COME UN PESCE IN “BARILE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME UN PESCE IN “BARILE” da IL MANIFESTO

Ritorno al nucleare, un colpo alla Terra e alla democrazia

Greenwashing europeo. Silenzio del Pd, che sta zitto da mesi, come del resto D’Alema che adesso torna a casa perché quel partito che aveva abbandonato con clamore è tornato ad essere bravoLuciana Castellina, Massimo Serafini  04.01.2022

Se si voleva dare un altro schiaffo alla politica, e dunque alla democrazia, non si sarebbe potuto fare di meglio: dopo aver lanciato allarmi (sacrosanti), raccolto pareri scientifici (accurati e maggioritari), dichiarato che era necessaria una drastica svolta nel nostro modo di produrre e consumare per far fronte alla minaccia incombente della distruzione della Terra e dell’umanità che vi abita (in prima fila negli appelli Von der Leyen), la Commissione europea rende pubblica, e dunque ufficiale, una proposta di definizione della tassonomia – che indica quali siano le fonti energetiche da considerare rinnovabili – in cui vengono incluse sia l’energia nucleare che il gas!

Guardiamo la Tv per cercare una reazione: burocratica informazione del corrispondente da Bruxelles per avvertire che la decisione dovrà comunque passare per l’approvazione del Parlamento e naturalmente dei governi europei.

Aspettiamo con ansia un parere, almeno un primo giudizio del nostro, almeno dei partiti che lo compongono: niente, tutti troppo occupati a trattare l’elezione del presidente della Repubblica.

Silenzio assordante anche del Pd, che su questi temi sta zitto ormai da mesi, come del resto D’Alema che adesso scopre che torna a casa perché quel partito che aveva abbandonato con clamore qualche anno fa è tornato ad essere bravo. Non avrebbe dovuto aspettare perlomeno qualche prova più consistente dell’avvenuto ravvedimento, a partire da una decisa presa di posizione in merito alle ripetute dichiarazioni del ministro “della finzione ecologica” Cingolani a favore del nucleare e del gas, che non dovrebbe esser considerata una allegra distrazione?

(Come invece appare, perché nessuno dei nostri ministri, e tanto meno il presidente del consiglio, hanno sentito la necessità di dichiarare che, almeno per ora, quelle erano solo posizioni personali di Cingolani).

Solo i 5Stelle, per voce del loro vice, a nome del Movimento e non ancora come partner del governo, si sono per fortuna differenziati annunciando il loro dissenso.

A parlare in Europa per ora sono stati la vicepresidente del governo spagnolo, la compagna di Podemos, Yolanda Diaz, con l’invito alla Commissione di “riconsiderare questa decisione per evitare di allontanarsi dalla evidenza scientifica e dalla domanda della società”.

Così anche, in un primo tempo, il vice-cancelliere del governo tedesco, il verde che ha definito “disgustosa” la posizione emersa a Bruxelles, stretto nel suo semaforo, dal giallo partner liberale e dal rosso cancelliere Spd (che però alla fine si è dichiarato anche lui contrario, peraltro già impegnato dalla chiusura delle centrali tedesche).

Chi ha dunque deciso questa spettacolare resurrezione del nucleare e assoluzione del gas? La famosa governance, l’oscura fascia di sconosciuti esperti, a cui, da quando 50 anni fa la Trilateral decise che l’economia era troppo importante per affidarla alla politica, e consegnò, col plaudente consenso di America, Europa e Giappone, ai tecnocrati, esonerati da ogni controllo e dal dovere di rispondere ai cittadini, ogni delibera importante, loro sono diventati i veri titolari di una sovranità popolare espropriata.

Nessuna ragione, se mai ne esistessero, viene portata per giustificare questa scelta che, se verrà compiuta, non permetterà di realizzare né l’obiettivo del 55% di fonti rinnovabili al 2030, né contenere nel 2050 l’aumento della temperatura di 1,5%.

