DUE VOLTE 11 SETTEMBRE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DUE VOLTE 11 SETTEMBRE da IL MANIFESTO

11 settembre 1973, il golpe che ha cambiato il mondo

Cile. Nella fine violenta dell’”esperimento” di Allende, sostenuta dagli Usa, un messaggio anche all’Europa

Roberto Livi  11.09.2021

Le foto del presidente Salvador Allende con elmetto e un Kalashnikov, degli aerei Hawker-Hunter che bombardavano il palazzo presidenziale La Moneda e del generale Augusto Pinochet con gli occhiali scuri che guidava la giunta golpista fecero il giro del mondo. Nessun colpo militare in America latina ebbe in tutto il pianeta un impatto così forte come quello perpetrato in Cile l’11 settembre 1973, afferma il professor Alan Angell (Università di Oxford). Per questo il golpe, frutto dell’alleanza della destra reazionaria politica e militare e dell’attivo appoggio degli Usa, suscitò sorpresa e indignazione.

LA VITTORIA di Unidad Popular nell’eleggere il socialista Allende come presidente nel 1970, come pure il processo pacifico di generare cambiamenti politici, sociali ed economici del socialismo cileno avevano suscitato grande interesse non solo nel subcontinente latinoamericano, ma in molti altri paesi. Soprattutto in Europa.
L’America latina si trovava sotto l’influenza di due modelli di sovranità e indipendenza volti a un cambiamento progressista: quello “rivoluzionario” di Cuba e di Fidel Castro e quello pacifico e politico del Cile di Allende e della coalizione Unidad popular.

La sconfitta della teoria del “foco” rivoluzionario (osteggiato anche dall’Unione sovietica e dai Pc satelliti) avvenuta con l’uccisione del Che nel 1967 e il viaggio di Fidel a Santiago del Cile nel 1971 facevano ipotizzare un’integrazione tra le due esperienze. Un’ipotesi questa che trovava una forte opposizione sia nella Casa bianca che nel Pentagono. Per Henry Kissinger, teorico e responsabile della politica estera dell’amministrazione repubblicana di Nixon, l’esperimento di governo socialista eletto democraticamente presieduto da Allende doveva fallire, perché gli Usa potessero mantenere il loro controllo imperiale nel «cortile di casa». Con ogni mezzo. Dagli scioperi dei camionisti, al golpe del fellone Pinochet. I campi di concentramento, gli assassinii, i desaparecidos, le brutali violazioni dei diritti umani, l’opposizione eliminata o costretta all’esilio erano per Kissinger «un male necessario» per combattere il pericolo marxista.

IN EUROPA, dove all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso iniziavano a porsi le basi di quello che poi sarebbe stato definito l’eurocomunismo – che sostanzialmente prevedeva un socialismo necessario e possibile in paesi a democrazia pluralista e dunque una linea indipendente dall’Urss- l’”esperimento” di Allende era seguito con interesse soprattutto in Italia e Francia. E fu proprio in questi paesi che la “lezione del Cile” (data dagli Usa) ebbe maggior reazione. Il partito socialista francese dibatté a lungo e arduamente come modificare la sua tattica politica. Con il saggio -3 articoli sulla rivista Rinascita – Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, Enrico Berlinguer formulò la nota linea del “compromesso storico”in cui il segretario del Pci proponeva alla Dc una collaborazione di governo. In sostanza, si accettava che gli Usa non avrebbero permesso una modifica degli equilibri geopolitici di Yalta.

La lunga dittatura di Pinochet (1973-90) è stata in seguito giustificata – o addirittura apprezzata – in base a tre fattori: ha messo fine al pericolo marxista in America latina; ha permesso per anni una stabilità politica al Cile e, la più citata, ha prodotto una considerevole crescita economica la paese.

I PRIMI DUE FATTORI, ideologici, hanno avuto smentite fattuali: nei primi quindici anni di questo secolo la cosiddetta “marea rosa”, ovvero governi socialisti eletti, più o meno radicali, si è estesa dal Venezuela all’Argentina, passando dall’Ecuador, Bolivia, Uruguay, Paraguay e, soprattutto, Brasile (Lula e Dilma). E negli ultimi mesi in Cile, con la vittoria delle forze progressiste nel referendum (ottobre 2020) sulla Convenzione costituente, l’Assemblea è già al lavoro su un’ipotesi di una Carta Magna progressista, che garantisca salute ed educazione pubblica, eguaglianza di genere e il riconoscimento e i diritti ai popoli originari che erano stati loro negati.

PER QUANTO RIGUARDA la stabilità politica – di cui ha goduto sostanzialmente l’oligarchia – essa è stata pagata duramente dalle masse popolari: negli ultimi anni della dittatura la disoccupazione ha raggiunto il 30% mentre il 40% dei cileni era sotto la soglia della povertà. Il Cile lasciato in eredità da Pinochet è afflitto dalla forbice sociale più larga del subcontinente.

Anche le conquiste economiche vantate sia dai Chicago Boys di Milton Friedman che dai seguaci di Friedich Hayek (libero mercato e democrazia limitata dai militari) devono essere sottoposte al vaglio dei fatti: il tasso di crescita annuale dei 17 anni di dittatura non supera il modesto 2%; le privatizzazioni e la riduzione delle spese sociali hanno avuto gravi conseguenze nella qualità della salute e della educazione pubblica, e vi sono state due severe recessioni , nel 1975 e nel 1982-83.

