CONTRO OGNI FASCISMO ANNIDATO NEL NOSTRO PRESENTE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRO OGNI FASCISMO ANNIDATO NEL NOSTRO PRESENTE da IL FATTO

25 aprile, ci sono due modi per celebrare l’antifascismo: ecco come finirla con la retorica

Paolo Ercolani   24 APRILE 2022

Filosofo, Università di Urbino “Carlo Bo”

Ci sono due modi di celebrare il 25 aprile quale data della Liberazione dal nazifascismo. Il primo, quello più tristemente diffuso (e ormai fiacco), consiste nella retorica di appellarsi a un antifascismo di maniera, quindi soltanto ideologico e formale (bandiere, manifestazioni, parate etc.).

Sarebbe ora di affermare il secondo, più sostanziale e spendibile anche nel presente. Questo secondo modo considera il nazifascismo non come un fenomeno magico, improvvisamente apparso da una scena altra rispetto a quella umana e infine dissoltosi definitivamente nel 1945. Per cui è sacrosanto ricordare e celebrare l’antifascismo riferito al ventennio di Hitler, Mussolini e altri, ma occorre considerare che il nazifascismo della prima metà del Novecento è stato il culmine di tendenze sempre presenti nel mondo umano, prima di quel periodo e – per quello che ci riguarda – anche dopo.

Uscire dalla retorica e considerare la sostanza significa ricordare che il nazifascismo si è fondato su tre pilastri portanti: la gerarchia fra gli uomini (dominio e sfruttamento di razze e ceti superiori su quelli inferiori); la soppressione della democrazia politica e della libertà individuale; una capillare campagna di comunicazione volta a celebrare il regime e ad affermare come “nemici oggettivi” (quindi da incarcerare o eliminare) tutti coloro che non aderiscono integralmente ai suoi dogmi.L’antifascismo smette di essere soltanto retorica e diventa sostanza nella misura in cui ci chiediamo quanto (e quale) di quel fascismo – pur nei tempi fortunatamente mutati – è ancora vivo e vegeto nel nostro presente. Specificamente nel sistema liberale in cui viviamo, sciaguratamente tornato a declinarsi in termini di liberismo spinto, con conseguente aumento delle disuguaglianze, soppressione dei diritti sociali e formazione di poteri oligarchici (banche, finanza, etc.) che godono di privilegi preclusi alla stragrande maggioranza dei cittadini. L’Italia non fa eccezione, anzi, nel vedere sempre meno persone che detengono la gran parte della ricchezza economica.

Lo stesso sistema che incarcera Julian Assange, colpevole del “reato” di giornalismo per aver svelato i crimini dell’Occidente liberale nelle guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq. Ma ancora, il medesimo sistema che marchia di infamia (come “figli di Putin”) coloro che provano a elaborare un ragionamento più articolato sulla guerra Russia-Ucraina, rifiutando di omologarsi alla versione governativa. È il caso della scrittrice e giornalista de Il Fatto Quotidiano Daniela Ranieri – bersaglio degli strali social di partiti liberali come Italia Viva e Azione – che ha dovuto iniziare a querelare per difendersi dall’accusa di essere una “putiniana” soltanto perché si ostina a criticare la visione unilaterale dei paesi Nato.

Occorre precisare che nessun partito odierno è esente da forme di “fascismo social”, né ci si deve stupire che un sistema liberale le contenga. Basti pensare che nel 1927 (quando la dittatura di Mussolini si era rivelata in tutta la sua violenza), un autore liberale come Mises – pur di contrastare il comunismo – riconosceva al fascismo il merito di aver “salvato la civiltà europea”, attribuendogli per questo “un merito che vivrà in eterno nella storia”. Prima ancora ci aveva pensato il nostro Benedetto Croce, liberale anch’egli, a dire che alcuni ceffoni non hanno mai fatto male a nessuno (stava commentando le prime spedizioni fasciste contro gli operai in sciopero).

Meglio precisare: il nostro non è il tempo di quel tipo di fascismo né di quei liberali inizialmente entusiasti delle violenze, sarebbe sciocco sostenere il contrario. Tuttavia è sempre il tempo delle guerre che possono estendersi, delle propagande di parte (putiniane e occidentali), delle gerarchie e dei privilegi, delle libertà soppresse e degli insulti o peggio a chi non si conforma alla visione del governo russo (in Russia) o dei governi Nato (in Occidente).Il regime di Putin è certamente più violento e liberticida – secondo una triste e lunghissima tradizione di quelle terre – ma soltanto perché noi occidentali possiamo permetterci di esercitare quelle violenze ben lontano dai nostri confini protetti. In patria ci limitiamo al “fascismo farsesco”, quello di chi vuole escludere atleti e artisti russi da competizioni e manifestazioni, o quello dei giornalisti e notisti zelanti che sono pronti a mettere alla gogna chi si ostina a ragionare fuori dagli schemi precostituiti.