Le conseguenze sui popoli, soprattutto sulla loro parte più fragile e povera, saranno pesantissime in termini di sicurezza e qualità della vita. E di spesa: salvo per la Francia, che di pericolose centrali nucleari ne ha già molte, costruirne di nuove impiega almeno 10 anni e a costi proibitivi.

A questo punto entrare nel merito del documento serve a poco. Il problema non è tecnico, ma solo politico.

Ci sono ancora margini per fermare questa vera e propria porcheria. Ora comincia l’ iter dell’approvazione definitiva: prima il consiglio dei ministri e poi il parlamento europeo, i cui pareri non sono del tutto scontati e su cui è dunque possibile incidere. È inutile ricordare quanto sarebbe importante che l’Italia, che sul No al nucleare ha già vinto due referendum, facesse parte di questa opposizione. Fino ad ora il suo ruolo è stato completamente negativo, viste le ripetute dichiarazioni filo nucleari e filo metano del ministro Cingolani e che mai Draghi ha smentito o commentato.

Saremmo curiosi di sapere se negli incontri con Macron e con il nuovo cancelliere tedesco Sholz si sia discusso di nucleare e gas e soprattutto che impegni sono stati già presi da Roma.

C’è da domandarsi come sia possibile che su un argomento così importante, su cui si decide il futuro del paese e del governo di larghe intese, alzi la voce solo la Lega con Salvini. Lui vuole riaprire al nucleare, anche eventualmente promuovendo un altro referendum. Evidentemente si sente in grado di garantire che nelle regioni a guida Lega saranno pronti ad aprire i rispettivi territori alle discariche dei rifiuti pericolosi, che dovrebbe essere la condizione per autorizzare la costruzione delle centrali.

Ci chiediamo se il leader leghista abbia già informato i suoi presidenti di regione per informarli che dovranno mettere a disposizione i loro territori per ospitare i rifiuti radioattivi, visto che il documento europeo permette di costruire centrali nucleari fino al 2045, ma alla condizione che ci sia un piano preciso di smaltimento delle scorie.

Il Pd è assente da sempre da questa discussione sulla tassonomia. Non vuole disturbare Draghi e quindi tace? Pensa che l’argomento abbia un peso modesto sul futuro del paese e più in generale dell’Europa? Un drammatico errore.

È augurabile che la mobilitazione sociale contro gas e nucleare, decisa per il mese di gennaio da Legambiente insieme ad una vastissima rete associativa e a importanti settori della Cgil, lo scuota e gli faccia cambiare idea. Sarebbe una scelta determinante per rimettere in discussione tutto, facendo saltare l’intesa raggiunta sul documento.

Il voto dell’Italia è determinante e quindi non basta che finalmente il Pd si esprima e dica come la pensa, ma si proponga di aprire un confronto nel governo per spingerlo ad opporsi a una scelta così negativa. Non dare importanza alle scelte di quel documento significa collocare il Pd fuori dalla lotta al cambio climatico e quindi fra le forze negazioniste. Non è cosa di poco conto, una quisquilia che non deve disturbare le strategie intese a formare nuove maggioranze su chi dovrà o meno governare e presiedere l’Italia.

Così rischiamo di intossicare anche i green bond

L’atomo fuggente. La tassonomia energetica e il greenwashing delle fonti inquinanti

Giuseppe Onufrio  04.01.2022

In questi tempi di revival nucleare rilanciati dalla proposta di tassonomia europea, vale la pena di ricordare – repetita juvant – alcuni fatti importanti per il nostro paese. Nel 2008 il governo Berlusconi siglò con il Presidente francese Sarkozy un «memorandum» che prevedeva la costruzione di quattro reattori Epr. La Francia ne aveva iniziato a costruire uno a Flamanville da poco tempo (nel 2006 i primi lavori) e pensava di espandere il portafoglio ordini. L’Epr di Flamanville è tuttora in costruzione e il suo costo complessivo, secondo le stime della Corte dei Conti francese, supera i 19 miliardi di euro rispetto ai 3,3 previsti da progetto.

