CROLLI E RICONVERSIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CROLLI E RICONVERSIONE da IL MANIFESTO

Il crollo non è stato un incidente della modernità

I ponti di Genova. La pandemia ha messo allo scoperto ciò che già sapevamo e inutilmente rimuovevamo: lo sviluppo e il progresso non possono continuare ad essere contro la Natura, contro le sue leggiEnzo Scandurra  04.08.2020

Sembra, dunque, che una grande opera come il ponte san Giorgio, che ha sostituito quello Morandi, si possa costruire in tempi da record anche in Italia. Quello del crollo del Morandi rimane, e rimarrà, uno shock vivo per anni nella città di Genova. Poteva essere evitato?  Quel ponte, simbolo di molte cose: progresso, tecnologia, architettura, modernità, era una macchina semplice.

Una costruzione superba funzionante secondo una geometria elementare basata su elementi semplici, tiranti e puntoni, quasi un manuale da tecnica delle costruzioni, come si insegna nelle scuole di ingegneria e architettura, ma pur sempre una magnifica macchina con la fragilità caratteristica di ogni macchina. Sarebbe bastato un tirante troppo “carico” per farla collassare come un castello di carta.

E questo ci riporta fatalmente a riflettere sulle grandi opere, come il Mose, come il Tav. Macchine semplici che non hanno flessibilità (o nessuna ridondanza): se una parte della macchina cede, cede l’intera struttura. A differenza dell’organismo umano dove un qualsiasi stato di stress di un organo fa scattare un adattamento compensativo da parte di altre parti dell’organismo. È già successo, nel caso del Mose, che l’intero ingranaggio di sollevamento delle paratie mobili finisca col diventare la variabile “al limite”, non compensata, nello sforzo, da altre variabile del sistema, o, peggio, queste ultime esercitano una pressione ulteriore su quella stessa variabile “al limite” portandola al collasso. Nella teoria dei sistemi si dice che in questo caso la perdita di flessibilità della variabile originaria sotto stress, si diffonde per tutto il sistema provocando il collasso.

Richiedeva, il ponte Morandi, un’assistenza, una cura e un’attenzione particolare adeguata alla sua semplicità: verificare costantemente lo stato dei tiranti e dei puntoni, verificare la consistenza, dopo molti anni, della struttura in cemento armato. E sappiamo oggi che questo non è stato fatto dalla Società Autostrade proposta alla sorveglianza della delicata struttura. Così al primo stato di stress di una sua parte, tutto l’intero sistema ha finito per collassare.

Con la sua opera simbolo questa città ha scoperto d’un colpo tutta la sua fragile ed effimera modernità avviarsi verso il declino: l’Ansaldo, il Porto, i carrugi, l’insensata urbanizzazione di un’area sollecitata costantemente da dissesti idrogeologici, la mancanza di una visione del futuro. Poteva essere l’occasione per una riflessione severa sul passato e presente, ma la spettacolarità dell’evento di demolizione e ricostruzione ha rimosso tutti i mali della gestione e dell’amministrazione della città.

La “riparazione” del danno con la costruzione del nuovo ponte è diventata urgentissima e necessaria, una “ferita”, così è stato descritto il crollo del Morandi, che andava immediatamente suturata per non lasciare trapelare ciò che era dietro il sipario: una città già agonizzante dopo che il declino industrialista aveva già seminato macerie senza che una nuova visione post-industriale si affermasse.

Ora si celebra in pompa magna il “modello Genova” (per inciso come si celebrò il “modello Roma” ai tempi di Veltroni) espressione pragmatica di un’efficienza governativa da esportare ad altre situazioni in stato d’emergenza. Ma la modernità è uno stato di perenne conflitto tra la prometeica attività dell’uomo tesa a modificare la natura e quest’ultima le cui regole e leggi diventano sempre più ortogonali a quelle economiche. La pandemia ha messo allo scoperto ciò che già sapevamo e inutilmente rimuovevamo: lo sviluppo e il progresso non possono continuare ad essere contro la Natura, contro le sue leggi.

Occorre invertire rapidamente i presupposti di questo sviluppo nel solo modo che ci è concesso ovvero quello di imboccare da subito la riconversione ecologica di questo modello, in primo luogo arrestare i processi di cementificazione del suolo e la costruzione di Grandi Opere, utili solo per aumentare i profitti di grandi imprese.
Siamo tutti felici che oggi Genova possa tornare alla “normalità” con il nuovo ponte San Giorgio, che la città “spezzata” possa ricongiungersi (a questo servono i ponti), ma sarebbe semplicistico pensare che questa fiera città possa, con quest’opera, guardare al futuro con ottimismo, considerando il crollo del ponte come un semplice incidente nel percorso della modernità.
Se così fosse la tragedia sarebbe risultata inutile e meno che mai ci avrebbe insegnato qualcosa.