Quindi sì, celebriamolo con tutti gli onori questo 25 aprile del 2022, non solo sventolando bandiere e ricordando il passato che fu, ma anche e soprattutto utilizzando quella memoria storica per combattere ogni fascismo che si annida nel nostro presente. Senza smettere di ragionare sul fatto che stiamo parlando di un fenomeno nato in Europa…

 Ucraina, uscire dalla Nato è necessario per l’unica pace possibile

Fabio Marcelli  23 APRILE 2022

Giurista internazionale

La guerra in corso in Ucraina, che Biden è la Nato vorrebbero continuare sine die, sta evidenziando un forte distanziamento tra forze politiche belliciste e sentimento popolare pacifista. Il Pd appare più che mai in preda a un autentico marasma ideologico. Ne è testimonianza lo sciagurato voto, poi in parte oggetto di pentimento, a favore della nuova Festa degli Alpini in coincidenza colla ricorrenza della battaglia di Nikolajewka, dove il corpo di spedizione italiano in Russia combatté al fianco dei nazisti. Una gravissima offesa – a tutti i giovani italiani, alpini o no, che costretti a partecipare all’infame guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica persero la vita da quelle parti. Una tragedia della quale ci sono rimaste le testimonianze autorevoli di protagonisti come Nuto Revelli, Mario Rigon Stern e di Elia Marcelli, che dedicò a quella disgraziata epopea il poema in versi romaneschi dal titolo Li Romani in Russia.Altra testimonianza dell’evidente scombussolamento imperante è la proposta di Radicali e Più Europa di scendere in piazza il 25 aprile colle bandiere della Nato. Provocazione che sicuramente va respinta colla massima risolutezza, dato che la Liberazione è stata opera delle organizzazioni partigiane – non certo della Nato che allora neanche esisteva – e che la guerra mondiale contro Hitler è stata vinta da una coalizione internazionale della quale il principale protagonista è stata l’Unione Sovietica, che ha pagato con venti milioni di vite il proprio contributo a quella vittoria.

Il generale tedesco Adolf Heusinger, capo di Stato maggiore durante la Seconda guerra mondiale e organizzatore – in quanto responsabile militare di alto livello – delle aggressioni compiute dalla Reichswehr in Russia e altrove, divenne in seguito presidente del Comitato militare della Nato, carica che tenne negli anni dal 1961 al 1963, il periodo più acuto della guerra fredda, caratterizzato dalla crisi dei missili a Cuba. Non si tratta di un caso isolato dato che ovunque, e anche in Italia, la Nato attinse i suoi quadri tra ex nazisti ed ex fascisti dando vita fra l’altro a organizzazioni come Gladio che parteciparono, grazie a personaggi come Licio Gelli, alle stragi e agli attentati fascisti degli anni Settanta e Ottanta, una strategia mirata all’epoca ad escludere il Pci e le forze di sinistra dal governo del Paese.

Esiste peraltro una netta continuità tra le vicende della Seconda guerra mondiale e e quelle attuali. Le testimonianze dei civili del Donbass sequestrati, torturati e assassinati dal Battaglione Azov, i nazisti kantiani di gramelliniana osservanza, dimostrano come quella memoria sia ancora viva. Certamente, come ripeto sempre, esistono anche precise responsabilità del governo russo e di Putin che hanno suscitato una guerra d’aggressione frutto di un nazionalismo non migliore di quello di Zelensky.

In una situazione del genere, del resto, mi pare difficile separare i buoni dai cattivi, come fa invece ogni giorno la propaganda guerrafondaia dei principali media nazionali, che vorrebbe appoggiare una delle due parti in causa mediante l’invio crescente di armi, fino, se necessario, alla Terza Guerra Mondiale. Prospettiva, quest’ultima, irresponsabilmente messa in conto da un ceto politico alla frutta che, pur di non disobbedire ai suoi padroni statunitensi, trascinerebbe tutto il popolo italiano e tutto il Paese verso la catastrofe, economica o bellica.

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Nessuno di questi signori, e il discorso vale ovviamente anche per l’Unione Europea nel suo complesso, che pure si riempiono la bocca della parola “democrazia”, si è mai sognato di interpellare il popolo italiano per sapere se effettivamente è disposto a morire per la marionetta statunitense (e dei nazisti ucraini) Zelensky, che da molto tempo sta sabotando, a mio parere su chiara indicazione di Biden, ogni prospettiva di negoziato e di pace.

Sanno benissimo che, se lo facessero, riceverebbero una schiacciante quantità di pernacchie. La gente comune, infatti, vuole vivere e possibilmente bene. Non ha interesse e voglia a ingerirsi in una faccenda sporca e complessa come la guerra in corso, di cui ogni giorno ci raccontano le atrocità, vere o false, commesse da entrambi le parti in conflitto, siano esse Russia o Nato. Uscire da quest’ultima costituisce quindi, a ben vedere, un’esigenza urgente e irrinunciabile se vogliamo recuperare un ruolo attivo del nostro Paese e dell’Europa per l’unica pace possibile, giusta e necessaria, basata sulla neutralizzazione permanente dell’Ucraina e sull’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass.

Parole d’ordine sulle quali occorre scendere in piazza il 25 aprile, in continuità colla resistenza democratica, popolare e antifascista, opera dei nostri padri che rischiarono e persero la vita per garantire alle generazioni future il bene inestimabile della pace.

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