CI SONO LE GUERRE. E CI SONO LE MACERIE. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CI SONO LE GUERRE. E CI SONO LE MACERIE. da IL MANIFESTO

“CI SONO LE GUERRE. CI SONO  I GUERRAFONDAI COL CODAZZO DI LECCHINI BELLICISTI. CI SONO I PACIFISTI. E CI SONO LE MACERIE A CARICO DI TUTTI”

 

La democrazia esportata in armi, la Waterloo di Biden e della Nato

Scenari . La nuova «dottrina» Usa, e con essa quel che sarà della politica estera europea, è ora alla prova di due dossier non meno rilevanti di quello afghano: quello iraniano e quello cubano

Guido Moltedo  19.08.2021

Tra i 238 e le 241 mila morti, di cui 71 mila civili. È la guerra dei vent’anni che si è combattuta in Afghanistan ma anche, vale la pena ricordarlo, nelle regioni confinanti del vicino Pakistan. Costata agli Stati uniti 2.261 militari caduti, a cui vanno aggiunti i 3.936 contractor americani uccisi in combattimento, i mercenari, di cui poco si parla ma che, anche in questo conflitto, hanno avuto un ruolo cruciale.

I mercenari, di cui poco si parla ma che, anche in questo conflitto, hanno avuto un ruolo cruciale. In più i caduti della Nato. Una guerra per cui sono stati spesi 2.261 miliardi di dollari. Immaginare altri dieci, vent’anni così, per poi arrivare allo stesso esito, alla stessa situazione che vive l’Afghanistan in queste ore e giorni, non avrebbe alcun senso e certo non avverrà sotto questa presidenza, ha detto chiaramente il commander-in-chief dell’ultima, umiliante Waterloo americana. Un prezzo politico alto, paga Joe Biden, l’ultimo dei quattro presidenti implicati nel conflitto, per i sei mesi finali degli oltre duecento dell’impresa afghana.

Le immagini della vittoria talebana, del caos, del panico, del fuggi fuggi, della disperazione hanno avuto la meglio sulla sostanza di quanto è accaduto e sta ancora accadendo e che Biden ha vanamente cercato di incorniciare dentro una visione logica, pragmatica e, soprattutto, in linea con gli interessi americani, buttando al macero l’ottusa retorica della democrazia formato export di chi iniziò la guerra. Il sussulto che suscitano le scene da Kabul non deve meravigliare nella nostra età ormai matura della comunicazione globale e quindi, delle emozioni globali. Così come non meraviglierà la sua rapida scomparsa dal circuito mediatico perché più di tanto, anche le peggiori tragedie, nulla possono fare contro la tirannia del ciclo breve, sempre più breve della notizia.

Certo, è stato stolto da parte della Casa bianca non predisporre un piano di uscita con le sembianze di un ritiro ordinato, ma davvero sarebbe stato possibile attuarlo, come pontificano i tanti generali in poltrona che affollano tv, giornali e social? Qualcuno ricorda un ritiro ordinato da un conflitto, da una guerra palesemente ingiusta, o da un’invasione neocoloniale? Da Saigon? Da Teheran? Da Beirut? Da Mogadiscio? Da Baghdad? E dove la cessazione di un conflitto è stata apparentemente «ordinata», quel che è seguito non lo è stato altrettanto, come dimostra la Bosnia, per non andare tanto lontano.

Biden, a modo suo, ha avuto quello scatto che neppure il suo ex numero uno aveva avuto, contribuendo a lasciare aperto il conflitto afghano per darlo in eredità ai suoi successori. C’è da chiedersi se e quanto la decisione di Biden sia davvero frutto di un calcolo strategico e costituisca parte di una «dottrina» di lungo periodo. Una «dottrina» nella quale l’esplicitazione della priorità su tutto dell’interesse nazionale americano è chiara, dichiarata, senza inutili e offensivi orpelli ideologici, tipo esportazione della democrazia e dei valori occidentali. Una «dottrina» eminentemente isolazionista non ne ha più bisogno e, tolto tutto ciò che c’era di odioso in Trump, è sulla sua scia che si muove Biden, e con lui i poteri che contano a Washington e nel capitalismo americano.

