“E ALLORA LE FOIBE?” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“E ALLORA LE FOIBE?” da IL MANIFESTO

Gli orrori del fascismo di frontiera all’origine della tragedia delle foibe

Novecento. Il «Giorno del Ricordo» coincide quest’anno con l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia. L’occupazione dell’Asse costò la vita a un milione e mezzo di persone. Alla fine del conflitto nessun italiano, pur iscritto nella lista dei criminali di guerra, fu mai processatoDavide Conti  10.02.2021

Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

Lungi dall’essere «italiani brava gente», come la narrazione autoassolutoria del dopoguerra avrebbe affermato come dogma intangibile dell’elusione della «colpa», i militari del re e di Mussolini venivano così apostrofati per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le case dei civili sfollati, fucilati o deportati nei campi di internamento in applicazione delle misure di controguerriglia antipartigiana che l’Italia avrebbe conosciuto con l’occupazione nazista.

L’OTTANTESIMO anniversario dell’aggressione alla Jugoslavia dovrebbe rappresentare, nelle celebrazioni del «Giorno del ricordo», occasione di elaborazione storica del nostro passato consegnando una interpretazione integrale alla legge istitutiva di questa giornata che invita a dare conto «della più complessa vicenda del confine orientale» ovvero a ciò che è accaduto prima delle foibe e dopo la fine della guerra.

Al crepuscolo dello Stato liberale e nel pieno «biennio rosso» 1919-20, lo squadrismo emerse in quelle terre come elemento di sintesi di istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori della società italiana che andavano dalla piccola-media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari. A Trieste e in Istria si sperimentò quel fascismo di frontiera che nel 1920-22 intensificò l’azione violenta in tutta la regione. In quelle terre nacque il moto reazionario che avrebbe investito il Paese ed instaurato la dittatura «In altre plaghe d’Italia – scrive Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

Così mentre nel 1919-20 i tribunali a Trieste e Pola, non ancora fascistizzati, emettevano 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere contro ferrovieri e metalmeccanici in sciopero accusati di «anti-italianità, filo-slavismo, cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile», lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan che cento anni dopo sarà restituito alla Slovenia dal Presidente della Repubblica Mattarella) ed anticipando la condotta del regio esercito nel 1941. Mussolini chiarì il suo programma a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1 milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della «Circolare 3C» (che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani) firmata dal generale Mario Roatta; dalla «Cintura di Lubiana» (un perimetro di filo spinato e posti di blocco attorno alla città poi sottoposta a razzie e deportazioni); dalle direttive di Mussolini ai suoi generali «al terrore dei partigiani – disse a Gorizia nel 1942 – si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

DALL’IMPIANTO IDEOLOGICO della «guerra totale» fascista discese la condotta dei comandi militari del regio esercito che fece mostra di sé nella città di Podhum il 12 luglio 1942 (91 uomini fucilati sul posto e 800 deportati) o nei villaggi di Zamet e Danilovgrad, rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 o con il «governatorato» del generale Alessandro Pirzio Biroli in Montenegro. Pratiche belliche che facevano seguito alla snazionalizzazione teorizzata da Mussolini: «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

Alla fine del conflitto nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. La Guerra Fredda e le necessità anglo-americane di riorganizzare l’esercito italiano e inserirlo nell’Alleanza atlantica permisero impunità e continuità dello Stato, determinando quella «mancata Norimberga» che segnerà la più vistosa delle aporie della nostra storia.

Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese.

IL «SILENZIO» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.

La «più complessa vicenda del confine orientale» racconta questo lato della storia nazionale e deve spingere il Paese a fare i conti con il proprio passato contro un «populismo storico» che si diffonde pervicacemente nella società minandone i valori costituzionali ed antifascisti: «Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo storico da cui è stato preceduto».

Bibliografia ragionata

Sulle foibe: Joze Pirjevec, «Foibe. Una storia d’Italia» (Einaudi), Raoul Pupo-Roberto Spazzali, «Foibe» (Mondadori), Giacomo Scotti, «Dossier Foibe» (Manni), Giampaolo Valdevit, «Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1945» (Marsilio). Sull’occupazione italiana della Jugoslavia e dei Balcani: Davide Conti, «L’occupazione italiana dei Balcani 1941-1943. Crimini di guerra e mito della brava gente» (Odradek), Eric Gobetti, «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia 1941-1943 (Laterza), Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa 1940-1943» (Bollati Boringhieri). Sui mancati processi ai criminali di guerra italiani e sul mito degli «italiani brava gente»: Michele Battini, «Peccati di memoria: la mancata Norimberga italiana» (Laterza), Davide Conti, «Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana» (Einaudi), Angelo Del Boca, «Italiani brava gente?» (Neri Pozza), Filippo Focardi, «Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale» (Laterza), Filippo Focardi, «Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe» (Viella).

