DOPO ASSISI ONU e PACIFISTI A KIEV e MOSCA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8192
post-template-default,single,single-post,postid-8192,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

DOPO ASSISI ONU e PACIFISTI A KIEV e MOSCA da IL MANIFESTO

Dopo Assisi i pacifisti a Kiev (e a Mosca)

MOVIMENTI. Ora ‘StoptheWarNow’ prepara tre presenze fisse e tre carovane a Kiev, Odessa e Leopoli e vuole aprire «anche con mezzi propri» un corridoio umanitario a Mariupol. Un cultura della pace guarda in faccia le vittime e il loro dolore, perché tutto questo non accada mai più. Perché la guerra non sia più l’ultima opzione ma una scelta da ripudiare 

Emanuele Giordana  26/04/2022

Il giorno dopo la Marcia straordinaria Perugia Assisi si può trarre un primo bilancio della vitalità di un movimento che non crede alla logica della guerra.

Ma se quel movimento si limitasse a marciare, per quanto significativa sia stata la giornata di domenica con decine di migliaia di marciatori di ogni età ed estrazione, sarebbe facile per i detrattori dire che qualche chilometro a piedi non serve a nulla.

Bisognerebbe dunque spiegare a chi deride coloro che si danno da fare per uscire dalla logica che impone di rispondere guerra a guerra che quel movimento continua muoversi.

Andrà oltre una marcia – che è stato dopo anni di difficoltà anche un forte momento di unità del movimento per la pace – proprio perché l’anima di quei marciatori non si ferma ad Assisi, solo uno dei tanti momenti che cercano di costruire un’altra logica.

STOPTHEWARNOW È una sigla che i lettori de il manifesto conoscono dalla marcia di Leopoli di un mese fa, quando un convoglio di oltre 60 mezzi si è recato nella città più occidentale dell’Ucraina con un messaggio di pace, aiuti umanitari e la capacità di raccogliere e portare in Italia 300 persone in grave difficoltà che non avevano altri mezzi per mettersi al sicuro. Una marcia a cui non è stata dedicata molta attenzione.

Questa sigla, che raccoglie circa 150 diverse associazioni religiose e laiche, e che si deve soprattutto all’iniziativa dell’Associazione cattolica papa Giovanni XXIIImo, è però andata avanti e nei giorni scorsi si è incontrata per formulare un nuovo piano di iniziative.

Il programma lo spiega Gianpiero Cofano di APG23 al telefono da Zagabria: “Abbiamo scritto all’ambasciata russa a Roma offrendoci di aprire un corridoio umanitario a Mariupol anche con mezzi nostri. Ma non sarebbe questo un caso unico: abbiamo intenzione di aprire in Ucraina tre presenza fisse – a Leopoli, Kiev ed Odessa – e organizzare tre carovane umanitarie come accaduto per Leopoli. Le necessità sono in aumento e, se è pur vero che c’è un fenomeno di rientro di alcuni, i tanti in seria difficoltà – perché non hanno soldi o parenti all’estero – continuano ad aver bisogno di un’evacuazione. Inoltre riteniamo che sia importante esserci: con una presenza fisica che gli ucraini ci stanno dimostrando di apprezzare”.

E ANCORA. IL MOVIMENTO attorno a StoptheWarNow ha preparato un testo anche in cirillico, che sarà diffuso oggi, che si rivolge direttamente alla popolazione russa perché faccia il possibile per fermare la guerra. Un testo che sarà diffuso su tutte le piattaforme ma anche appeso ai balconi dei municipi di molti Comuni che già si son resi disponibili.

Mentre si raccolgono i nomi per le missioni umanitarie a Kiev, Leopoli e Odessa – ciascuna di circa 50 volontari – StoptheWarNow non ha inoltre abbandonato l’idea di recarsi a Mosca con una missione che cerchi di incontrare i vertici del Cremlino mentre si va allargando una rete a livello europeo di quella che per ora è stata soprattutto un’iniziativa italiana.

A chi è convinto che si possa costruire un altro percorso che non quello, assai meno faticoso, dell’invio di armi, tutto ciò suona come l’indicazione non solo di una capacità di iniziativa del movimento per la pace ma la spiegazione più che evidente della forza delle iniziative dal basso cui ognuno può contribuire anche con un piccolo gesto.

A chi invece ritiene inutili e addirittura dannose le azioni dei pacifisti sembrerà tutt’al più una pezza sui disastri della guerra.

MA LA STORIA SEMBRA insegnarci che senza un’attività dal basso, senza la gente nelle strade, senza la pressione di migliaia di giovani e meno giovani con le bandiere arcobaleno, i vertici non si muovono. Dovrebbe avercelo insegnato le piazze che ci levarono dal pantano iracheno o la spinta, ancora dal basso, che ha fatto finalmente battere un colpo alle Nazioni Unite, praticamente assenti in due mesi di conflitto.

La “neutralità attiva” dei pacifisti non è l’osservazione asettica di un conflitto ma la coscienza della bestialità della guerra da qualunque parte la si guardi. E chi critica il movimento per la pace, sostenendo che si ammanta di un’equidistanza pelosa, avrebbe dovuto andare domenica alla Perugia Assisi.

