COLLETTIVITÀ O SOMMA DI INDIVIDUI? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COLLETTIVITÀ O SOMMA DI INDIVIDUI? da IL MANIFESTO

Il rumore che mistifica la realtà scientifica

Intervista. Marco Cattaneo, direttore di Scientific American – Le Scienze: «Certe teorie convincono persone non necessariamente ignoranti ma sicure di poter valutare da sé ogni argomento». «I tempi dell’informazione scientifica e quelli della comunicazione sono drammaticamente diversi. Ma il progresso viene dall’insieme delle pubblicazioni, non dai singoli papers».Eleonora Martini  04.08.2021

Il fisico Marco Cattaneo dirige, oltre a Mind e National Geographic, anche l’edizione italiana del prestigioso Scientific American – Le Scienze. È la persona giusta per tentare di fare chiarezza sul «rumore di fondo» che rischia di coprire la realtà scientifica in un’era difficile.

Il Green pass comporta il pericolo di un possibile controllo di massa?

Non lo vedo, semmai potrebbe esserci un pericolo di discriminazione, anche non necessariamente volontaria. La paura è una prerogativa di tutti, e quindi non può essere trascurata: se c’è qualcuno che sceglie di non vaccinarsi per problemi personali o per paura, in qualche modo va rispettato. Non parlo di No vax, ma di chi fa una scelta ponderata nel rispetto di tutte le regole e della salute pubblica. In questo caso però anche il semplice tampone per ottenere il Green pass si può rivelare un intralcio alla libera mobilità, perché magari il risultato non arriva in tempo e così via… Insomma ci sono scelte non so quanto condivisibili ma non totalmente campate in aria. L’imposizione però non c’è: non si è arrivati neppure a imporre l’obbligo vaccinale.

Sarebbe stato possibile?

Dal punto di vista legislativo sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria dello Stato approvata dal parlamento: è perfettamente costituzionale. D’altronde le vaccinazioni pediatriche sono state imposte per decenni, e l’obbligo tornò con la legge Lorenzin perché il numero di vaccinati si era abbassato troppo da quando era stato eliminato. Non vedo dove sarebbe il problema.

L’obbligo solleva dalle responsabilità individuali. La paura del controllo però rimane.

Viviamo costantemente sotto il controllo di aziende private che conoscono perfettamente i nostri movimenti, i nostri gusti, i nostri acquisti. Dal punto di vista del consumatore tutti siamo sotto controllo costante, ciò che fa paura agli italiani è un altro tipo di controllo. Ma il problema secondo me non è questo, riguarda piuttosto la libertà di scelta.

Però anche l’App Immuni e altre forme di tracciamento (normalmente e serenamente utilizzate in alcune parti del mondo, vedi Olimpiadi di Tokyo) non hanno potuto funzionare da noi per mancanza di utenti disposti a farsi tracciare.

Sì, c’è un rifiuto dell’imposizione, direi, più che del controllo. In quel caso poi credo che abbia avuto un ruolo decisivo il sistema di comunicazione, che è stato devastante e non solo in Italia. L’App Immuni è stato uno strumento partito spuntato e comunicato malissimo, anche perché la comunicazione ormai non è più top to bottom, dall’alto verso il basso, ma si muove in modo orizzontale, con un rumore di fondo che impedisce di vedere bene la realtà.Ci torniamo, ma le chiederei ora se vede un nesso tra la critica al capitalismo, la sfiducia verso la cosiddetta “Big Pharma”e il rifiuto della scienza “ufficiale”, che diventa poi rifiuto della scienza tout court.

La critica al capitalismo è una cosa condivisibile sotto molti aspetti. Per esempio se si guarda la concentrazione della ricchezza in mani che rimangono sempre le stesse per generazioni: quando io mi sono iscritto all’università, quello era uno strumento di promozione sociale per molti. Nel momento in cui anche questo strumento svanisce, aumenta la sfiducia verso le istituzioni, compresa la scienza. Ma la scienza non ufficiale, non dimentichiamocelo, ha portato – anche recentemente, si ricordi la vicenda Stamina – a disastri epocali. Da molti decenni i sistemi democratici si sono dotati di Agenzie indipendenti che controllano i prodotti farmaceutici. Ora, se tutta la nostra visione del mondo va in una direzione di critica totale del capitalismo ma anche delle istituzioni democratiche, allora non troviamo più un terreno condiviso dal quale partire. In realtà la scienza in questo anno e mezzo si è trovata di fronte ad un evento assolutamente epocale, nuovo, e a un fenomeno in evoluzione continua. E ha dato delle risposte. Molti tentativi hanno fallito, ma sta nelle cose della scienza. Le risposte scientifiche poi devono essere fatte proprie e usate dalla politica, che ha il potere delle scelte.

Il grande malinteso di questi tempi è confondere la scienza con le opinioni dei singoli scienziati.

