COSTRUIRE L’INTERPOSIZIONE DI PACE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COSTRUIRE L’INTERPOSIZIONE DI PACE da IL MANIFESTO

Israele e Hamas accettano il cessate il fuoco

Gaza. L’entrata in vigore era attesa la scorsa notte all’una ora italiana. Si tratta di una tregua molto fragile frutto delle pressioni internazionali sul governo Netanyahu. Sullo sfondo c’è Gaza con i suoi 232 morti e le sue distruzioni.

Michele Giorgio  GERUSALEMME  21.05.2021

Si è chiusa ieri sera con un via libera unanime al cessate il fuoco con Hamas la riunione del gabinetto di sicurezza israeliano. Lo ha annunciato il Jerusalem Post aggiungendo che i punti dell’intesa mediata dall’Egitto sarebbero stati definiti nel corso della notte. Si sono rincorse per tutta la serata le indiscrezioni sulla disponibilità data da Israele ai mediatori egiziani per un cessate il fuoco unilaterale. Mentre Tom Wennesland, l’inviato Onu per il Medio Oriente, è andato in Qatar per strappare il sì alla tregua dei dirigenti di Hamas, tra cui Ismail Haniyeh, che vivono a Doha. Che morte e distruzione stiano per avere fine dopo oltre dieci giorni, è tutto da dimostrare. Il quadro è fluido e incerto.

Alle Nazioni unite il ministro degli esteri palestinese Riad al Malki e l’ambasciatore israeliano Gilad Erdan si sono scambiati accuse durissime, anche di genocidio. Poco dopo è intervenuta anche l’ambasciatrice americana Linda Thomas-Greenfield. «Non siamo stati in silenzio. Non credo ci sia un Paese che lavori più urgentemente e con fervore degli Stati uniti per la pace tra israeliani e palestinesi», ha detto in risposta a chi ha accusato Washington di aver avallato l’offensiva militare israeliana contro Gaza.

Il gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Netanyahu, si era riunito alle 18 locali sotto l’onda delle pressioni giunte da più parti, dagli Usa all’Onu, dall’Unione europea alle agenzie umanitarie. Mentre i raid aerei su Gaza proseguivano seppur con minore intensità. E così i lanci di razzi – circa 300 (in totale oltre 4000 dal 10 maggio) – di Hamas e dei suoi alleati verso le città adiacenti a Gaza e del sud di Israele. La sirena dell’allarme ha riecheggiato più volte durante tutto il giorno. Decine di migliaia di persone ad Ashkelon, Ashdod, Sderot e nel Negev hanno dovuto trascorrere ore nei rifugi. A Beer Sheva nella zona industriale è stato centrato un edificio ma non ci sono stati feriti.

Secondo le previsioni che si facevano ieri, gli egiziani avrebbero comunicato nel corso della notte l’ora in cui oggi dovrebbe scattare il cessate il fuoco. Non c’è certezza che le cose andranno nella direzione auspicata da molti nonostante l’annuncio del cessate il fuoco. Netanyahu – che ha incontrato il ministro degli esteri tedesco Maas – e il ministro della difesa Benny Gantz ieri mattina insistevano ancora per intensificare le operazioni militari. A spingere per il cessate il fuoco è stato invece il leader dell’opposizione, il centrista Yair Lapid, a cui il capo dello stato Rivlin ha affidato l’incarico di formare il nuovo governo.

Lapid ha avvertito che Israele non poteva ignorare l’appello di Joe Biden per una tregua immediata. «Il presidente Usa – ha spiegato – vuole una fine delle operazioni dopo 11 giorni, quando l’esercito ha già raggiunto i suoi obiettivi. Israele non può ignorare questa richiesta». Contro la fine dell’attacco a Gaza è schierata la maggioranza dei cittadini di Israele. Un sondaggio citato dalla tv Channel 12, rivela che il 72% degli intervistati vuole che la guerra ad Hamas continui.

Solo il 24 per cento ritiene che Israele «debba concordare» un cessate il fuoco. Il 66% delle persone interpellate pensa che l’esercito israeliano abbia ottenuto importanti risultati con la sua campagna di attacchi aerei. Non mancano voci che chiedono che Israele cessi unilateralmente le operazioni senza giungere a una tregua, per lasciarsi la possibilità di tornare a colpire in futuro senza dover rompere alcun accordo. Una situazione di totale incertezza in cui la ripresa dello scontro sarebbe inevitabile in breve tempo.

I raid aerei ieri hanno ucciso altri due palestinesi di Gaza a bordo di auto e ferito almeno altri quattro. Per Israele erano miliziani armati. Il primo attacco è avvenuto a Jabalya nel nord della Striscia, il secondo a Beit Hanoun nel nord est. Israele afferma di aver colpito la cellula di Hamas che qualche ora prima aveva sparato un razzo anticarro Kornet contro un bus militare israeliano ferendo un soldato. E ha centrato, sempre secondo la versione del portavoce dell’esercito, le imboccature di due tunnel di Hamas. Aumentano nel frattempo gli sfollati.

Sono 75mila le persone in fuga dai bombardamenti israeliani, avvertono le Nazioni Unite. Di questi, circa 47.000 sono stati accolti in 58 scuole gestite dall’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi, mentre altri 28.700 sono stati accolti in case private. L’Onu e le ong internazionali premono per ottenere corridoi umanitari ma Israele continua ad aprire ad intermittenza i valichi con Gaza anche, spiega, a causa dei lanci di razzi. Un team di Medici senza frontiere (Msf) si è visto negare l’autorizzazione ad entrare e non ha potuto consegnare materiali ed attrezzature destinati al vacillante sistema sanitario palestinese.

