“FORSE…UN GIORNO…” SIAMO TUTTI PERDENTI da IL MANIDFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“FORSE…UN GIORNO…” SIAMO TUTTI PERDENTI da IL MANIDFESTO

Cop26, passa l’accordo con il ricatto fossile

Terra terra. A Glasgow scontro fino all’ultimo: India e Cina impongono la modifica del documento finale sull’eliminazione del carbone

Anna Maria Merlo  14.11.2021

Suspence fino all’ultimo alla Cop26 di Glasgow. A un passo dal voto finale, blitz di India e Cina, che hanno imposto un cambiamento: sul carbone, sostituire «phasing-out» (eliminazione progressiva) con «phasing-down» (diminuzione). «Nuova delusione» per la Ue, «grande disappunto» delle piccole isole e di molti paesi.

CON UN GIORNO di ritardo sui tempi previsti, tra molte reticenze e dubbi, il testo finale del Glasgow Climate Pact, la terza versione rimaneggiata all’ultimo minuto, è stata alla fine approvata: richiede ai 197 paesi presenti (più la Ue) di «rivedere e rafforzare» gli obiettivi di tagli alle emissioni di Co2 per il 2030, gli stati sono chiamati a presentare dei nuovi piani a fine 2022, alla prossima Cop che sarà in Egitto a Sharm el-Sheikh, per rispettare l’impegno di mantenere il riscaldamento a 1,5 gradi a fine secolo. Ma nel testo finale c’è un’attenuante: «tenendo conto delle differenti circostanze nazionali», che lascia un margine di manovra ai riottosi per trovare scuse a rallentare l’azione.

LA MESA AL BANDO (relativa) al carbone è la prima volta che viene citato in un testo Onu, ma ci sono delle attenuanti: il testo si riferisce solo l’«unabated coal», cioè le estrazioni che non hanno un «sistema di cattura di Co2» e mette lo stop soltanto alle «sovvenzioni inefficaci» per le energie fossili. Il testo finale non integra la proposta di aprire un fondo speciale per «compensazioni» sulle «perdite e danni» dei paesi poveri, che non sono responsabili delle emissioni a effetto serra ma ne subiscono in pieno gli effetti, che per molti sono ormai una questione di vita e di morte: per l’occidente, che non vuole sentir parlate di «riparazioni» sul passato, accettare le compensazioni per le perdite e danni avrebbe aperto la strada a una valanga di pericolosi contenziosi giuridici internazionali.

Senza nessun obbligo formale, c’è l’impegno dei ricchi di «considerare un raddoppio» dei finanziamenti, che nel 2009 erano stati stabiliti a 100 miliardi di dollari l’anno (ma questa cifra non è ancora rispettata e al meglio lo sarà nel 2023). Ci sarà una revisione ogni due anni, dal 2022, sui finanziamenti per la transizione e l’adattamento (finora di solito erano soldi dati come prestiti, non sussidi, per i poveri significava un aumento del debito). Il testo parla di necessità di fornire un supporto per una “giusta transizione” e propone un “dialogo” per stabilire il montante delle sovvenzioni.

IL COMPROMESSO faticosamente raggiunto a Glasgow presenta una serie di promesse, ma non è legalmente vincolante, perché non è un Trattato internazionale. Non sono previste sanzioni per chi non lo rispetta. Le ong sono insoddisfatte, «non è sufficiente» per Oxfam, Greenpeace lo definisce «debole e compromissorio». Greta Thunberg twitta: «attenzione allo tsunami di greenwashing e alla propaganda dei media». Per la Federazione luterana mondiale «deve essere fatto di più per raggiungere la giustizia climatica». Per il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «è un passo avanti, ma non abbastanza».

