DEMOCRAZIA E PIANETA SI SALVANO INSIEME da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DEMOCRAZIA E PIANETA SI SALVANO INSIEME da IL MANIFESTO

Democrazia e pianeta si salvano insieme

Diritto internazionale . Non si tratta più di semplici scelte di politica economica, ma di azioni consapevoli contro la casa comune della Terra, costituiscono atti gravati da responsabilità generali da far ricadere sotto il diritto penale. L’ambiente è ormai la vita umana, la nostra sopravvivenza sulla Terra

Piero Bevilacqua  30.06.2021

Dobbiamo gettare uno sguardo radicale e disincantato sui limiti della democrazia nei paesi avanzati e sulle conseguenze drammatiche per il prossimo futuro. Non consideriamo qui le limitazioni crescenti alle libertà. Prendiamo atto che il ceto politico e di governo, sempre meno rappresenta il volere dei cittadini. Si pensi al mancato rispetto degli accordi di Parigi per contenere il riscaldamento globale. O si ponga mente alle spese militari. In Italia -non diversamente dal resto del mondo – mentre centinaia di migliaia di cittadini morivano per un virus sono cresciute dell’8,1% rispetto al 2020 e del 15, 7 rispetto al 2019, come documentano decine di rapporti presenti in rete.

Chi ha voluto questi incrementi di spesa? Quale è stato il peso e la voce dei cittadini? E che cosa hanno potuto opporre gli italiani alla vendita di una portaerei al paese i cui servizi hanno torturato e ucciso Giulio Regeni ? Non si tratta solo di segreti di stato. Il fenomeno è più complesso. Il disfacimento dei partiti e la loro debolezza nei confronti delle potenze finanziarie extrastatali, mancando ogni prospettiva di mutamento generale dell’ordine sociale, spinge ogni loro membro a una azione politica di conservazione del proprio ruolo, in competizione con compagni e avversari. Necessariamente deve accettare lo status quo quale limite invalicabile per il proprio personale agire se vuole ottenere successo.

Tutti possono osservare che, nel migliore dei casi, il ceto politico – impegnato a mediare tra poteri sovrastanti e bisogni dei cittadini – persegue vantaggi generali solo entro confini definiti, essendo diventato ormai un segmento della divisione sociale del lavoro del modo di produzione capitalistico. Anch’esso componente interna, insieme al complesso dei media, che ne elabora e amplifica i messaggi, al processo della crescita senza fine. Per tutta l’età contemporanea la cultura e gran parte delle scienze, in primissimo luogo l’economia, la disciplina con più rilevanti ricadute sulla natura, ha ignorato ab imis la natura medesima.

Oggi questa gigantesca ignoranza e insostenibile omissione non è più possibile. Ma al tempo stesso non è più possibile considerare gli atti di chi detiene i poteri di governo esenti da responsabilità globali. Dovrebbe essere evidente che ormai si è creata una lacerante divaricazione tra gli interessi “moderati” del ceto politico e le conseguenze di portata generale che spesso le loro scelte comportano. Occorre prendere atto di questo passaggio storico. Se non si innalza la portata dell’ antagonismo di massa, i governi ci consegneranno alle future catastrofi ambientali senza nessuna difesa.

Oggi il riscaldamento globale, la desertificazione dei suoli, la riduzione delle foreste, il collasso dei ghiacciai, il saccheggio dei mari, l’innesco di malattie epidemiche sono prodotti dell’azione umana. È vero che sono il risultato di scelte e comportamenti anche collettivi in cui appare difficile distinguere responsabilità individuali. Ma ormai non è più possibile arrestarsi a questa soglia. Un gran numero di governi sono chiamati a rispettare un trattato internazionale come quello sottoscritto a Parigi nel 2015. Tutti i loro singoli componenti sono consapevoli di quali scelte contribuiscono a creare danni al pianeta anche a scala locale.

