FINCHÈ C’È GUERRA… da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FINCHÈ C’È GUERRA… da IL MANIFESTO

Aspettando un’altra guerra

 

Alberto Negri  22.05.2021

Una tregua indispensabile ma fragile, con il rischio che prima o poi tutto ricominci come un eterno ritorno alla guerra secondo un copione già conosciuto. È iniziato soltanto l’ennesimo contro alla rovescia verso un altro conflitto? Eppure anche questo cessate il fuoco pone il problema della pace, come farla e soprattutto con chi farla.

La destra israeliana non ha nessuna intenzione di riconoscere i diritti dei palestinesi, Hamas finora è rimasto un tabù negoziale mentre la leadership di Abu Mazen e dell’Anp è più screditata che mai. Nel mezzo c’è una popolazione civile che soffre, manovrata come una pedina. Apparentemente non si scorgono vie di uscita.

Ci sono però alcune novità interessanti, dentro e fuori la Palestina.

L’ultima esplosione di violenza ha fatto saltare il modello di convivenza tra arabi e israeliani nelle città miste dello Stato ebraico che, nonostante la tregua, oggi vivono in un clima di rabbia e di paura. La maschera di Israele come stato democratico si sta rapidamente sfaldando.

Il risentimento accumulato nella comunità araba di Israele, il 20 per cento della popolazione, è un ordigno a orologeria. Ufficialmente gli arabi israeliani hanno gli stessi diritti di lavorare, studiare e vivere come i loro concittadini ebrei. La realtà è che sono apertamente discriminati. Nel 2018 la Knesset ha approvato una legge che proclama Israele “Stato nazionale del popolo ebraico». Non una sola parola fa riferimento agli arabi israeliani. Si tratta, come scriveva qualche giorno fa su il manifesto Moni Ovadia, di una legge segregazionista.

Non solo gli accordi per il piano di «due popoli e due Stati» sono costantemente minati dai governi della destra israeliana con gli insediamenti in Cisgiordania dei coloni – ormai sono 700mila – ma anche la soluzione di uno Stato bi-nazionale è stata di fatto eliminata dalla legge ebraica sulla cittadinanza. In sostanza lo slogan scolpito oggi all’ingresso della Palestina storica è questo: «Ci siamo solo noi, gli ebrei, gli altri non esistono», e pensare che all’inizio del movimento sionista, alla fine del 19° secolo, gli ebrei qui erano soltanto il 5 per cento della popolazione.

Oltre alle crepe sul fronte israeliano interno si registra un’importante novità su quello democratico americano in quanto Bernie Sanders ha presentato al Senato una risoluzione per bloccare una vendita di armi a Israele per 735 milioni di dollari, una cifra consistente visto che grazie all’aiuto militare americano ogni anno Tel Aviv importa dagli Usa circa 5 miliardi di dollari di armamenti.

In sintesi: ogni guerra tra Israele e i palestinesi, ogni ondata repressiva, vede coinvolti gli Stati Uniti con una quota bellica preponderante. Quando si dice che gli Usa si vogliono ritirare dal Medio Oriente basterebbe questo dato, insieme all’export di armi verso le monarchie arabe assolute del Golfo e del Patto di Abramo voluto da Trump, per rendere ridicola questa affermazione.

Se è vero che in politica estera Biden si è concentrato sulla Cina, il negoziato con i Talebani e quello con gli iraniani sul nucleare, questo non significa che gli Stati uniti, autosufficienti dal punto di vista energetico, se ne vadano dalla regione.

Le guerre mediorientali sono una parte importante del budget della difesa Usa, come lo sono, sia pure in misura inferiore, anche per la Germania e l’Italia, rispettivamente secondo e terzo esportatore di armi in Israele. Quando i nostri governi fanno i finti equidistanti sulla questione palestinese sanno di vestire i panni degli ipocriti. Da queste guerre, che sono più che altro un tiro al bersaglio contro il poligono di Hamas a Gaza, con centinaia di vittime civili, ci guadagniamo indirettamente anche noi.

Del resto a queste ipocrisie europei e italiani sono abituati: qualcuno si ricorda del finto boicottaggio all’export di armi in Turchia quando Erdogan massacrò i curdi siriani abbandonati al loro destino da Trump?

La risoluzione di Sanders sta scuotendo i democratici dove finora erano in pochi a esprimersi contro Israele. Una parte dell’establishment Usa si accorge che «il diritto di Israele a difendersi» non può mascherare le continue violazione di diritti dei palestinesi. Anche se la risoluzione di Sanders potrebbe essere bloccata dal veto di Biden, che per convincere il premier Netanyahu a fermare i raid su Gaza ha fatto sei telefonate e promesso al premier altri aiuti militari per Iron Dome.

Ma è chiaro che il presunto disimpegno Usa dal Medio Oriente non è molto credibile: gli Usa hanno partecipato con Israele ai raid contro le milizie sciite filo-iraniane in Siria, in risposta agli attacchi alle basi Usa in Iraq, confermato i giganteschi contratti militari (23 miliardi di dollari) con gli Emirati, firmatari del Patto di Abramo con Israele, e certo non rinunciano alle basi nella Turchia di Erdogan e a tenere sotto pressione Teheran, i due alleati di Hamas.

E a proposito di Hamas, considerato un’organizzazione terroristica, comincia a insinuarsi l’idea, forse puramente retorica, che si potrebbe negoziare anche con i fondamentalisti.