Sì, fino a un anno e mezzo fa tutto il dibattito scientifico, anche il confronto aspro, avveniva al chiuso dei congressi, dopodiché l’intera comunità scientifica convergeva su quelle che erano le soluzioni o le informazioni più efficaci. Oggi anche il dibattito è diventato di dominio pubblico e arriva a persone che non hanno strumenti scientifici di base sufficienti per valutare l’affidabilità delle affermazioni. Il grande pregio della scienza è che non dà certezze ma solo stime, con il margine di errore. Criticare le decisioni della comunità scientifica nel suo insieme aggrappandosi a singole opinioni, immaginare forti interessi delle case farmaceutiche o di altri privati, ci mette però nella condizione di chiederci: qual è l’alternativa?

E qui entra in gioco la comunicazione: se tutto diventa scienza, niente è scienza. Quanto si possono ritenere responsabili del caos di questi giorni i professionisti della comunicazione?

Ci siamo trovati in una situazione in cui un numero imprecisato di scienziati e medici ha lavorato più per il proprio ego che per una comunicazione efficiente. Il caos di comunicazioni non ha aiutato nessuno, e lascia agli utenti scegliere chi seguire e a chi credere, in base ai propri pregiudizi e alle proprie convinzioni che nulla hanno di scientifico. In realtà la scienza è un patrimonio di conoscenze condivise, è il complesso delle informazioni date dalle pubblicazioni scientifiche, non la singola pubblicazione. Il progresso viene dall’insieme di queste conoscenze, non da una singola. Sceglierne una significa invece selezionare qualcosa che può dimostrarsi sbagliato successivamente o che è già stato confutato da altri dati. Uno dei problemi della comunicazione, soprattutto della cronaca, è stato invece quello di sfornare notizie ad effetto sulla base di articoli preprint, prelevati da database senza alcuna peer review. Il fatto è che i tempi dell’informazione scientifica e quelli della comunicazione sono drammaticamente diversi. Per quanto la scienza sia stata rapidissima in questo anno e mezzo, purtroppo non ha la velocità di un lancio di agenzia. Poi, si sa, la smentita è sempre più debole della notizia.

Ma non è un caos inevitabile, nell’era di internet?

È una possibilità, ed è preoccupante. A inizio secolo la rete ha entusiasmato per la potenziale accessibilità di tutti a tutte le informazioni, senza calcolare però che ad essere accessibile sarebbe stata anche la disinformazione. Il cui volume purtroppo è pari se non maggiore a quello della corretta informazione, anche senza una certa politica che la usa come una vera e propria arma. Abbiamo visto negli ultimi anni come la manipolazione dell’informazione abbia funzionato in politica in maniera egregia. Se ora comincia a funzionare anche nel campo della scienza, allora non avremo più una base condivisa di conoscenze. In questo modo si creano curve da stadio, si aumenta il numero di persone influenzabili e si riduce la capacità di capire la realtà. In fisica usiamo il termine «rumore» per parlare di un caos che oscura il segnale principale: sulla rete una notizia non è importante se è affidabile ma se circola. Una differenza che passa inosservata perché il livello medio di attenzione è regredito a quello di un bambino.

Uno degli argomenti degli scettici è la rapidità con cui sono stati messi a punto i vaccini. Ma siamo sicuri che in passato gli altri vaccini, che pure erano obbligatori, abbiano avuto una sperimentazione più lunga e studi più accurati?

Assolutamente no. Il vaccino antipolio di Salk, per esempio, fu sviluppato dal 1952, testato nel 1954 e distribuito già nel 1955. Per i vaccini anti Covid sono state solo compresse alcune fasi, senza saltarne nessuna. Per esempio è stato fatto in tempi estremamente rapidi l’arruolamento delle persone che si candidavano a sottoporsi alla sperimentazione umana: di solito per vaccini o farmaci questo arruolamento richiede mesi o anni, in questo caso sono bastati pochi giorni. Altra cosa: i numeri di persone su cui sono stati sperimentati – 44 mila per Pfizer, 30 mila per Moderna – sono perfettamente compatibili con i trial clinici normali. Tant’è che poi sui vaccini e sui farmaci si attiva sempre la farmaco vigilanza, perché le reazioni estremamente rare possono manifestarsi su un numero di persone molto più grande di quello delle sperimentazioni. Ma le reazioni si manifestano subito: io non ricordo che ci siano mai stati effetti collaterali a distanza di 10 o 15 anni tali per cui un vaccino sia stato ritirato dal commercio.

Il cospirazionismo secondo lei permea di più la sinistra anticapitalista o la destra anti sistema?

Non saprei, vedo però su cosa è nato il Movimento Cinque Stelle, che non saprei collocare in uno schema destra-sinistra. Quel movimento è stato da subito contro il “sistema””, per l’abolizione dei corpi intermedi, e all’inizio era un profondo sostenitore della terapia Stamina e della «cospirazione Xylella». A recepire maggiormente sono tendenzialmente le fasce di popolazione soggette a frustrazioni, personali e socio-economiche, e persone non necessariamente ignoranti ma profondamente convinte di poter valutare da sé la consistenza degli argomenti.