Pensiamo alla cementificazione di aree verdi – in Italia costituisce un fenomeno inarrestabile e devastante – al sostegno dell’agricoltura chimica e degli allevamenti intensivi, che contribuiscono per il 30% all’effetto serra e tanto altro ancora. Non si tratta più di semplici scelte di politica economica, ma di azioni consapevoli contro la casa comune della Terra, costituiscono atti gravati da responsabilità generali da far ricadere sotto il diritto penale. L’ambiente è ormai la vita umana, la nostra sopravvivenza sulla Terra. Lo ha ricordato Luigi Ferrajoli nel suo recente Perché una costituzione della Terra? (Giappichelli): «Dobbiamo prendere atto dell’inadeguatezza della nozione corrente di atto criminale, ancorata alla responsabilità personale del suo autore, a dar conto di condotte offensive non attribuibili a singole persone, e tuttavia enormemente dannose per popoli interi e talora l’intera umanità, oltre che contrarie al diritto e ai diritti, come le devastazioni ambientali».

Ferrajoli che propone di definirli crimini di sistema, a cui occorre dare una nuova configurazione giuridica, trattandosi «di crimini di Stato, o di crimini contro l’umanità». In Olanda, Germania e Portogallo, ora anche in Italia, gruppi di cittadini fanno causa ai propri governi presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. In Italia la Ong A Sud presso il tribunale civile di Roma. E’ un primo passo, bisogna unificare tali sforzi, far riconoscere alla Corte dellAja i crimini ambientali come specifici crimini contro l’umanità.

I blocchi contrapposti oscurano il tanto invocato multilateralismo

G20. Abbiamo visto il fuoco incrociato di singoli blocchi geopolitici – Commissione Ue, Usa, Cina – che si guardano in cagnesco sulla geopolitica dei vaccini

Nicoletta Dentico  30.06.2021

Hanno invocato tutti il multilateralismo, alla sessione ministeriale di Matera del G20 su Sviluppo e Affari Esteri, ma quello che abbiamo visto agitarsi è il fuoco incrociato degli unilateralismi di singoli blocchi geopolitici – Commissione Europea, Usa, Cina – che si guardano in cagnesco sulla geopolitica dei vaccini, tra accuse rivolte dalla Germania a Pechino di strumentalizzare la pandemia per ottenere vantaggi geostrategici e invito cinese all’Occidente di evitare ingiustificati accaparramenti vaccinali.

La Russia ha deciso di disertare l’incontro. Il ministro degli esteri cinese ha partecipato in video-conferenza, ufficialmente impegnato nelle celebrazioni per il centenario del Partito Comunista. Il linguaggio del corpo non lesina messaggi, insomma.

HANNO TUTTI INVOCATO il rilancio della cooperazione come strategia necessaria a fronteggiare la pandemia e il cambiamento climatico, le due emergenze sanitarie che mettono a dura prova lo sviluppo sostenibile, ma è acclarato lo sbando della comunità internazionale, abitata da un contrasto insanabile tra la ambigua aspirazione a building back better, per una ricostruzione diciamo più rispondente alla sfida pandemica e ambientale, e il business as usual, la tragica coazione a ripetere vecchie ideologie neoliberali, inservibili a sollevare i destini del mondo nel secondo anno della pandemia.

Covid19, non lo dimentichiamo, è crisi sanitaria che in questi mesi si abbatte con virulenza soprattutto nel sud del mondo. In Brasile è occupato il 99% delle unità di terapia intensiva. In Sudafrica il numero dei morti ha superato quota 60.000 e da due giorni vige un nuovo lockdown nazionale per fronteggiare il rapido diffondersi della contagiosa variante Delta. Ma è molto di più, Covid19. La pandemia vuol dire disoccupazione e totale assenza di protezione sociale, vuol dire fame, vuol dire violenza istituzionale che si abbatte senza freni anche su chi segnala anche solo disfunzioni sanitarie.

LO ILLUSTRA IL RAPPORTO appena pubblicato dalle due Ong colombiane Indepaz e Temblores, che registrano con scrupolo la portata repressiva della polizia da quando, il 28 aprile, è cominciata la mobilitazione sociale nel paese.

