FERMIAMO TUTTI I CAINI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FERMIAMO TUTTI I CAINI da IL MANIFESTO

Fermiamo tutti i Caini

LE CENERI DI PASQUA. Ancora una volta il papa, che non hai mai lesinato parole di condanna a chi in questi anni ha «trafficato in armi parlando di pace» tornano forti a farsi sentire

Tommaso Di Francesco   17/04/2022

«Il mondo ha scelto, è duro dirlo, ma ha scelto lo schema di Caino e la guerra è mettere in atto il ‘cainismo’, cioè uccidere il fratello» e di nuovo: «Io capisco i governanti che comprano le armi, li capisco ma non li giustifico. Perché dobbiamo difenderci, perché è lo schema ‘cainista’ di guerra. Se fosse uno schema di pace, questo non sarebbe necessario». Ancora una volta il papa, che non hai mai lesinato parole di condanna a chi in questi anni ha «trafficato in armi parlando di pace» tornano forti a farsi sentire. Chiama nel deserto? Eppure la sua iniziativa per la Via Crucis – due donne, una ucraina l’altra russa nella processione – non è solo liturgia pasquale simbolica ma l’indicazione di una ultima, disperata possibilità per il negoziato e il cessate il fuoco immediato.

Perché letteralmente il mondo sta precipitando in una guerra più vasta e micidiale che non sappiamo più nemmeno come chiamarla. Zelensky dice di «prepararsi ad un attacco nucleare russo», e torna ad insistere: «Dateci più armi e la guerra finirà prima». Ma non è ormai vero il contrario? Perché ad ogni vittoria resistente delle forze militari ucraine, come il colpo inferto con l’affondamento della nave ammiraglia Moskva, scatta la risposta routinaria e crudele della rappresaglia russa. Una Russia che si sentirà sconfitta non sarà forse più pericolosa di come lo è ora?

Aspettando la rivolta contro Putin? Ecco che la guerra si avvita su se stessa. Biden ammonisce: «Se saranno colpiti i nostri convogli di armi, risposta senza precedente», e Putin risponde: «Con l’invio di armi si va allo scontro diretto Russia-Usa» – e già ci si è andati vicini con la base di Yaroviv a colpita a 20 km dalla Polonia; intanto Boris Jonson invia forze speciali a Kiev, mentre Mosca denuncia nuovi attacchi, dopo Belgorod, in territorio russo al punto di essere pronta ad una «dichiarazione di guerra all’Ucraina», peggiore pare di capire di quella non dichiarata ma agita finora in modo criminale contro i civili. L’inferno scende i gradini e non si ferma.

Il fatto è che la scellerata decisione di Putin di invadere l’Ucraina ha scatenato e portato in evidenza tutti i Caini che nella storia degli ultimi venti anni hanno fatto della guerra la loro affermazione di potenza. Veniva da rabbrividire giorni fa quando dalle colonne del Corriere della Sera, l’ex presidente Usa Bill Clinton rivendicava: «Quello che accade in Ucraina dice che abbiamo fatto bene ad allargare a Est la Nato». Come a dire: abbiamo fatto bene a provocare per avere questa reazione di morte nel cuore dell’Europa. Nonostante che tutti i leader americani che hanno presieduto alla sicurezza Usa, Da Brezhinski a Kissinger, da Kennan all’ex ministro della difesa Robert Gates abbiano messo in guardia proprio contro l’allargamento a Est della Nato e la «linea rossa» del coinvolgimento dell’Ucraina – e dopo una guerra civile che durava da otto anni.

Come è possibile immaginare che la Nato, che ha seminato di orrori contro i civili rimasti impuniti – con devastazione del diritto internazionale ora rivendicato – interi Paesi, dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, dai quali sono fuggiti milioni di esseri umani ricacciati indietro dalla civile Europa, diventi un simbolo liberatore di sicurezza? Quando perfino per l’articolo 10 del Patto atlantico ogni allargamento è problematico se pregiudica, come ora, proprio la sicurezza, con la guerra al di là dei confini che si allarga ogni giorno che passa?

Così accade che i modelli di neutralità positiva che esistevano in Europa come Finlandia e Svezia, invece che chiedere protezione all’Unione europea si rivolgano ad una alleanza militare la cui guida è al di là dell’Atlantico. Dove il presidente in carica si gioca la rielezione tra pochi mesi proprio sulla tenuta dura del conflitto al di là dell’oceano. Ma per Macron in questo momento è vero l’esatto contrario.

Che per anni duri una Siria nel cuore d’Europa può perfino tornare utile per ridefinire il mondo e mandare un messaggio di fuoco al nemico vero, la Cina.

Eppure proprio nel momento più buio, proprio quando sembra che non sia possibile alcuna iniziativa, proprio qui e ora bisogna dire basta. Il rischio è rimanere inascoltati. È però un rischio da correre, che non va lasciato solo al papa. Siamo sicuri che sul possibile negoziato per fermare la guerra di Putin abbiano fallito solo i timidi tentativi di Germania e Francia e non abbia pesato e vinto di più l’oltranzismo di Stati uniti, Gran Bretagna e Polonia? Dov’è l’Europa che prometteva un’epoca di pace e sicurezza ai suoi popoli? L’Unione è destinata dunque a scomparire come entità indipendente, forte solo di una logica di costosissimo riarmo che sposta l’asse del welfare a quello del warfare, al di là del suo ricompattamento apparente?

Bisogna fermare non solo i condizionatori per un nuovo modello di sviluppo, ma subito il normale funzionamento della società civile. Torni in piazza chi è contro la guerra e si raddoppi lo sforzo delle missioni di interposizione di pace in Ucraina e in sostegno dei pacifisti russi – per una lunga marcia Perugia-Assisi. Ma non basta. Urge un immediato sciopero di massa – sì, proprio quello di Rosa Luxemburg – che entri da protagonista in scena, come fu il pacifismo nel 2003. Consapevoli che se è alla guerra mondiale che stiamo andando non c’è Pnrr, o legge elettorale o catasto che tenga. La vertenza deve essere quella della pace.

C’è ancora un governo Draghi che voglia assumere questa responsabilità per strappare l’obiettivo di un negoziato, impegnando anche l’ambasciatore che torna a Kiev? Altrimenti non c’è futuro, le porte aperte alla deriva precipitosa non avranno il tempo degli anni: in poche settimane arriveremo al punto di non ritorno.

Mentre linciano Tchaikovsky, le statue di Pushkin, i seminari su Cechov, la musica di sottofondo non è quella radiosa della Grande Pasqua russa di Rimskij-Korsakov ma il cupo e profondo messaggio di Shostakovich, senza scampo, che avverte l’inesorabile barra del tempo.

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