Del resto in Afghanistan gli Usa trattano con i Talebani, responsabili di atrocità infinite. Nel Medio Oriente dell’era Biden potrebbero trovare altri spazi dittatori e regimi autocratici, sempre nel nome della stabilità ben s’intende.

Nessun trionfo sulle rovine di Gaza

Ali Rashid  22.05.2021

La luce del giorno ha rivelato la vasta distruzione nelle infrastrutture e nelle abitazioni civili, secondo le stime dell’Onu sono più di sessantamila i senza tetto. La gente è incredula di fronte alle macerie di quelle che erano le loro case costruite con sacrifici di generazioni e cercano di recuperare il recuperabile.

Manifestazioni di giubilo dei palestinesi in tutta la Palestina storica e nella diaspora per quella che considerano una vittoria per non aver accettato di piegarsi al diktat di Israele.

Per Hamas si tratta di una svolta storica. Oltre al massiccio consenso e non solo in Palestina, il suo ruolo in questo momento viene riconosciuto anche se non in forma diretta dalla diplomazia internazionale.

Da oggi in poi sarà difficile per l’Anp ignorare le richieste unanimi di unità nazionale, pena la sua trasformazione in un altro regime arabo che basa la sua forza sul controllo delle strutture dello «Stato».

Anche Natanyahu insieme al ministro della difesa e capo di stato maggiore canta vittoria per le perdite inflitte a Hamas e alle altre organizzazioni «terroristiche» nella Striscia, senza convincere però la maggior parte della popolazione israeliana.

Per i moderati si è trattato di una guerra voluta da lui per ricompattare la destra intorno alla sua guida e salvarsi dalla prigione per corruzione.

Per gli abitanti delle colonie intorno a Gaza insieme ad autorevole commentatori, si tratta di un fallimento totale sul piano militare perché lascia le cose come erano prima. La parte più estrema della destra israeliana minaccia di ritirare il suo sostegno al governo in caso di concessioni ai palestinesi sulla questione di Gerusalemme come è realmente avvenuto.

L’elemento più importante che emerge dalle ceneri di questa guerra riguarda la svolta nell’atteggiamento della comunità internazionale, e degli Stati unite in particolare. Non c’è dubbio che l’insistenza di Biden è stata decisiva per fermare i bombardamenti e questo perché voci autorevoli di democratici come Sanders nel Congresso e nel Senato criticano apertamente la politica israeliana. Mentre il presidente rinnova l’impegno nella sicurezza di Israele e la fornitura di nuove armi di precisione, esponenti del suo partito presentano una risoluzione per bloccarla.

Per la prima volta si parla anche di diritti civili e di discriminazione della popolazione palestinese in Israele.

A differenza del passato, unanime è la richiesta della comunità internazionale di esaminare le ragioni profonde del conflitto sulla base del diritto e delle convenzioni internazionali: espressioni che contraddicono il solito generico invito alle parti di riprendere le trattative. Sono tutti elementi che alimentano la speranza e pongono limiti all’arroganza del governo e della destra israeliana.

Con molto sospetto viene visto il protagonismo della diplomazia egiziana che riceve quasi una delega dell’Ue e degli Usa. Lo stesso impegno egiziano di contribuire con 500 milioni di dollari alla ricostruzione sembra la premessa per imporre un maggiore controllo di «sicurezza» nella Striscia.

Il compito che l’Anp palestinese non è in grado di svolgere per erodere il potere di Hamas, diventa materia di intesa tra Egitto e Israele con il sostegno internazionale come condizione per la ricostruzione di ciò che questa guerra e le guerre precedenti hanno distrutto.

La rimozione delle macerie e la ricostruzione richiedono un sforzo che le forze locali non sono in grado di garantire, ma affidare questo ruolo alle società di proprietà del esercito egiziano note per il livello di corruzione, non è una scelta accettabile e le conseguenze politiche sono gravi.

A ben vedere questa ultima guerra ha messo in scacco il piano di Trump per il Medio Oriente e ha dimostrato l’irrilevanza dei suoi protagonisti, avendo accresciuto l’egemonia e il ruolo di alcune potenze regionali come la Turchia e l’Iran.

La regione non è più una terra di nessuno che Israele e America possono gestire in modo arbitrario, e penso che l’attuale amministrazione abbia inteso questo cambiamento. La questione di Gerusalemme, della Moschea, della libertà capitale d’Israele, l’autodeterminazione del popolo palestinese, la discriminazioni dei palestinesi in Israele, la strisciante colonizzazione dei Territori palestinesi occupati sono fattori fondamentali per una futura stabilità della regione e non possono essere oggetto di scelte unilaterali e arroganti della destra israeliana.

Il destino della regione e il futuro di tutti i suoi popoli impongono a tutti un approccio radicalmente diverso dal passato, le rivendicazioni legittime dei palestinesi dopo anni di solitudini trovano risposta da larghissima parte della opinione pubblica della regione e oltre.

È prioritario che il presidente Abu Mazen prenda l’iniziativa per unificare le forze politiche palestinesi colmando il vuoto politico esistente e la legittimità della rappresentanza democratica che il popolo palestinese ha dimostrato di meritare.

L’accordo di Oslo è morto e sepolto da molto tempo ad opera della destra israeliana quando ha ucciso il primo ministro Rabin, l’unica cosa che rimane di quell’accordo è l’Anp stessa.

Bisogna andare verso una soluzione basata sul diritto e sulle convenzioni internazionali, come ha affermato il segretario delle Nazioni Unite.