Biden dovrà innanzitutto spiegare la sua «dottrina» – se tale è e non dilettantistica improvvisazione – agli alleati europei, ancora fermi, per convenienza, per ignavia, per subalternità, a un credo che, con i Bush, aveva rinnovato in chiave globale e alternativa all’Onu un’alleanza nata e consolidata per «combattere il comunismo», per poi dignitosamente andare in pensione con la sua fine, e che avrebbe dovuto rigorosamente agire per statuto entro il perimetro europeo. Il collasso afghano mette a nudo questa costruzione ideologica, edificata a Washington ma con il contributo convinto degli europei, che cara ci è costata, anche all’Italia, in termini di vite umane e di energie vitali regalate alla morte.

La nervosa reazione europea alla scelta di Biden supera largamente la stizza verso le intemperanze di Trump, compreso l’esibito disprezzo verso la Nato, col retropensiero che il suo successore avrebbe rimesso le cose a loro posto. Essa è rivelatrice soprattutto di un vuoto di pensiero europeo sul mondo d’oggi e su come esserne parte e averne parte.

La «dottrina» Biden, e con essa quel che sarà della politica estera europea, è ora alla prova di due dossier non meno rilevanti di quello afghano, quello iraniano e quello cubano. Con l’Afghanistan, Iran e Cuba erano in cima alle priorità dell’amministrazione Obama e nel programma elettorale di Biden. Nell’immediato, come scrive lucidamente sul manifesto Luciana Castellina, è «urgente dialogare con il governo di questo paese, che non è nostro amico, per facilitare il passaggio di quella frontiera». Tanto più che gli hazara, la minoranza sciita dell’Afghanistan è ancor più in difficoltà oggi, in balia di una maggioranza estremistica che, tanto per dare un segnale, ha abbattuto due giorni fa la statua di Abdul Ali Mazari, martire della lotta di questo fiero popolo sciita.

Con Cuba, un minimo di coerenza e di saggezza suggerisce di abbandonare definitivamente l’approccio ideologico. L’esasperazione nell’isola è da tempo ai limiti di guardia. Proseguire lungo la via delle sanzioni, comprese le ultime aggiunte da Trump, non porterà che a un conflitto, anche sanguinoso, questo a poche miglia dagli Stati Uniti. È questo che vuole l’amministrazione Biden, dopo la Waterloo afghana?

 

 

Perché deve tornare il tempo della solidarietà

Ong e Kabul. L’appello al Presidente del Consiglio sul rispetto dei Diritti Umani e l’urgenza di una vera azione umanitaria in Afghanistan

Raffaele K. Salinari *  19.08.2021

Stanno cadendo, forse definitivamente, certo tragicamente, le quinte di una rappresentazione messa in scena vent’anni or sono e che voleva celebrare il connubio contro natura tra la guerra e l’aiuto umanitario. Il collasso, in pochi giorni, delle operazioni di istitutional building e peace bulding sul suolo afghano, si riflette drammaticamente in queste ore nei volti delle bambine e delle donne scomparse sotto il burka, rinchiuse dentro casa o in fuga verso una libertà che appare sempre più lontana dalle promesse ammannite a suon di miliardi di dollari dalla coalizione occidentale.

Con un forte richiamo a questa consapevolezza si apre l’appello al Presidente del Consiglio sul rispetto dei Diritti Umani e l’urgenza di una vera azione umanitaria in Afghanistan, lanciato da un significativo insieme di Ong italiane ed internazionali e da settori del mondo politico e sociale.

Squarciato dunque dal discorso del Presidente Biden il velo di ambiguità che ha voluto forzare un uso strumentale dell’aiuto umanitario, costringendo via via le Ong realmente indipendenti e neutrali a dichiarare la loro distanza da questa impossibile commistione, resta, presente e chiaro, la situazione della popolazione afgana, specie di quanti hanno collaborato con le forze di occupazione, ma anche dei vari intellettuali, associazioni della società civile, giornalisti, che hanno cercato una via verso i diritti umani e la democrazia partecipativa in quel Paese.

