COSÌ IL CAPITALISMO UCCIDE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COSÌ IL CAPITALISMO UCCIDE da IL MANIFESTO

Jason Hickel: così il capitalismo uccide

L’intervista. L’ultimo libro dell’antropologo Jason Hickel illumina la logica letale della crescita perpetua e dell’estrazione senza limiti da uomini e natura. Il termine «crescita» è pura propaganda. Estrazione, recinzioni e colonialismo si susseguono fin dal ’500. Ma la nostra sopravvivenza come specie dipende da come cambieremo le cose. Un’altra economia è possibileStella Levantesi  20.04.2021

La crisi climatica e il collasso ecologico sono realtà. Eppure, per agire, non basta riconoscerlo, è necessario andare alle radici di fenomeni intrinsecamente legati tra loro.

Nel suo libro Siamo ancora in tempo! (Il Saggiatore), l’antropologo economico Jason Hickel individua la causa delle crisi nell’espansione perpetua del capitalismo che sta devastando il pianeta.

Abbiamo intervistato l’autore per comprendere meglio dinamiche e conseguenze del paradigma economico attuale e per approfondire la prospettiva di un mondo postcapitalista.

Nel suo libro «Siamo ancora in tempo!» lei scrive che possiamo ritrovare la causa della crisi ecologica nel dualismo di Cartesio: il mondo diviso in due, l’uomo separato dalla natura ai fini di dominarla, possederla. Può spiegare come questo meccanismo sia stato così profondamente interiorizzato e abbia, di conseguenza, prodotto prima il capitalismo e poi la crisi ecologica?

Per la maggior parte della storia umana, le persone hanno riconosciuto un’interdipendenza fondamentale tra l’uomo e il resto del mondo vivente. Rifiutavano ogni rigida separazione tra i due.

Di conseguenza, la maggior parte delle civiltà ha posto dei limiti culturali ed etici allo sfruttamento degli ecosistemi viventi. Questo cambiò intorno al ‘500, quando i primi capitalisti cercarono di distruggere queste credenze in favore di una nuova ontologia, o teoria dell’essere, dove solo gli uomini sono dei soggetti con spirito e facoltà d’azione, mentre la «natura» è mera materia – un oggetto da sfruttare e manipolare per i fini degli esseri umani. Questo divenne noto come dualismo. Queste idee preesistevano a Cartesio, ma Cartesio le ha formalizzate nella sua filosofia e sono poi diventate dominanti in Europa.

È difficile separare la storia del capitalismo dalla storia della filosofia dualista; le due cose sono nate insieme. Il dualismo era e rimane importante per il capitalismo, perché il capitalismo ha bisogno di trattare la natura come «esterna» a sé.

Ancora oggi usiamo esplicitamente il linguaggio dualista: parliamo di «esternalizzare» i costi – un’idea che è possibile solo perché crediamo, paradossalmente, che la natura sia in qualche modo esterna agli esseri umani. Non è sorprendente, dunque, che un tale sistema produrrebbe molto rapidamente una crisi ecologica estrema.

Il problema del capitalismo è quello che lei definisce il «culto della crescita», la ricerca della crescita fine a sé stessa. Anche la cosiddetta «crescita verde» è un problema, poiché presenta un paradosso e non può esistere. Qual è l’antidoto al culto della crescita?

Quando la gente pensa al capitalismo tende a pensare a cose come i mercati e il commercio. Naturalmente, i mercati e il commercio sono esistiti per migliaia di anni prima del capitalismo.

Ciò che distingue il capitalismo è che è organizzato intorno alla crescita perpetua e dipende da essa. È l’unico sistema economico nella storia umana che è intrinsecamente espansivo. Il problema della «crescita» è che è un termine propagandistico.

In realtà, ciò che accade di solito è un processo di estrazione, recinzione e mercificazione, che molto spesso danneggia le comunità umane e gli ecosistemi viventi. Tutto questo viene riconfezionato nel linguaggio della «crescita», che suona così coccoloso, naturale, e ovviamente positivo.