 

Al confine orientale una resa dei conti ideologica e non una pulizia etnica

Novecento. L’ultimo libro dello storico torinese Eric Gobetti «E allora le foibe?» (Laterza) ha il grande merito di riassumere i punti essenziali di una vicenda altrimenti complessa e intricata, con l’obiettivo dichiarato di favorire su questo tema il confronto civile piuttosto che lo scontro ideologicoGuido Caldiron  10.02.2021

Sottrarre la memoria di quanto accaduto al confine orientale del Paese prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, alla propaganda dell’estrema destra e rendere finalmente il «Giorno del Ricordo» – istituito nel febbraio del 2004 per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, la prima proposta di legge in tal senso venne dagli eletti di Alleanza Nazionale – «una data per ricordare i drammi prodotti dal nazionalismo, dal fascismo, dalla violenza ideologica, dalla guerra».
Pensato per il grande pubblico più che per gli specialisti, E allora le foibe? (Laterza, pp. 116, euro 13), l’ultimo libro dello storico torinese Eric Gobetti, già autore di testi e documentari dedicati alle vicende dell’occupazione italiana e del movimento partigiano in Jugoslavia, ha il grande merito di riassumere i punti essenziali di una vicenda altrimenti complessa e intricata, con l’obiettivo dichiarato di favorire su questo tema il confronto civile piuttosto che lo scontro ideologico.

A QUANTI in questi anni hanno giocato sull’ambiguità e la confusione, cercando di trasformare il 10 febbraio in qualcosa di simile al Giorno della memoria (27 gennaio) – nel 2019 fu l’allora vicepremier Matteo Salvini a dichiarare, a Basovizza, un’analogia tra le vittime di Auschwitz e quelle delle foibe – o a costruire un racconto di quelle vicende che rende fascisti e nazisti vittime delle «belve slave», echeggiando una retorica razziale che era propria di quei regimi, come accade in Rosso Istria, un film trasmesso dalla Rai sempre due anni orsono, Gobetti replica con i dati e la ricostruzione del contesto nel quale tutto ciò ebbe luogo.

IN ALCUN MODO si tratta infatti di negare l’evidenza di una tragedia, quanto piuttosto di restituirla alla verità storica senza travisare la natura dei fatti e lo scenario nel quale si è compiuta. Prima di tutto va così ricostruito il processo che conduce, in un’area dove per secoli hanno convissuto decine di popoli, all’affermazione di «identità» chiuse e contrapposte. Sulle rovine dell’impero multietnico degli Asburgo, sarà l’Italia fascista a puntare tutto sull’italianità di queste terre dalle quali costringere «gli altri» ad emigrare forzatamente e con la violenza o a rinunciare a lingua e storia proprie. Una prospettiva che con l’invasione del 1941 ad opera delle forze dell’Asse, si tramuterà ulteriormente in una guerra razziale contro le popolazioni locali.

IN SEGUITO, dopo l’8 settembre, l’intera area diverrà parte della cosiddetta Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, sottoposta al diretto controllo dell’amministrazione militare tedesca e dove le unità volontarie italiane della Rsi, come la X Mas di Borghese, svolgono compiti di repressione prendendo spesso di mira la popolazione civile.

È all’interno di questo drammatico orizzonte, fatto di stragi, deportazioni e sofferenze immani che vanno ricercate le radici di quanto avverrà nel dopoguerra, in quella che Gobetti definisce una drammatica «resa dei conti», simile a quanto accade nel resto d’Europa dopo il 1945.

Tra le 3000 e le 4000 le vittime italiane di una giustizia sommaria che mette insieme criminali di guerra, fascisti, possibili futuri avversari ideologici di un Paese, la Jugoslavia, che si va ricostruendo guardando all’Urss di Stalin, ma anche persone identificate come «nemici» solo perché appartenenti ad un’altra comunità.

Una tragica caccia agli avversari politici, presunti o reali, perciò ma non una «pulizia etnica» programmata come in molti l’hanno definita. Nello stesso periodo saranno 10mila gli sloveni, collaborazionisti o presunti tali, e 60mila i croati, uccisi nei territori liberati dai partigiani jugoslavi, nelle cui fila combattevano anche migliaia di italiani.

RICOSTRUIRE le proporzioni e il contesto della tragedia non toglie nulla alla gravità di quanto accaduto, spiega Gobetti, ma può scongiurare il rischio, insito nelle forme assunte fin qui dalle commemorazioni, «di far passare i fascisti per vittime, ma anche le vittime per fascisti». Nel primo caso si dimentica che fu il fascismo a dare il via a quel ciclo di violenza per almeno un ventennio, nel secondo si fa torto alla maggioranza delle vittime, «attribuendo loro un fardello di colpa che non hanno e non meritano».