Post-lockdown. Più inoccupazione, meno conflitto sociale

Scenari. C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumentoTonino Perna  04.08.2020

Dieci anni fa la crisi dei mutui subprime negli Usa provocò una catena di fallimenti nelle istituzioni finanziarie, un crollo delle Borse in tutto il mondo, e quindi anche la decapitalizzazione delle imprese quotate, con un forte impatto sull’economia reale che ne pagò lo scotto senza averne alcuna colpa. Solo in Italia nel periodo 2008-2011 sono fallite più di 1/5 delle imprese manifatturiere. Strozzate dalla mancanza di liquidità e dal crollo della domanda interna. Si salvarono le imprese che avevano una maggiore capacità di penetrazione nei mercati esterni.

La crisi che stiamo vivendo ha avuto un’origine opposta. Per il lockdown hanno chiuso molte attività, nella produzione di beni e servizi, provocando un crollo del Pil di dimensioni inedite. In seconda battuta, anche la finanza ne ha subito le conseguenze con la caduta dei titoli delle imprese che chiudevano per la pandemia. Ma appena si sono riaperte le attività, i titoli di Borsa hanno ripreso a crescere (specie quelli legati alla vendita on line, e ad alcuni settori farmaceutici e tecnologici ) mentre l’economia reale, nel suo complesso, stenta a farlo e ancor più patisce l’occupazione. Soprattutto si è modificata la relazione capitale/lavoro: i lavoratori non vengono licenziati, grazie ai decreti governativi che hanno bloccato i licenziamenti per tutto l’anno in corso, ma semplicemente non vengono riassunti. Per questo finora non è scoppiato il conflitto sociale che tuttavia è solo rimandato a quando si sbloccheranno i licenziamenti.

Nelle cicliche crisi del capitalismo si è registrata spesso una situazione di sovraproduzione, di conflitto tra imprenditori propensi ridurre il numero di addetti per adeguarsi alla caduta della domanda, e lavoratori che non rinunciavano al posto di lavoro e occupavano le fabbriche. In Italia, il più famoso è stato il caso della Fiat nel 1980 che tutti ricordano come la sconfitta destinata a pesare simbolicamente su tutto il mondo del lavoro.

L’occupazione di aziende o terreni è sempre stata l’espressione di lotta e la forma di resistenza più alta espressa dal movimento operaio e contadino. Oggi, per via del lockdown, i lavoratori- soprattutto quelli con contratto a termine, stagionali e precari, sono rimasti fuori dai luoghi di produzione di beni e servizi. Non hanno un luogo, uno spazio proprio, una storia da difendere. Sono divisi, sparpagliati, non hanno possibilità di farsi valere, di richiedere i propri diritti. Hanno aspettato che riprendesse la cosiddetta “normalità”, che le aziende riassumessero come prima della pandemia. Ed invece oltre 700.000 sono i nuovi inoccupati che vanno ad aggiungersi ai 3 milioni preesistenti.

Da una indagine, per ora parziale, emerge il fatto che le aziende che hanno subito un calo del fatturato e che prevedono di non riprendersi a livello pre-pandemia hanno riassunto solo una parte di addetti in misura meno che proporzionale al calo del fatturato. Per intenderci: una azienda con 100 addetti in previsione di un calo del fatturato, sull’anno in corso, del 30 per cento, anziché assumerne 70, ne prende 50 che dovranno lavorare molto di più e, non di rado, con un salario orario inferiore. E dovranno anche sorridere e essere grati al datore di lavoro.

Questa è la situazione nel mondo dei servizi (ristoranti, alberghi, villaggi turistici, centri commerciali) ed è chiaro che il mondo del lavoro dipendente, oltre a essere sempre più precario, è sempre più subalterno. Come organizzare chi è rimasto fuori, ovvero quel milione di persone che secondo diversi analisti, ha perso il posto di lavoro e può sperare solo nel reddito di cittadinanza e qualche lavoretto in nero? Il governo Conte dovrebbe avere il coraggio di usare una parte dei finanziamenti europei per assumere in settori vitali della pubblica amministrazione una parte di questi inoccupati. Assumere medici, infermieri, assistenti sociali, insegnanti di ogni ordine e grado, ricercatori nelle Università e nel Cnr, ed anche operai, idraulici, forestali, ecc. Senza scandalo: la Calabria aveva 36.000 operai forestali nel 1983, quando il Corsera gli dedicò un articolo che fece scalpore, oggi sono 5mila e per lo più anziani, mentre colline e montagne franano, vengono incendiate e abbandonate.

Se la Pubblica Amministrazione ha perso circa 500 mila posti di lavoro negli ultimi dieci anni è il momento di svoltare e superare il mito dello sviluppo che arriverà solo con gli investimenti. C’è bisogno di dare una risposta hic et nunc ad una massa di disoccupati e precari in vertiginoso aumento. E questo solo il settore pubblico lo può fare immediatamente, con risvolti positivi per tutti, anche per gli investimenti privati.