NON È STATO FACILE arrivare al voto. Ancora ieri è stata una giornata di forti tensioni, fino all’ultimo. Il blocco occidentale ha fatto pressione per far passare l’accordo. «E’ il momento della verità, il mondo ci guarda» è stato l’invito a concludere del negoziatore Alok Sharma. «Il meglio è nemico del bene» ha detto il negoziatore Usa, Kerry, che ha parlato di «spirito di compromesso» e di «passo nella giusta direzione». Ma Kerry aveva in testa degli obiettivi, che ha raggiunto: limitare la parte del mercato carbone che va ai paesi in via di sviluppo, sostituire il «fondo» chiesto dai paesi poveri per la compensazione in un vago «dialogo» e non imporre nessun obbligo al raddoppio degli aiuti promessi per la transizione e l’adattamento.

IL COMMISSARIO europeo del Green Deal, Frans Timmermans, ha messo in guardia contro il «rischio di cadere in questa maratona a qualche metro dall’arrivo». Le più forti reticenze sono venute dall’India e dalla Cina, a cui si sono uniti Sudafrica e Iran. Per la Cina, primo produttore di Co2, «il testo non è per nulla perfetto». Per Pechino, «l’approccio unico non va bene». L’India è sulla stessa posizione: il paese è estremamente critico sull’uscita dai combustibili fossili, «ogni paese arriverà al suo ritmo ai propri obiettivi di emissioni». Il rappresentante indiano ha chiesto: «come potete aspettarvi che i paesi in via di sviluppo facciano promesse sui combustibili fossili e sul carbone? Anche noi vogliamo la nostra giusta parte», ha detto, mentre la causa del riscaldamento climatico sono «stili di vita insostenibili, lo spreco dei consumi» dei paesi ricchi.

I PAESI INSULARI, anch’essi critici, si sono piegati alla terza versione, auspicando che apra uno spiraglio di speranza, mentre molti stati africani hanno deplorato il rifiuto dei finanziamenti per «perdite e danni». Per il negoziatore britannico, Alok Sharma, è un accordo «bilanciato».

AI MARGINI DELLA COP, sono stati raggiunti alcuni risultati, conclusi tra paesi volontari: c’è stata la dichiarazione congiunta Usa-Cina sull’importanza dell’obiettivi di 1,5 gradi (lunedì’ di sarà un video-vertice Biden-Xi Jinping); 100 paesi si sono impegnati a mettere fine alla deforestazione per il 2030; altrettanti affermano di tagliare il metano del 30%; 40 stati promettono lo stop al carbone (ma non ci sono né Usa né Cina); c’è l’impegno di un gruppo di non finanziare investimenti nei combustibili fossili all’estero; c’è l’alleanza Boga (Beyond oil and gas) che fa balenare l’uscita dai carburanti fossili. 450 istituzioni finanziarie, che gestiscono centinaia di miliardi di capitale, hanno promesso di investire in energie pulite.

ANCHE AL FORUM della Pace di Parigi, che si è concluso ieri, con la presenza della vice-presidente Usa, Kamala Harris, alcune conclusioni riguardano il clima: è stata approvata un’iniziativa Net Zero per lo spazio, per un’utilizzazione durevole nel 2030 per evitare l’inquinamento; le forze armate di 22 paesi hanno preso l’impegno di diminuire l’impatto dei militari, che considerano “il cambiamento climatico una sfida immensa per la sicurezza”; è stato istituito un fondo per sviluppare le geo-ingegneria nel solare a favore dei paesi in via di sviluppo.

 

A Glasgow il carbone sopravvive

Emergenza clima . Deludente la presenza dell’Unione Europea segnata da ipocrisia e vero e proprio greenwashing. Via libera per autorizzare in modo accelerato infrastrutture del gas fossile, inserite nella proposta di Tassonomia (per definire cosa è “sostenibile”) assieme al nucleareGiuseppe Onufrio*  14.11.2021

La distanza tra l’urgenza delle azioni necessarie e la lentezza negoziale non è certamente una novità, ma questa volta è scritta nero su bianco. Infatti, guardando tra i pochi aspetti positivi del documento, sopravvive il riferimento allo scenario del contenimento entro il 1,5°C e la conseguente necessità di tagliare del 45 per cento le emissioni di gas serra entro il decennio. Ma il gap tra l’attuale tendenza (di almeno +2,4°C) e gli impegni per realizzare l’obiettivo non ci sono. Si rimanda al 2022 la presentazione dei nuovi obiettivi volontari, in ritardo dunque rispetto alla tabella di marcia fissata a Parigi nel 2015.