Il testo dell’appello, infatti, parte proprio dall’esigenza di far tesoro di questo tragico epilogo per avanzare richieste precise. In questo frangente, si legge, l’urgenza umanitaria, cioè quella di salvare persone che temono per la loro vita, riguarda in prima battuta chi potrebbe essere più esposto alle immediate rappresaglie dei fondamentalisti, e cioè, per il nostro Governo, chi ha lavorato con l’Italia e le loro famiglie.

È un dovere morale aiutare chi ci ha aiutato, si legge nell’appello, e il governo è impegnato a fare fronte a questa responsabilità. Ma lo sguardo va immediatamente allargato a quanti, nel breve periodo, possono essere visti come il nucleo culturale, ancor prima che politico, di una possibile opposizione: le minoranze e le voci libere della società civile, chi ha lavorato per un’Afghanistan diverso nelle scuole, nella sanità, nella società, nell’informazione.

L’attenzione del nostro Paese e dell’Europa verso l’Afghanistan, affermano ancora i firmatari dell’appello, non può essere condizionata dalla fine della presenza militare internazionale. Questo è un punto dirimente, il vero spartiacque tra l’idea di una cooperazione dal basso, che coinvolga e sostenga direttamente i beneficiari, e quella strumentale e propagandistica, finalizzata alla creazione del consenso.

Se l’esercito afghano equipaggiato con una spesa astronomica degli USA, oltre 87 miliardi di dollari, si è liquefatto come neve in un vulcano evidentemente per la mancanza di convinzione nel combattere per dei valori mai realmente assimilati, ebbene una riflessione anche su questo dovrebbe informare di sé i metodi ed i contenuti della prossima fase di aiuto.

Ma, adesso, è necessario che l’Italia e l’Europa si impegnino per una evacuazione immediata senza esclusioni, accogliendo subito tutti quelli che scappano dai talebani, inclusi chi ha lavorato con le organizzazioni internazionali. Naturalmente aumenteranno i rifugiati. In realtà alcune delle Ong firmatarie dell’appello lavorano con le comunità di ragazzi afghani già da molti anni, ma ora è tempo che l’Europa e l’Italia si preparino per una politica di corridoi umanitari, per accogliere con generosità chi nei prossimi mesi arriverà dall’Afghanistan via terra.

E qui si gioca, ancora una volta, il profilo del futuro comunitario: è oramai qualche tempo che sulle questioni dell’accoglienza, dell’esternalizzazione delle frontiere, sulla capacità o meno di costruire una Europa più inclusiva, si crea lo spartiacque vero che divide l’Europa fortezza, indifendibile se non al prezzo di una progressiva implosione identitaria e reazionaria, da quella Comunità aperta ed inclusiva, che cresce ancora sul trinomio Libertà, Fratellanza, Eguaglianza, nel confronto e nella fusione tra culture diverse, verso sintesi sempre vitali perché alimentata e forgiate dal fuoco della diversità, depurato dalle scorie deturpanti e mortificanti delle diseguaglianza.

* Portavoce CINI (Coordinamento Italiano Ngo Internazionali)

 

 

Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus?

Kabul e non solo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Vincenzo Vita  19.08.2021

Nel vedere le immagini tragiche dell’Afghanistan riconquistato dai talebani – con esercito regolare dissolto e americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata, infatti, assai scottante per l’ordine costituito.

Le disavventure drammatiche vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali, oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna a 175 anni di carcere.

Il rischio è reale, visto che gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione temporanea – per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito – dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione di civili e dai bombardamenti massivi.

Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi. Anzi.

La precipitosa fuga da Kabul spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e critiche.

Ora che il Re è nudo, e mentre lo stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva – al di là degli informati per mestiere o per collocazione – non sarebbe stata già un contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva.

Si capisce, dunque, il motivo profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock, passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento, allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange?

Ed è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa del processo.

Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia, nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia.