DRAGHI PALADINO EUROPEO DEL BLABLABLA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DRAGHI PALADINO EUROPEO DEL BLABLABLA da IL MANIFESTO

Clima e ambiente, Draghi paladino europeo del bla, bla, bla

Scenari. Il governo, e il mondo, dichiarano altisonanti parole come «crescita». Ma non sanno come affrontare il mutamento radicale di tutti gli assetti produttivi, occupazionali e sociali

Guido Viale  02.10.2021

Avete presente la fuga catastrofica da Kabul degli occidentali di fronte all’avanzata dei talebani? Non si erano preparati, nonostante sapessero che gli accordi di Doha non sarebbero stati rispettati. E si sono messi in salvo – non tutti – grazie alla logistica dell’esercito Usa, sconfitto in guerra ma ancora operativo da 10mila e più chilometri di distanza.

BENE. QUELLA NON È che una pallida anticipazione della rotta che rischia di travolgere tutti gli Stati del mondo insieme ai loro abitanti di fronte all’avanzata dei fenomeni metereologici estremi provocati dalla crisi climatica e alle loro conseguenze sull’economia (prezzi, catene di fornitura, sbocchi di mercato, occupazione) che nessun governo si sta preparando ad affrontare, nonostante gli accordi stipulati e confermati nelle 25 COP che si sono succedute in trent’anni di vita della Convenzione sul clima; e che tutti i governanti sanno che non saranno rispettati: a partire da loro. Come pensare che l’esito di questo confronto possa essere diverso dalla rotta afghana? Questa volta però non ci sarà un Quartier generale esterno a mettere in salvo qualcuno. Sarà anch’esso inghiottito dall’imprevisto ma non imprevedibile sviluppo degli eventi.

LA DIPLOMAZIA AMBIENTALE è ormai fatta solo più di dichiarazioni altisonanti – i blablabla denunciati da Greta – ma sembra quasi che l’arte del governo si sia ridotta all’escogitazione di strattagemmi, trucchi e imbrogli per ritardare, posporre, ridurre, proporre eccezioni, equivocare, rinnegare, falsare gli impegni presi. Il ministro Cingolani è un maestro in quest’arte, che rischia di tradursi nella famosa profezia che si autoavvera: guidata da uno come lui, infatti, la transizione ecologica non può che produrre «un bagno di sangue» (ma i suoi colleghi europei non sono da meno; con un po’ più di stile). Mentre Draghi, uscito dal suo secolare silenzio, si incarica di coprirne l’operato (il non operato) auto-proponendosi come paladino europeo del clima.

Ma né l’uno né l’altro hanno la minima idea di come affrontare il problema che esige un mutamento radicale di tutti gli assetti produttivi, occupazionali e anche sociali del paese e del mondo. E «ciao crescita!», parola che continua a rimbombare nelle loro bocche. Ma è un mutamento che diventa tanto più difficile da realizzare, e persino da concepire, mano a mano che se ne procrastina l’inizio. Senza dirlo lo ha confessato lo stesso Cingolani parlando con Greta: ma voi che cosa proponete? Sembra non rendersi conto che dall’alto di una poltrona ministeriale e dal basso di piazze svuotate da due anni di covid la questione delle proposte non si presenta certo nello stesso modo…

EPPURE, LE COSE SONO chiare: vanno interrotte subito prospezione, estrazione e, ovunque non indispensabili, utilizzo dei fossili (garantendo un reddito adeguato a chi resta temporaneamente senza lavoro) e vanno accelerati con tutte le risorse disponibili lo sviluppo delle fonti rinnovabili e la drastica riduzione di sprechi e usi superflui dell’energia. Va bloccato il consumo di suolo, ridimensionati agricoltura e allevamenti industriali, cambiato radicalmente il sistema di mobilità, non con la motorizzazione elettrica di massa, ma con un trasporto pubblico sia di linea che flessibile e personalizzato, potenziando i mobility manager sia di azienda che di condominio e quartiere.

Ma soprattutto vanno ridotte le distanze da percorrere con un uso flessibile del web e attrezzando e rivitalizzando gli ambiti territoriali locali con la città dei 15 minuti. Le scuole devono diventare il centro della vita di ogni quartiere aprendo le finestre sul mondo e aprendosi al resto del mondo e mettendo la conversione ecologica al centro dell’attenzione, cosa che Cingolani si è ben guardato dal fare.

SONO TUTTE COSE che privilegiano la dimensione locale (comunità energetiche, del cibo, della prossimità) e i relativi governi; che per lo più oggi latitano (quali e quanti candidati in queste elezioni hanno messo la crisi ecologica al centro della loro attenzione?), ma che restano il livello istituzionale più accessibile all’iniziativa dal basso.

Non fermeranno, le poche che si attiveranno da subito, l’avanzata della crisi climatica.
Ma lo stallo finirà per esautorare i governi nazionali – il loro personale, politico e non, è incapace di ricambi sostanziali – per consegnare alle comunità locali l’iniziativa nell’adattamento alle peggiorate condizioni ambientali ed economiche dei prossimi decenni. E grazie alla sua replicabilità e alla promozione di collegamenti orizzontali tra le forze più attive l’iniziativa locale potrà fare da argine all’avanzata dell’apocalisse. In attesa di un completo ricambio, innanzitutto generazionale, di quel personale che ha avuto in mano il destino del mondo dimostrando di non essere all’altezza del compito.