Chi, sano di mente, sarebbe contro la crescita? Di conseguenza, ci mettiamo tutti in fila per chiedere più crescita dove altrimenti non lo faremmo. Questo tipo di linguaggio è un ostacolo al pensiero. Dobbiamo essere chiari sulle cose che vogliamo effettivamente: una salute migliore, una migliore istruzione, salari più equi, alloggi accessibili, energia pulita. Dovremmo perseguire queste cose direttamente, piuttosto che far crescere ciecamente il Pil e sperare che questo in qualche modo ci aiuti magicamente a raggiungere i nostri obiettivi sociali.

Cosa risponderebbe a coloro che dicono: «Ma la crescita ci ha portato dove siamo, è la ragione del progresso umano, dell’aspettativa di vita più lunga, del benessere…»?

Sappiamo da studi empirici che non c’è una relazione causale tra la crescita del Pil e i risultati sociali. Infatti, oltre un certo punto – che le nazioni ad alto reddito hanno superato da tempo – anche la correlazione si interrompe.

Ciò che conta davvero è come le risorse e il reddito sono distribuiti. È chiaro, secondo dati storici, che i principali motori del progresso umano sono stati i movimenti sociali progressisti, che sono intervenuti per chiedere cose come servizi igienici pubblici universali, sanità, alloggi, salari equi, acqua pulita – molto spesso contro gli interessi della classe capitalista È possibile raggiungere livelli molto alti di sviluppo umano con livelli relativamente bassi di Pil.

Questo non dovrebbe sorprenderci perché, ancora una volta, il Pil non è una misura di «social provisioning» (valore d’uso) ma una misura della produzione di merci (valore di scambio). Dobbiamo riconoscere la differenza tra i due.

Lei individua un paradigma fondamentale del capitalismo: la crescita si è sempre fondata su sistemi di colonizzazione, ergo di oppressione. In che modo questo si collega a processi odierni come la «colonizzazione atmosferica» – un piccolo numero di nazioni ad alto reddito responsabile per quasi tutte le emissioni – e il patriarcato?

Spesso pensiamo al capitalismo e al colonialismo come separati, ma non lo sono – sono nati insieme nel ‘500. L’ascesa del capitalismo in Europa è dipesa completamente dall’appropriazione di risorse e lavoro dal Sud globale, compresa la schiavitù di massa e il traffico di esseri umani «sponsorizzato» dallo stato.

Il colonialismo può essere ufficialmente finito ma gli schemi coloniali di depredazione continuano ancora oggi. Pensate a chi produce i nostri smartphone e computer, chi coltiva il nostro caffè e tè e olio di palma, chi estrae il coltan e il litio che sono nei nostri dispositivi, chi cuce i nostri vestiti.

Possiamo vedere la stessa cosa quando si tratta di cambiamento climatico. Le nazioni ricche del Nord sono responsabili del 92% delle emissioni in eccesso rispetto al limite di sicurezza planetario. Hanno colonizzato l’atmosfera per il proprio arricchimento. Eppure il Sud soffre la maggior parte delle conseguenze.

Ancora una volta, il Sud è sacrificato per il bene della crescita del Nord. Se non prestiamo attenzione alle dimensioni coloniali della crisi ecologica, allora non stiamo centrando il punto.

 Nella storia del capitalismo che lei traccia nel libro, la povertà è necessaria. A che cosa? E per chi?

In Europa, a partire dal ‘500, i primi capitalisti avevano bisogno di trovare un modo per ottenere masse di lavoro a basso costo. Per fare questo, hanno recintato le terre comuni e distrutto le economie di sussistenza in modo che la gente non avesse altro modo per sopravvivere che lavorare per salari bassi. Questo produsse una crisi di povertà di massa in Europa. All’epoca, le élite lo giustificarono dicendo che è solo quando le persone sono minacciate dalla fame che lavorano davvero duramente, quindi bisogna mantenere la povertà per alimentare i motori della produzione industriale. La stessa cosa è successa sotto il colonialismo.