Tra le bandiere arcobaleno, quelle rosse dell’Anpi, i gonfaloni dei Comuni, gli striscioni delle singole associazioni, campeggiava una lunga bandiera ucraina a significare che è ben chiaro chi sono gli aggressori e chi è l’aggredito. Ma il punto resta un altro.

LOTTARE PER AFFERMARE un principio di pace significa continuare a lavorarci per costruire una cultura della pace. E una cultura della pace guarda in faccia soprattutto le vittime e il loro dolore, ripromettendosi che tutto questo non accada mai più.

Perché la guerra non sia più l’ultima opzione ma un’opzione da non prendere mai più in considerazione. Un’opzione da ripudiare, come scrissero i padri costituenti dopo la Seconda guerra mondiale quando il mondo sembrava aver capito che quell’olocausto non si sarebbe mai più dovuto ripetere.

Il viaggio di Guterres a Mosca e Kiev e il disinteresse dei governi

DIPLOMAZIA DELL’ONU. Le spinte a mediare, negoziare, fermare la guerra vengono dal basso

Emanuele Giordana  26/804/2022

Cosa ha spinto il segretario generale dell’Onu settimana scorsa, con evidente ritardo, a chiedere un incontro con i due protagonisti della guerra? Per quanto se ne sa, al netto forse di qualche telefonata, nessun Paese ha chiesto il suo intervento. La diplomazia internazionale sembra ormai aver accantonato il ruolo di mediazione che l’Onu può svolgere e, quel che è peggio, il Palazzo di Vetro ne è così conscio da non aver mosso un passo, al netto di qualche generico appello. Poi, a quasi due mesi dall’invasione, Antonio Guterres batte un colpo. Grazie a quali pressioni?

Il 20 aprile il portavoce Onu Stéphane Dujarric spiega che Guterres ha chiesto a Putin e Zelensky di riceverlo. Richiesta consegnata martedì 19 alle missioni dei due Paesi a New York. Il giorno prima, Stephen Schlesinger, autore di Act of Creation: The Founding of The United Nations e collaboratore di PassBlue, gruppo giornalistico indipendente che copre con assiduità il lavoro dell’Onu, anticipa quanto sta per accadere: «L’unico punto in cui la risposta dell’Onu alla crisi ucraina è stata vacillante – scrive il 18 aprile – è il ruolo del segretario generale. Antonio Guterres, è apparso come uno spettatore (e) non è riuscito a intraprendere alcuna azione quando le truppe russe hanno originariamente circondato l’Ucraina, per esempio volando a Mosca per incontrare Putin per scoprire se poteva aiutare a dissipare le sue preoccupazioni. Segretari generali come Dag Hammarskjold, U Thant, Kofi Annan e Ban Ki-moon, avrebbero agito in modo più proattivo per prevenire lo scoppio di una guerra e avrebbero utilizzato tutte le misure per farlo».

Nei giorni precedenti qualcosa si era mosso sia all’interno del Palazzo di Vetro sia da parte di gruppi della società civile. Di almeno due «spinte» vale la pena dare conto. La prima, è la lettera aperta che, già in marzo, porta la firma di 16 premi Nobel sotto la richiesta di una tregua e del ritiro delle forze russe dall’Ucraina. Lettera aperta, ma ovviamente indirizzata a Guterres tanto che il manifesto pubblico viene accompagnato da una lettera in busta chiusa indirizzata proprio a lui: il 23 marzo infatti Lisa Clark e Philip Jennings, co-presidenti dell’International Peace Bureau (Nobel 1910) gli scrivono in forma privata sollecitandolo «urgentemente a recarsi a Mosca e a Kiev per cercare di negoziare un cessate il fuoco e quindi, si spera, per aprire anche le porte alla soluzione del conflitto con mezzi pacifici».

Aggiungono che «finora sono state troppo poche le donne coinvolte nei tentativi di porre fine alla guerra» e gli consigliano di coinvolgere Audrey Azoulay (Unesco) e all’Alta Commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet.

La seconda spinta è di un mese dopo con una lettera datata 15 aprile firmata da 208 ex pezzi grossi del sistema Onu: dall’Unicef all’Undp, dall’Oms all’Unesco. Non si usano mezzi termini: «Come ex membri dello staff del sistema, ci prendiamo la libertà di rivolgerci direttamente a te nella tua qualità di amministratore delegato dell’unico organismo globale che il mondo possiede… ti preghiamo di intensificare gli sforzi personali e agire sulla base delle lezioni apprese dai precedenti conflitti, per la cessazione delle ostilità e risoluzione dei conflitti con mezzi pacifici».

Quello che le due lettera raccontano è che le spinte a mediare, negoziare, fermare la guerra vengono dal basso. Non dai governi. L’unico esecutivo a muoversi è quello dello Stato cattolico per eccellenza, più o meno ufficialmente. Padre Enzo Fortunato, già portavoce del Sacro convento di Assisi, ha incontrato a New York Guterres proprio alla vigilia del suo viaggio di questi giorni.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.