venezia, Bolzano, Bari, ma anche Londra, New York, Melbourne, Città del Capo, Nuova Delhi, a grande scala o piccola scala, venerdi 24 settembre 2021 ha visto nelle piazze di ogni città fiumi colorati di giovani in marcia a scuotere il tavolo dove i grandi della terra discutono e decidono come se di tempo ce ne fosse a sufficienza.

UN APPUNTAMENTO e un successo planetario il ritorno in piazza dei Fridays For Future: due anni di pandemia non ne hanno intaccato l’energia, la creatività, la determinazione, l’entusiasmo: gli slogan quelli di sempre «Non abbiamo un pianeta B», «Cambiare il sistema, non il clima» ma anche dei nuovi «Fate pagare la crisi ai ricchi», «Giustizia climatica e giustizia sociale» a indicare quel salto di consapevolezza che hanno fatto in questi tanti mesi che li hanno tolti dalle piazze e li hanno costretti alle scrivanie: un tempo durante il quale non hanno evidentemente smesso di comunicare, confrontarsi e osservare un mondo che non divide in parti uguali responsabilità e conseguenze della crisi climatica.

LA PAGINA WEB del movimento riporta i numeri di questo appuntamento: 97 paesi, 1155 città, incontabili i partecipanti totali, e che abbiano superato o no il mezzo milione previsto, poco importa.

Nella sola Germania che si appresta al voto federale in due giorni i manifestanti sono stati centinaia di migliaia, e nella capitale Berlino è arrivata anche Greta Thunberg, secondo la quale nessun partito ha fatto veramente qualcosa per il clima.

A LONDRA A DARE MANFORTE ai giovanissimi manifestanti che si sono radunati in piazza del parlamento e hanno marciato verso la cattedrale di Westminster c’era anche il leader radicale Jeremy Corbyn che ha affibbiato alla 26 esima Conferenza delle parti sul Clima che si terrà nel Regno Unito, la definizione di “Festival del Greenwashing”. A Glasgow, la città scozzese sede del vertice, i manifestanti si sono diretti sotto il Parlamento.

PIENE DI STUDENTI LE PIAZZE e le strade di molte altre capitali europee quali Vienna, Praga, Varsavia, dove i giovani manifestanti si sono gettati a terra a simulare la fine del pianeta.

«Siamo qui perché stiamo dicendo un forte ‘no’ a ciò che sta accadendo in Polonia, il regno del carbone», ha detto l’attivista di 19 anni Dominika Lasota, «Il nostro governo ha bloccato per anni qualsiasi tipo di politica climatica e ignora le nostre richieste per un futuro sicuro». Nel continente Africano le manifestazioni più corpose si sono svolte in Uganda dove l’attivista Hilda Flavia Nakabuye, dopo aver capito che la crisi climatica era responsabile delle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia ad abbandonare la propria terra, ha fondato Fridays for Future Uganda nel 2019, che nel giro di pochi anni è diventato il più grande movimento giovanile dell’Africa. In Sudafrica si sono svolte manifestazioni in 12 città nell’ambito di uno sciopero di tre giorni per chiedere al governo di supervisionare una giusta transizione dai combustibili fossili.

NELL’AMERICA DEL NORD sconvolta da uragani e incendi si sono svolti quasi 200 eventi, 168 solo negli USA e le proteste più grandi si sono viste a New York City and Los Angeles; in Canada, in particolare in Quebec, più di 100 mila studenti hanno puntato il dito contro un’azione politica non altezza della crisi. In Messico, i manifestanti si sono radunati davanti al Palazzo Nazionale di Città del Messico per chiedere alla compagnia petrolifera statale Pemex di presentare un piano per la decarbonizzazione.

Grandi manifestazioni anche in Brasile e Argentina. In Bangladesh gli attivisti hanno chiesto la demolizione delle nuove centrali elettriche a carbone e gas, mentre in Pakistan Yusuf Baluch, 17 anni, un giovane attivista nella provincia del Belucistan, ha affermato che il ritorno agli eventi di persona è fondamentale per costringere i leader ad affrontare la crisi planetaria.

A PROPOSITO DI CLASSE POLITICA, nelle tantissime e partecipate manifestazioni che si sono svolte in Italia e che hanno visto partecipare migliaia di studenti, il ministro per la Transizione Ecologica Cingolani è stato frequentemente bersaglio di slogan e dichiarazioni.A Milano, città fulcro delle mobilitazioni dovendo ospitare a breve la pre-COP 26, è stato definito «Ministro della finzione ecologica» per i pochi fatti messi in fila e le tante parole anche sgradite, come quelle sui radical chic del clima e sul nucleare.

Non si fanno buttare fumo negli occhi i Fridays italiani, anche se recentemente il ministro sembra essere stato riportato a più miti consigli dal premier Draghi che, almeno a parole, non perde occasione per rimarcare la gravità della crisi climatica e l’urgenza di un’azione radicale.