In altre parole, per mantenere il capitalismo in funzione, è stata prodotta una scarsità artificiale. Questa è una delle ragioni per cui, nonostante la straordinaria crescita economica, la povertà di massa rimane un problema. Questo potrebbe sembrare un paradosso ma è perché il sistema in realtà dipende dal mantenere gran parte della popolazione mondiale in povertà.

Il capitalismo e la democrazia sono compatibili?

Tendiamo a pensare al capitalismo e alla democrazia come parte dello stesso pacchetto. Ma questo presupposto è stato messo in discussione negli ultimi anni.

Moltissime ricerche mostrano che quando le persone hanno un controllo democratico sulle decisioni economiche, scelgono di allocare il reddito in modo equo e scelgono di usare le risorse in modo sostenibile, mantenendole nel futuro anche se questo significa rinunciare al guadagno monetario a breve termine. In altre parole, le persone prendono decisioni che vanno contro gli interessi del capitalismo. Perché allora le nostre economie non funzionano così? Perché non abbiamo vere democrazie.

Lo scenario mediatico è colonizzato da corporazioni e oligarchi che limitano la portata del pensiero e del dibattito, e i nostri sistemi politici sono in mano a coloro che finanziano le campagne elettorali. In questo contesto, il capitalismo e la crescita non possono essere messi in discussione. Il capitalismo, in altre parole, ostacola la vera democrazia, così come la vera democrazia ostacola il capitalismo. Credo che dobbiamo riconoscere che queste due cose siano più in conflitto tra loro di quanto si pensi.

Secondo lei, una transizione energetica verso le rinnovabili è necessaria, ma non sufficiente. Cosa comporterebbe un percorso più completo?

Ci sono diversi problemi con gli attuali scenari di transizione verde.

Uno, è che non è possibile per noi decarbonizzare l’economia abbastanza velocemente per rimanere sotto 1,5 o 2 gradi se le nazioni ad alto reddito continuano ad utilizzare così tanta energia. Per rendere questi obiettivi fattibili, le nazioni ad alto reddito devono ridurre la domanda di energia in modo significativo. E il modo migliore per ridurre la domanda di energia è ridimensionare la produzione non necessaria. Questo è ciò che richiede la decrescita.

La seconda cosa, è che il cambiamento climatico non è l’unico problema esistenziale che affrontiamo. Siamo anche di fronte a una crisi di deforestazione, impoverimento del suolo ed estinzione di massa – problemi che sono causati da un uso eccessivo delle risorse.

L’uso delle risorse è strettamente legato alla crescita economica. Quindi, anche se possiamo immaginare di passare al 100% di energia rinnovabile, questo non affronta le altre dimensioni del collasso ecologico. Anche qui, le nazioni ad alto reddito hanno bisogno di ridurre l’uso in eccesso delle risorse.

Molte persone sono spaventate dal solo pensiero di un mondo postcapitalista. Lei vede un’economia postcapitalista come un’economia che non ha bisogno di crescita per sopravvivere. Come ci si arriva?

Siamo una cultura che celebra l’innovazione e il pensiero fuori dagli schemi ma, per qualche ragione, quando si tratta del nostro sistema economico, siamo convinti che il capitalismo sia l’unica opzione possibile e che non dovremmo nemmeno pensare a delle alternative.

Il capitalismo è un sistema del sedicesimo secolo che non è adatto al ventunesimo secolo. Possiamo e dobbiamo immaginare qualcosa di meglio.

Il principio di base di un’economia postcapitalista è che dovrebbe essere organizzata intorno al benessere umano e alla stabilità ecologica, piuttosto che intorno agli interessi del capitale e dell’accumulazione da parte delle élite.

Non è così difficile, in realtà. In Siamo ancora in tempo! ho delineato percorsi concreti e realistici per arrivare da qui a lì. È utopistico ma non irrealistico. Possiamo costruire movimenti politici con questo fine. In definitiva, «l’economia» è la relazione materiale che esiste tra noi e con il resto del mondo vivente.

Dobbiamo quindi chiederci: vogliamo che questa relazione sia basata sull’estrazione e lo sfruttamento oppure sulla reciprocità e la cura? La nostra sopravvivenza come specie dipende da come rispondiamo a questa domanda.