Milano for future, la ricarica dei «50 mila» per il clima

Emergenza climatica. La protesta assedia «preCop26». Greta guida le danze cantando e ballando Bella ciao

Roberto Maggioni  MILANO  02.10.2021

I Riemersi dal lungo lockdown di piazza del Covid i giovani di Fridays For Future hanno dimostrato di essere ancora numerosi, determinati e più arrabbiati di prima. Quello di ieri a Milano è stato il corteo più partecipato dall’inizio della pandemia, 30 mila persone, «50 mila» diranno gli attivisti di Fridays dal palco.

DAVANTI, PROTETTA da un cerchio di ragazzi e ragazze che si tengono per mano, Greta Thunberg, l’attivista svedese che ha dato origine al movimento. È lei la più ricercata da fotografi e cameramen, lei così riservata e tranquilla, percorrerà tutto il lungo corteo cantando e ballando insieme alle sue amiche, nessuna concessione ai giornalisti. Another world is necessary è scritto sullo striscione d’apertura, aggiornamento dell’altro mondo possibile che campeggiava 20 anni fa al G8 di Genova.

IN PIAZZA, PARTITI da largo Cairoli, c’erano gli studenti delle scuole superiori, la stragrande maggioranza, con qualche fratello maggiore dell’Università. «Quando la smetteranno i governi di investire nelle energie fossili?» chiede Jacopo, 23 anni, universitario milanese. «L’Italia è ancora impegnata nell’estrazione del fossile, non stiamo vedendo cambiamenti» dice. «L’onda verde è più viva che mai, non possiamo fermarci se non ci ascoltano» dice Miriam, quinta liceo. Vicino a lei un cartello con la sagoma del pianeta Terra febbricitante. «Non moriremo in silenzio» è scritto sul cartello a fianco.

SONO MIGLIAIA I CARTELLI autoprodotti, molti scritti in inglese. Quello sollevato dalla delegata irlandese alla Youth4Climate, Saoi Ó Chonchobhair, dice che il re è nudo: «The emperor has no clothes». Un altro dice «Cop 26 one last chance». E ancora «system change not climate change».
Greta Thunberg solleva un cartoncino marrone con la scritta verde che ha dato il nome al movimento: Fridays For Future.

IL PERCORSO È LUNGO, Greta arriva alla fine del percorso nei pressi del centro congressi MiCo dove si sta svolgendo la Pre Cop26 stremata. A metà percorso, vicino alla stazione Cadorna, gli italiani in testa al corteo iniziano a cantare Bella Ciao, Greta li segue ballando e battendo le mani. Tanto timida giù dal palco, quanto forte e decisa nel discorso che da’ la cifra politica della giornata. «I ministri che sono arrivati in questi giorni stanno fingendo di avere soluzioni concrete per la crisi climatica» dice forte dopo aver salutato e ringraziato Milano. «Più aspettiamo e più danni irreversibili creiamo. Ogni giorno senza un’azione per il clima avrà conseguenze gravi».

È sulle azioni concrete che gli attivisti vogliono misurare la credibilità dei governi. Convinti che, è il passaggio più applaudito del discorso a braccio di Greta Thunberg: «Il cambiamento arriverà dalle strade, non dal bla bla bla dei politici». E ancora: «La speranza siamo noi». Greta chiede a tutti di continuare la lotta «fino a quando non otterremo quello che chiediamo».

CON LEI SUL PALCO altri attivisti internazionali. «Continueremo a scioperare, non staremo zitti ma continueremo a scioperare dando voce a chi non ha voce. Più parliamo più diventiamo forti» dice Vanessa Nakate, ugandese. «Se continuiamo a colpire il pianeta, la situazione in Africa sarà sempre peggiore».

C’È UN ATTIVISTA brasiliano che parla della lotta a difesa dell’Amazzonia, contro il presidente brasiliano Bolsonaro. Dal Messico Ivan dice che non puoi risolvere la crisi climatica se non rompi tutti i meccanismi di oppressione a partire dal capitalismo. La lotta per il clima è lotta alle ingiustizie sociali. Martin, argentino, denuncia che oltre il 50% dei bambini argentini vive nella povertà». Non chiedono mezze misure i ragazzi e le ragazze del clima, non credono a compromessi possibili. Chiedono alla politica un cambio radicale e la politica dovrà fare i conti con loro ancora per un bel po’.

LA DIMENSIONE internazionale delle giornate milanesi racconta di un movimento davvero globale e in espansione. Oggi molti di loro saranno ancora in piazza qui a Milano per la Global March For Climate Justice che partirà alle 15 da largo Cairoli. Arriveranno manifestanti anche da altre regioni, in particolare dal Veneto con la piattaforma Rise Up 4 Climate Justice. E poi in serata un primo bilancio di chiusura dei lavori della Pre Cop26: quanto i potenti della Terra avranno ascoltato i giovani per il clima? Quante delle loro richieste, come la chiusura delle industrie basate sulle fonti fossili entro il 2030, saranno recepite?