La Cop26, lo ricordiamo, si doveva tenere l’anno scorso e fu rimandata causa pandemia. La sua importanza stava proprio nel fatto che, passati 5 anni dall’Accordo di Parigi, era prevista la presentazione di impegni più ambiziosi come previsto dal meccanismo negoziale. Infatti, sin dal 2015 era evidente che l’andamento delle emissioni e degli impegni già assunti portavano verso un aumento molto maggiore della temperatura media globale, ben oltre i 2°C e dunque fuori dall’obiettivo di rimanere “ben al di sotto” di quella soglia e possibilmente verso 1,5°C.

La nota più dolente riguarda il carbone. L’emendamento proposto dall’India di passare dalla progressiva eliminazione (phase-out) del carbone alla riduzione (phase-down) del suo utilizzo – emendamento poi approvato pur di chiudere la sessione negoziale – è il segno del fallimento di questa Cop26. Questa «resistenza fossile» rischia infatti di far evaporare ogni possibilità di rimanere nella traiettoria per evitare di sfondare il limite di 1,5°C. In tema di sussidi è stato incluso un riferimento alla «giusta transizione» – altro punto positivo – per rispondere al tema sia della riconversione dei lavoratori del settore fossile che per non far gravare sulle fasce più deboli i costi della transizione.

Sulla questione degli «offset forestali» – cioè i permessi di emissione associati alle compensazioni forestali, il testo è molto ambiguo e pieno di scappatoie ed è stato annunciato dal segretario generale dell’ONU che verrà sottoposto a revisione. Molto c’è ancora da fare per evitare che il commercio di questi certificati vanifichi ogni serio sforzo di ridurre le emissioni.

Sugli impegni finanziari dei Paesi più sviluppati mirati a compensare i danni climatici ai Paesi meno sviluppati, le cifre necessarie sono ancora lontane da quello che servirebbe e anche questo è un aspetto che dovrebbe essere tra le priorità della Conferenza dell’anno prossimo in Egitto. Di politicamente positivo c’è stata l’inattesa presentazione di un documento congiunto Cina-Usa che, pur non contenendo impegni minimamente adeguati alla sfida, vedremo se si tradurrà poi in una collaborazione fattiva di cui ci sarebbe bisogno.

Del tutto deludente, invece, la presenza dell’Unione Europea segnata da ipocrisia e vero e proprio greenwashing. Nelle ultime due settimane le proposte della Commissione hanno via libera per autorizzare in modo accelerato infrastrutture del gas fossile, che hanno inserito nella proposta di Tassonomia (per definire cosa è “sostenibile”) assieme al nucleare e, in questi giorni, i funzionari stanno lavorando per indebolire la proposta di normativa che metta al bando l’importazione di prodotti provenienti da deforestazione. Il “Green New Deal” europeo – in attesa del nuovo governo tedesco? – ne esce davvero ridimensionato.

L’Italia ha inaspettatamente aderito alla coalizione BOGA (Beyond Oil and Gas Alliance). Si tratta di un piccolo gruppo di Paesi che si pone l’obiettivo eliminare anche petrolio e gas. Abbiamo però aderito senza impegni precisi al grado minimo di coinvolgimento, come «amici». Vediamo se come «amici» di quelli che vogliono eliminare anche petrolio e gas il governo sarà capace di far ripartire le rinnovabili (e non le trivelle), come ha promesso, sbloccando i processi autorizzativi come anche in questi giorni va annunciando. Sarebbe ora.

* Direttore di Greenpeace Italia