 

Il disastro della terra si chiama capitalismo

ITINERARI CRITICI. A proposito di «Affrontare la complessità», un volume di Federico Butera. Per Edizioni Ambiente un libro che accompagna tra comprensioni e insidie della transizione ecologica. L’obiettivo che ci si prefissa è difficile, perché il vero «green new deal» è l’accordo fra umano e natura. Secondo l’autore, credere che sostituendo il fotovoltaico al petrolio, l’eolico al carbone, torneremo in armonia con l’ambiente è un errore che porta a lasciare le cose come stanno

Luciana Castellina  15.04.2021

Mi immergo con troppa disinvoltura nella lettura dell’ultimo libro di Federico Butera, autorevole membro della nostra Task Force «Natura e lavoro»: Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica (Edizioni Ambiente, pp. 312, euro 26 ). Non fate il mio stesso errore. Il libro è tosto, anzi tostissimo, e prima di leggerlo bisogna prepararsi. Non perché sia troppo pesante o troppo difficile (Federico Butera ha l’arte della semplificazione che gli viene dall’aver non solo costruito cose eccezionali ma insegnato per decenni al Politecnico di Milano). Al contrario: prepararsi perché ti prende e travolge con una valanga di informazioni che non sono quisquilie ma notizie che ti trascinano a riproporti quelle domande essenziali che si affacciano alla mente nell’adolescenza e poi via via ti abitui a lasciarle senza risposte e alla fine fai a meno di portele: che cosa è la Terra, chi la comanda, come è nata, dove finirà, chi diavolo sono io e che ci faccio qui in questo stivaletto che è chiamato Italia in un anno che viene indicato come 2021 ma non capisco nemmeno che senso abbia questa cifra?

COSÌ COMINCIO A LEGGERE e subito mi rendo conto di quella che dovrebbe essere un’ovvietà: sebbene negli ultimi tempi con grande frequenza ripetiamo certe locuzioni non ci soffermiamo nemmeno a cercare di capire cosa significhino.

«Cambiamenti climatici», per esempio. Sì, oddio, un bel guaio. Ma detto così non si capisce subito di che si tratti davvero, che indica solo l’inizio di una catena senza fine di guasti irreparabili, perché gli eventi metereologici anomali determinano temperature che sciolgono i ghiacciai (nelle Alpi europee già metà dal 1900) e però svuotano anche i bacini esistenti, sicché in quelli che ancora resistono debbono abbeverarsi tre volte tanti animali e umani e già ora ben 145 paesi devono ormai condividere quel residuo di acqua con altri 268; e siccome l’equità è difficile da praticare la condivisione negli ultimi 50 anni ha già prodotto, oltre a epocali migrazioni, 37 conflitti di grande portata e assai di più ne produrrà perché alla già nota land grabbing pienamente in atto soprattutto in Africa si è ora aggiunta la water grabbing.

E poi alla carestia di acqua si aggiungono i danni dell’acqua in eccesso, quella che dalle montagne è scesa a valle innalzando il livello dei mari e minacciando ormai non solo la nostra Venezia e il Bangladesh ma anche New York, e tutti i principali aeroporti del mondo chissà perché tutti costruiti vicino alla costa. E, per effetto di giganteschi temporali, allagando con sempre maggiore frequenza il Texas che cito perché è solo l’ultima vittima, quella che abbiamo visto sott’acqua solo pochi giorni fa alla televisione. Troppa o troppo poca acqua: perché produce anche siccità che estingue le riserve sotterranee e nel liquido che resta, per via del calore, muffe e funghi; in superficie distruzione dei raccolti, perciò poco cibo mentre la popolazione aumenta e già così, per via di come noi abbiamo disegnato il mondo, ci sono 800 milioni di esseri denutriti e 2 milioni di obesi.