Il crepuscolo dei valori occidentali

Torri Gemelle. Nel rancore e nell’incattivimento che si scaglia contro il «buonismo», in America e in tutte le nazioni occidentali in balia della marea populista, si ravvisa, introiettata, la violenza delle guerre civilizzatrici

Luca Celada  11.09.2021

Le immagini speculari dei corpi lanciatisi nel vuoto dall’alto delle torri gemelle incendiate e quelli che cadono dopo aver tentato la disperata fuga appesi ai carrelli degli ultimi aerei C130 a lasciare Kabul, aprono e chiudono simmetricamente il ventennio iniziato l’11 settembre del 2001.
Una simmetria che in questo anniversario potrebbe indurre a considerare, con le lacrime di Biden trasmesse a reti unificate, la parabola afghana chiusa e consegnata alla storia.

Il ventennio è invece plausibilmente solo un primo capitolo di un presente ancora tutto da scrivere e dalle molte domande ancora senza risposta. «Alla fine ha vinto bin Laden», ha scritto Michel Moore in un saggio diffuso questa settimana, «ma non avrebbe potuto farlo senza tutto il nostro aiuto».

Ed è difficile interpretare gli eventi in modo altro che una débacle occidentale. Le menzogne antesignane di Bush e Colin Powell hanno generato l’attuale marasma di fake news che nutrono i complottismi e le demagogie populiste che stanno destabilizzando le democrazie occidentali. Un filo diretto lega l’11 settembre al 6 gennaio 2021.

«Siamo diventati peggio di loro» afferma ripetutamente il documentario passato nell’anniversario sulla rete pubblica Pbs, annoverando disillusione e amarezza per la guerra futile fra i moventi dei molti reduci presenti nella folla che lo scorso gennaio ha assaltato il congresso nel tentativo di invalidare le elezioni e sovvertire il governo della «culla della democrazia occidentale».

Nel rancore e nell’incattivimento che si scaglia contro il «buonismo», in America e in tutte le nazioni occidentali in balia della marea populista, si ravvisa, introiettata, la violenza delle guerre civilizzatrici. Non è stato l’occidente a illuminare la barbarie con la sua democrazia. Invece il virus dell’extra legalità ha contagiato l’occidente dei «valori e dei diritti» corso ad abbracciare lo stato di sorveglianza del patriot act. I veleni di Guantanamo ed Abu Ghraib hanno corroso l’occidente; i compromessi fatali della guerra al terrorismo hanno pregiudicato infine ogni presunta autorità morale.

Incapaci di immaginare soluzioni alla globalizzazione messa in moto da colonialismo e capitale, le democrazie avanzate sono costellate di centri di detenzione e campi di sottolavoro. Una cintura di abbietti campi profughi appaltati a stati clienti circonda le cittadelle del benessere. Demagoghi opportunisti cavalcano la sindrome da accerchiamento per esacerbare il panico e il rancore.

Moore immagina un bin Laden che sorride dall’aldilà, constatando come il suo progetto abbia funzionato alla perfezione: «Noi, suoi nemici mortali, ci troviamo in scompiglio, in guerra con noi stessi». L’applicazione, decisa allora, del vecchio modello di guerra al nuovo mondo asimmetrico, si rifaceva ad un modello imperialista fuori tempo massimo ed esprimeva in senso più lato il disperato ritardo di una politica – e geopolitica – senza gli strumenti per decifrare un presente che sfugge sempre più alle vecchie classificazioni.

Il tentato golpe trumpista ha messo in chiaro che negli Stati uniti è in corso una sorta di guerra civile culturale. Il populismo arcigno di Trump ha eviscerato la destra conservatrice e trasformato il partito del capitale in un’organizzazione eversiva e antidemocratica, promotrice di istanze suprematiste, autoritarie e xenofobe. La principale minaccia terrorista oggi è interna e la campagna insurrezionalista strisciante promossa dal Gop ha prodotto un’instabilità sistemica che rischia nei prossimi mesi ed anni di destabilizzare forse irrimediabilmente l’esperimento americano. In questa America radicalizzata il partito di minoranza (i repubblicani si attestano realisticamente non oltre il 45% dei consensi popolari) progetta di riprendere il potere sopprimendo il voto di avversari e minoranza, utilizzando i meccanismi intermediati del federalismo e del collegio elettorale, oltre che la sistematica erosione di fatti e della realtà condivisa a mezzo complottismi e disinformazione via social.

Singoli stati ad amministrazione repubblicana conducono guerre autonome contro la «dittatura sanitaria», promuovono il porto d’armi, proibiscono, come il Texas, l’insegnamento di testi «anti americani» nelle scuole. Sempre il «Lone Star state» ha unilateralmente sospeso il diritto all’aborto. La corte suprema blindata da Donald Trump con nomine di integralisti cristiani avvalla la rivolta dei talebani a stelle e strisce. L’obbiettivo è di invalidare la democrazia multiculturale, imporre una anacronistica retromarcia, politica, sociale, eugenetica. Allo «scontro di civiltà» è subentrata la culture war permanente – un feroce scontro intestino sulla modernità.

In tutto questo il dato più innovativo, pur se non sufficiente, è tutto sommato la rinuncia alla guerra su cui insiste Biden. In Usa, come in Europa, la svolta a destra c’è stata con la mutazione del conservatorismo in nazional-populismo identitario e sovranista. È invece «a sinistra» che rimane da trovare una risposta adeguata alle questioni post-11/9 e post-secolo americano. Non si ravvisa ancora in questo senso un’evoluzione verso un progressismo che riesca a farsi carico in modo propositivo di globalizzazione dal basso, multiculturalismo, post-lavoro, disuguaglianze e clima in modo organico e politico.
Finché sarà così l’11 settembre rimarrà un capitolo aperto.