Capitalismo e pandemie: Il rapporto rimosso

Filosofia . Ecologia politica. Il legame che una critica filosofica, spesso oracolare, non vede. La tradizione degli oppressi ci ha insegnato a rovesciare lo stato di emergenza permanente per scagliarlo contro il capitalismo che distrugge la vita, non la salva

Roberto Ciccarelli  04.08.2021

C’è un non detto alla base delle discussioni sulla libertà individuale e l’oppressione di uno stato autoritario: il Covid. I discorsi vertono sul rapporto astratto tra la libertà dell’individuo di muoversi e il potere dello Stato di controllarlo. Come se i due aspetti, le cause della pandemia e gli stati di emergenza sanitari, non fossero strettamente collegati. Il virus resta in una penombra, quando non viene definito un’«invenzione» oppure negato del tutto.

La rimozione non è praticata solo negli interventi spesso oracolari di filosofi come Giorgio Agamben o Massimo Cacciari che hanno generato una discussione astiosa. Può essere considerata parte di una strategia discorsiva alla quale non è stato dato il giusto peso. Da marzo 2020 le massime autorità degli Stati e di alcune istituzioni sovranazionali hanno presentato il Covid come uno «choc esogeno», prodotto di una causa extra-umana che non può essere imputabile a nessuno.

Lo scopo della rimozione è tutelare il sistema che produce anche le pandemie, adottando ingegnosi rimedi che servono a proteggere la popolazione ma non a sradicare i rischi che corre. Essere «resilienti», come invita a fare l’omonimo piano della «ripresa», non serve a prospettare lo sradicamento dei rischi, ma l’adattamento a un pericolo endemico che va curato e indennizzato quando non è possibile prevenirlo.

Sono poco comprese le voci degli epidemiologi critici, degli ecologisti o dei materialisti che, a livello internazionale e molto meno purtroppo in Italia, hanno invece sollecitato a indagare la politicità del virus e la rete delle cause che lo hanno prodotto: il capitalismo dell’agribusiness, la deforestazione e le monoculture animali che favoriscono i salti di specie da animale a uomo e hanno generato la famiglia dei coronavirus di cui il Covid è uno di quelli più pericolosi. Questo sistema ha imposto la convivenza forzata tra specie diverse e ha trasformato ogni forma del vivente in un’occasione di profitto. Il dibattito sullo «Structural One Health» spiega come le pandemie siano collegate ai circuiti del capitale che stanno cambiando le condizioni ambientali e mutando le forme del governo.

La critica dell’economia politica permetterebbe di dare concretezza alla ricerca delle alternative a un sistema che continuerà a produrre, direttamente o indirettamente, eventi catastrofici globali. Non si tratta di aspettare la prossima pandemia. È sufficiente osservare le conseguenze del surriscaldamento del clima e il loro rapporto con il capitalismo fossile e finanziario. Non porsi il problema di un mondo ridotto a una fattoria globale, o slegarlo da quello che lo ha ridotto a vivere in una serra, non impedirà la diffusione di fenomeni patogeni o climatici ancora più virulenti e devastanti. E, dunque, il ricorso a politiche di emergenza che distruggono con le quarantene sia la democrazia che l’economia, la socialità e il lavoro. Non c’è dubbio che, in questa prospettiva, le libertà individuali e la solidarietà continuerebbero ad essere ostacolate, e messe in contrasto, dalla proliferazione dei controlli e della sorveglianza. Il problema è questo: tanto più il virus continuerà ad essere rimosso, e affrontato solo attraverso l’immunizzazione com’è già accaduto in passato, tanto più si rafforzerà la sensazione di essere politicamente impotenti.

Il dibattito resta concentrato sulla circolazione del virus e sui modi per rendere possibile quella delle persone. È comprensibile che questo accada in una società il cui primo comandamento è lasciare fare (le persone) e lasciare passare (le merci). C’è chi privilegia il lasciare fare in nome della sovranità individuale e chi considera i diritti in rapporto alla ripresa della circolazione delle merci che garantirebbero il benessere anche se danneggiano la libertà individuale. Sono due visioni della stessa libertà capitalista e rivelano il suo carattere «liberogeno»: da un lato, la libertà si afferma sulla sicurezza; dall’altro lato, la sicurezza divora la libertà mentre la protegge. Molto spesso questo paradosso è accompagnato da un altro: il paternalismo libertario di cui parlano i teorici del «nudge»- cioè il metodo «gentile» per ispirare la giusta decisione senza farla apparire un’imposizione. È un metodo di governo usato sia dai management aziendali, sia dai governi che spingono a vaccinarsi con il green pass senza imporre l’obbligo del vaccino. Entrambe queste tecniche sono usate ogni giorno, a seconda degli obiettivi, e non solo in questa emergenza.

Rovesciare questi paradossi è possibile partendo dalla conoscenza delle cause che rendono dolorosa, incerta e insostenibile una vita. Ciò non significa neutralizzarla, ma liberarla. Su queste basi si potrebbe argomentare la necessità di non subire l’emergenza permanente. La tradizione degli oppressi ci insegna a rovesciarla e a scagliarla contro il capitalismo che distrugge la vita, non la salva.