Israele/Palestina, costruire l’interposizione di pace

Il punto di vista. I palestinesi sono il termometro morale della sinistra. Che li ha abbandonatiSveva Haertter  21.05.2021

In questi giorni sento la mancanza di persone, care anche al manifesto, con le quali in periodi come questi avremmo condiviso sentimenti di rabbia e di dolore, discussioni anche animate, e piazze: Giorgio Forti, Paolo Amati (co-fondatori della Rete Ebrei Contro l’Occupazione), Daniel Amit (compagno israeliano sostenitore del movimento dei refusenik) e l’artista e attivista Ronit Dovrat.

So che su una cosa saremmo stati d’accordo: i danni a ogni possibile prospettiva di soluzione pacifica causati da questa «operazione» con la quale Nethanyahu afferma di voler andare avanti fino quando «il suo obiettivo sarà raggiunto, riportare pace e sicurezza a voi, cittadini d’Israele» diventano ogni minuto più gravi e irreparabili.

E molto ci sarebbe da dire sul fatto che ci sono cittadini di Israele (pochi a dire il vero) che hanno una concezione di pace e sicurezza ben diversa da Nethanyahu, che hanno rifiutato o rifiuteranno il richiamo alle armi; sul fatto che ci sono cittadini di Israele per i quali il concetto di pace e sicurezza di Nethanyahu significa da sempre vivere come cittadini di serie B in un regime di Apartheid e attualmente di repressione durissima e rischio di licenziamento per lo sciopero generale contro i bombardamenti su Gaza.

Sabato scorso in piazza ho visto un cartello con scritto «Ma gli ebrei democratici e antirazzisti esistono ancora? Perché non parlano?». Eppure esistiamo. E parliamo. Invano. Da tanto tempo.

E allora forse varrebbe la pena interrogarsi su chi in questi anni invece non ha parlato o ha parlato troppo e male, sui danni che sono stati fatti alla causa del popolo palestinese. Perché se così non fosse, probabilmente sabato alla manifestazione a Piazza Esquilino non avrei visto bandiere turche, nelle manifestazioni in Germania (e in altri Paesi nordeuropei) non ci sarebbero i fascisti dei Lupi Grigi (che aggrediscono attivisti curdi che vogliono portare solidarietà) che dopo incendiano sinagoghe.

E a livello internazionale non ci sarebbero solo personaggi come l’autocrate fascista Erdogan (o re Mohammed VI del Marocco), che a casa loro in quanto a violazioni dei diritti umani e a negazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli non si fanno certo guardare dietro, personaggi che secondo il nostro governo sono comunque utili perché comunque le armi che facciamo, a qualcuno toccherà pur venderle, e che importa se poi vengono usate per commettere crimini di guerra e colpire civili?

E poi come dimenticare che Erdogan in fondo, oltre a comprarci le armi (e tanta altra roba) ci tiene fuori dai piedi i profughi. E a chi importa se poi li insedia in Rojava, magari a Afrin o Serekaniye, nei territori dai quali è stata espulsa la popolazione curda, riprendendo l’antica politica della «cintura araba» in Siria, e di quali conseguenze il suo operato potrà avere in prospettiva in termini di destabilizzazione dell’intero Medio Oriente per poter così creare le basi per il suo sogno neo-ottomano?

Non so cosa avrebbero detto di tutto questo Spinoza, Benjamin e Sholem e francamente me ne importa anche poco. Il dato di fatto è che siamo di fronte a un disastro umanitario, umano e politico.

Personalmente penso che l’unica possibilità di soluzione per il Medio Oriente sia il confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Öcalan, che oggi donne e uomini coraggiosi – nonostante la situazione di guerra – praticano in Rojava e nello Shengal.

Sono però anche convinta che le condizioni per realizzarlo in Israele e Palestina siano pressoché inesistenti, perché nessuna delle due parti non solo non crede in una prospettiva del genere, ma in buona parte fa consapevolmente o inconsapevolmente di tutto perché una convivenza pacifica nel reciproco rispetto non si possa realizzare né ora e né mai. E finché avranno la parola solo il desiderio di sangue e di vendetta di chi ha a cuore unicamente la propria supremazia, non muoiono solo le persone, ma anche la speranza.

E con questi presupposti, qualsiasi situazione di conflitto è irrisolvibile. A produrre questo siamo stati anche noi, me compresa, ma non perché non ho alzato la mia voce in quanto ebrea per dire «non in mio nome», come in questi giorni hanno ancora una volta fatto delle e dei giovani cui va il mio profondo rispetto.

Siamo stati tutti noi che non ci siamo mobilitati con maggiore forza e determinazione per impedire che il popolo palestinese restasse abbandonato a sé stesso e a una leadership inconsistente e priva di credibilità in Cisgiordania, e a Gaza a una di impostazione religiosa di cui non condivido una singola parola o azione (e che pure, essendo democraticamente eletta, deve essere riconosciuta come legittimo interlocutore).

Un altro amico (lui per fortuna vivo e vegeto) dice che la questione palestinese è il termometro morale della sinistra. Si badi bene, della sinistra, non degli ebrei o degli israeliani.

E cosa aspettiamo allora a chiedere con determinazione un intervento urgente di interposizione internazionale a tutela delle vite umane e di una prospettiva di pace?