IN DUE MESI DI CONTRASTO alle misure di austerity imposte da Bogotà si contano 1.832 casi di detenzioni arbitrarie, 83 vittime di violenza oculare, 1.468 casi di violenza fisica e 28 vittime di violenza sessuale, per un totale di 3.486 casi. I morti sono 75. Intanto, le misure di austerity sono tornate di gran moda, nel 2021.

In questo scenario, la Dichiarazione di Matera firmata dai ministri del G20 dovrebbe ricapitolare gli impegni per sradicare la fame e la povertà estrema dal pianeta, nelle intenzioni alquanto eccessive di Luigi di Maio. Non ci sono dubbi che il nuovo coronavirus abbia inferto il colpo di grazia all’agenda internazionale dello sviluppo sostenibile, già in notevole affanno prima dell’arrivo di Covid.

Ma se da un lato, nei lavori preparatori di Matera, è emerso il riconoscimento di criticità che rischiano di generare un’inarrestabile retrocessione su tutti gli obiettivi dello sviluppo, dall’altra non risultano recepite dalla presidenza del G20 le sollecitazioni della società civile che chiedeva un serio impegno per l’assistenza ai paesi in maggiore difficoltà e uno stimulus verso politiche pubbliche in grado di intervenire sui determinanti della fame, spesso legati a doppio filo con i determinanti della salute.

«LA CULTURA POLITICA con cui ci siamo confrontati nella preparazione del vertice di Matera reitera il ricorso ideologico alle virtù del capitale privato», è il commento di Massimo Pallottino di Caritas, co-presidente del gruppo di lavoro C20 su agenda 2030 e Sviluppo. «L’investimento cosiddetto catalitico, cioè il ricorso alle risorse pubbliche per attirare capitali privati, ha tutte le sembianze di un’ inamovibile ideologia dal momento che non esiste alcuna evidenza empirica sull’efficacia della finanza privata come leva per lo sviluppo in contesti di crisi come quelli dovuti alla pandemia», aggiunge Pallottino. La raccomandazione è preoccupante perché il vertice di Matera non ha praticamente fatto menzione delle speculazioni finanziarie che agiscono da leva efficacissima, quelle sì, per aumentare la fame nel mondo.

Ricordiamo molto bene ciò che avvenne in Africa alla vigilia della crisi finanziaria nel 2008, sul prezzo del cibo. Il rischio, tanto per cambiare, è l’indebitamento dei cittadini per rimpinguare le tasche dei player privati che nessuno è in grado di controllare. Del resto, che ci piaccia o no – e non ci piace – il mondo dell’impresa è coinvolto a tutto tondo nella Agenda 2030 che incardina la governance dei partenariati pubblico-privati. Anche se fa acqua da tutte le parti.

Sul tema della governance globale si è molto speso il vertice di Matera, non solo durante la ministeriale Esteri. La presidenza italiana del G20 ha messo in evidenza la necessità di adottare un approccio multilaterale efficace per affrontare le sfide globali, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Che cosa voglia dire questa proiezione non è scontato. Quando parla di multilateralismo il G20 intende perlopiù il commercio internazionale, che si cura solo a parole delle Nazioni Unite.

Non è un dettaglio irrilevante, visto che il vertice di Matera si è occupato di Africa e delle due conferenze Onu sui cambiamenti climatici (Cop26) e sulla biodiversità (Cop15). Dal canto suo, l’Onu versa in una crisi strutturale, intrappolata com’è in quello che potremmo definire il Davos Consensus, ovvero l’avanzata della strategia del World Economic Forum (WEF) nelle scelte determinanti dell’agenda dello sviluppo. WEF e ONU hanno siglato un’alleanza strutturale nel giugno 2019.

La pandemia ha concorso in modo significativo ad affermare l’egemonia di Davos nelle sedi istituzionali globali. Anche l’Onu ha un’emergenza sanitaria: deve urgentemente immunizzarsi dall’interferenza degli interessi privati nelle dirimenti scelte future per la tutela del pianeta.

Soprattutto adesso che i governi sono chiamati a negoziare a Ginevra un nuovo percorso diplomatico sul “diritto allo sviluppo”.