L’ultimo intervento ieri all’Assemblea generale dell’Onu, è stato un vero assist nei confronti dei giovani attivisti per il clima, «portatori di cambiamento che è un dovere ascoltare»: il premier ha dichiarato che «in qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella Cop 26», l’Italia intende raggiungere obiettivi ambiziosi, riducendo il più possibile, nel prossimo decennio, la CO2 prodotta da combustibili fossili e gli altri gas clima-alteranti, incluso il metano e di voler raggiungere un’intesa globale per interrompere al più presto l’uso del carbone e bloccare il finanziamento di progetti di questo tipo. E’ proprio il caso di dire «bentornati Fridays».

Grazie ai giovani anche la politica può cambiare clima

Gianni Silvestrini  25.09.2021

I giovani sono tornati a riempire piazze e strade in tutto il mondo dopo la lunga parentesi della pandemia e la loro pressione è destinata ad aumentare in assenza di politiche incisive. Come è probabile che si moltiplichino i risultati.

Ursula Von der Leyen ha dichiarato che una delle motivazioni che l’hanno convinta ad alzare al 55% l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti europee al 2030 è stata la forte pressione delle mobilitazioni giovanili. E quest’anno la Corte costituzionale tedesca ha bocciato le politiche del governo, dando ragione ad alcune associazioni ecologiste, tra cui i Fridays for Future. La motivazione data è che altrimenti si sarebbe rischiato di «compromettere la libertà» delle generazioni future in quanto l’onere maggiore nella riduzione delle emissioni era spostato a dopo il 2030.

La risposta della Merkel è stata rapidissima con l’adeguamento delle politiche climatiche. Così il taglio delle emissioni al 2030 è stato alzato dal 55% al 65% e il raggiungimento della neutralità climatica è stato anticipato al 2045, cinque anni prima di quanto già stabilito.

Le mobilitazioni dei giovani di ieri sottolineano l’importanza di affrontare la crisi ambientale con la stessa determinazione con cui si sta gestendo l’impatto del Covid-19.

E’ però difficile riscontrare nel mondo politico italiano la stessa consapevolezza dei rischi e la stessa fermezza nelle politiche climatiche. Anzi, le posizioni dei governi sono state storicamente «difensive», a volte accodandosi alle posizioni più retrograde dei paesi dell’Est nella definizione delle scelte climatiche.

Da questo punto di vista è apprezzabile l’affermazione di Draghi nel discorso di ieri alle Nazioni Unite che la transizione ambientale ha dei costi significativi ma può essere anche un motore di crescita economica. Un messaggio diverso rispetto al rischio di «lacrime e sangue» paventato dal ministro della transizione ecologica Cingolani e rilanciato prontamente da diversi programmi televisivi.

Prendiamo ad esempio il rischio di un forte aumento delle bollette, inizialmente addebitato anche alla transizione energetica. In realtà sia il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, che in Italia Enel e Terna hanno sottolineato che se si fosse accelerata l’installazione delle fonti rinnovabili il peso del gas utilizzato nella generazione elettrica sarebbe stato inferiore.

In Italia, in particolare, da otto anni non si vede crescere la quota di elettricità verde sia per l’incredibile durata dei tempi autorizzativi che per la timidezza dei governi.

E’ bene ricordare che il crollo del prezzo del fotovoltaico e dell’eolico consente oggi di immaginare uno scenario completamente diverso rispetto al passato, prefigurando una fortissima crescita delle rinnovabili con incentivi minimi, ma con opportuni adeguamenti normativi.

Ad esempio, si potrebbe incoraggiare la partecipazione delle rinnovabili ai servizi di rete aumentandone così la programmabilità della produzione e riducendo il costo delle bollette.

Ovviamente andrà superato il proliferare di opposizioni locali spesso pretestuose, come l’azione sistematica di blocco delle Soprintendenze, entrambe sempre meno compatibili con l’emergenza climatica che avanza.

Gli scienziati ricordano che in questo decennio si giocherà la possibilità di evitare esiti catastrofici. Ma, focalizzando l’attenzione sull’incisività e sull’urgenza delle politiche da avviare, questo potrà essere un decennio di straordinarie opportunità in tutti i settori, dalla generazione elettrica alla mobilità, dalla riqualificazione urbana alle riconversioni produttive, in presenza di lucidità politica.

E per evitare la vaghezza di impegni spesso vista in passato, sarà indispensabile definire piani concreti con bilanci annuali e dettagliati delle emissioni climalteranti. Come è indubbiamente necessario un coinvolgimento attivo del mondo produttivo, degli enti locali, delle forze sociali ed ambientaliste e del mondo giovanile.

* Direttore scientifico Kyoto Club