Il movimento antinucleare e referendario, che nel 2011 vinse il referendum con maggioranza schiacciante riuscendo a raggiungere il quorum, ha dunque risparmiato all’Italia una perdita colossale (anche ammesso di non far peggio dei francesi) a fronte della quale ad oggi non sarebbe stato prodotto nemmeno un kilowattora. Invece proprio in quegli anni (2011-12) le fonti rinnovabili fecero un balzo in avanti e in poco tempo hanno aggiunto alla rete circa 50 miliardi di kilowattora all’anno, una quantità uguale se non superiore a quella dei quattro fantomatici Epr. Poi fu messo un freno a mano al settore (che perdura fino a oggi, vedremo ora se si sbloccherà qualcosa come promesso). Infatti, l’espansione delle rinnovabili in un contesto di stagnazione dei consumi aveva «invaso» la quota di mercato del gas oltre che del carbone. Così dagli esponenti più importanti del settore petrolifero e del gas vennero attacchi furibondi (con profetiche frasi del tipo «investire nelle rinnovabili è da ubriachi»).

Sull’altro Epr in costruzione in Europa – a Olkiluoto in Finlandia – era impegnata l’azienda proprietaria della tecnologia, la francese Areva. A causa dell’esplosione dei costi nel cantiere finlandese Areva è fallita. La stessa cosa è avvenuta sull’altra sponda dell’Atlantico: dei quattro nuovi reattori nippo-americani AP1000 due sono stati cancellati e i due restanti viaggiano a costi triplicati. Anche in questo caso l’azienda proprietaria della tecnologia Toshiba-Westinghouse è fallita nel 2017. Eppure, sia in Francia che negli Usa c’era stato un forte sostegno dei governi e nessun referendum a impedire alcunché. Così, quando il centrodestra si eccita alla parola nucleare dovrebbe fare un piccolo esercizio di memoria storica – in fondo sono passati 10 anni, non 100 – e guardarsi intorno. Fosse stato per loro avremmo avuto un buco finanziario che vale più della quota a fondo perduto del Recovery Plan e con qualche grande azienda fallita. Invece di eccitarsi dovrebbero ringraziare gli italiani che impedirono questo errore. E riflettere sulla linea della Germania – la prima manifattura d’Europa punta pesantemente sulle rinnovabili – che era già chiara con Angela Merkel e che verrà confermata con ancora maggior convinzione dal nuovo governo.
Mettere il nucleare in tassonomia servirà a «nascondere» tra i green bonds anche investimenti in questa fonte che è tutto fuorché sostenibile: si basa su una fonte non rinnovabile, e che non ha mai risolto, nemmeno negli Usa il paese che ha inventato la tecnologia e che ha più rifiuti nucleari, la gestione a lungo termine delle scorie: da quelle parti le barre di combustibile irraggiato rimarranno a tempo «indefinito» presso gli impianti. Ultimo ma non meno importante, si tratta di una tecnologia proliferativa. Il legame con il settore militare emerge sia nel Regno Unito – dove il tema del rinnovo dei sommergibili a propulsione nucleare è una priorità – e ancora più chiaramente in Francia, dove è persino rivendicato dal presidente Macron.

Accettare nella tassonomia il nucleare è un modo per «tossificare» i futuri green bonds europei nella culla. E metterci, anche se con dei limiti, il gas fossile è come confermare una fonte che già oggi quella che emette più gas serra in Europa, trasformando la tassonomia in uno strumento per promuovere il greenwashing e non per combatterlo.

Se il centrodestra utilizza il tema nucleare in modo del tutto ideologico, non è chiara la posizione del Pd che appare muto e assente. Come un pesce in barile. Anche se forse si tratta di un «barile» di gas.

*direttore Greenpeace Italia

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