COMINCIA A VENIRTI l’angoscia, perché queste cose le hai già lette molte volte ma spiegate bene e tutte insieme ti fanno un altro effetto. Tiro un sospiro di sollievo perché alla fine dell’elenco sui danni dell’acqua (solo un capitolo del libro!) Butera avverte che però c’è una grande risorsa sostitutiva: la tundra russa e le estese zone gelide del Canada. Tuttavia il sollievo è breve: purtroppo non possono aiutare a darci acque e terre normali, perché contengono un terzo dello stock di carbonio organico del mondo (qualcosa che equivale a 100 volte le attuali emissioni degli Stati Uniti). Perciò addio.

Questo libro di Federico Butera – la raccomandazione del suo autore è sacrosanta – non va letto per ritrovare sia pure con una spiegazione di alto livello la documentazione completa di tutti i fenomeni che stanno ammazzando il nostro ecosistema (basterebbero le 400 note bibliografiche che accompagnano lo scritto per capire quanto sostanziosa e precisa sia la documentazione su ogni fenomeno indicato). È stato concepito nell’intento di far capire – come del resto dice il titolo – che non c’è alcuna speranza di vincere la difficilissima battaglia che con tanto ritardo abbiamo cominciato a combattere per salvarci dalla catastrofe solo se saremo capaci di capire, e dunque affrontare, la complessità, le tante connessioni che legano uno all’altro i fenomeni in atto e che non saremo mai in grado di fermare uno per uno. È un concetto decisivo ma che mi mette paura, quando penso a come invece la questione viene affrontata dai vari piani istituzionali che si stanno varando.

Il volume – avverte Butera – è destinato ai docenti, che peraltro non esistono ancora e sarebbe urgente cominciare a formare affinché siano forniti, all’asilo così come all’università. Ma anche, almeno con un «bignami», ai ministri.
«Credere che sostituendo il fotovoltaico al petrolio, l’eolico al carbone, il biogas al gas naturale, la plastica biodegradabile a quella fatta di petrolio – scrive Butera – torneremo in armonia con l’ambiente è un errore che porta a lasciare le cose come stanno, continuando a navigare verso la catastrofe solo a velocità più ridotta».

L’obiettivo è più difficile, perché il vero green new deal è l’accordo fra umano e natura. E, va aggiunto, perché ne è la premessa: fra gli esseri umani, impedendo che una piccola parte di loro imponga a tutti la conservazione di un sistema fondato sull’attuale modello di sviluppo, vale a dire su una produzione sempre più vasta di beni che non rispondono ai bisogni vitali ma sono imposti dalla dittatura che chi dalla produzione trae il profitto esercita su chi consuma. Una dittatura così efficace che il movimento operaio stesso da più di un secolo ha finito per accettare l’idea che un maggior benessere avrebbe potuto venire da un sempre più celere sviluppo di beni-merci, quali che sia. Senza alcuna misura che consenta di stabilire compatibilità fra la velocità del loro utilizzo e quella della loro rigenerazione, il metodo di misurazione chiamato «impronta ecologica», che dovrebbe in realtà esser obbligatoria per ogni prodotto. (Pensate come sarebbe importante chiederla prima di concedere anche solo un euro di finanziamento pubblico?).

DIVENTEREBBE più chiaro che già oggi l’Italia consuma tanta materia non rinnovabile quanto solo un pianeta quattro volte più grande di quello che abbiamo può fornire senza accumulare un debito che non saremo in grado di ripagare. E l’Italia non è il peggio, e se solo l’India, che consuma di meno di quanto potrebbe (0,7% dice la sua impronta paese) è un paese dove ci sono tanti ricchi ma anche buona parte degli 800 milioni di denutriti del mondo vuol dire che c’è qualcosa che non funziona in questo sistema. Che Federico Butera ha l’onestà di chiamare per nome: il capitalismo.

La Terra si è già molto ammalata nel corso della storia, l’ultima volta pare sia stato 250.000 anni fa. Ma allora noi umani ancora non esistevamo. Ora invece ci siamo e potremmo attrezzarci. Se non siamo capaci di farlo, peggio per noi: siamo solo lo 0,6 % delle specie viventi, e se spariamo non se ne accorgerà nessuno.
Nemmeno un bel funerale a meno che non provvedano gli scarafaggi.