C’È CHI PUÒ. “NOI PUÒ” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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C’È CHI PUÒ. “NOI PUÒ” da IL MANIFESTO

La tragica farsa del Summit per la democrazia

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

Manlio Dinucci  07.12.2021

Il 9-10 dicembre il Presidente Biden ospiterà il «Summit per la Democrazia» che riunirà, in collegamento mondiale online, «leader di governo, società civile e settore privato».

La lista degli invitati comprende 111 paesi. Tra questi 28 dei 30 membri della Nato: mancano Turchia e Ungheria ma, in compenso, ci sono Israele e Ucraina, insieme a 26 dei 27 membri della Ue salvo l’Ungheria. Per intenderci: c’è la Polonia sotto tiro della Ue perché viola lo stato di diritto.

Il Summit «fornirà loro una piattaforma per difendere la democrazia e i diritti umani all’interno e all’estero, per affrontare attraverso una azione collettiva le più grandi minacce che hanno di fronte oggi le democrazie».

Verrà in tal modo avviato «un anno di azione per rendere le democrazie più reattive e resilienti», che culminerà con un secondo Summit in presenza per «costruire una comunità di partner impegnati nel rinnovamento democratico globale».

Joe Biden mantiene così quanto annunciato nel programma elettorale (il manifesto, 10 novembre 2020): un Summit globale delle «nazioni del mondo libero», anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari della Nato e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali» e, allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina». In tal modo gli Stati uniti ritorneranno a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole». «La difesa dei valori democratici – ha ribadito Joe Biden in veste di presidente – è impressa nel nostro Dna come nazione».

Che cosa sia impresso nel DNA degli Stati uniti lo dimostrano le circa cento guerre di conquista che hanno caratterizzato la loro storia.

Secondo un documentato studio di James Lucas (il manifesto, 20 novembre 2018), solo la serie di guerre e colpi di stato – effettuata dagli Stati uniti dal 1945 ad oggi in oltre 30 paesi asiatici, africani, europei e latino-americani – ha provocato 20-30 milioni di morti, centinaia di milioni di feriti (molti dei quali restati invalidi), più un numero non quantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari.

Nelle guerre più sanguinose – Corea, Vietnam e Iraq – le forze militari Usa furono direttamente responsabili di 10-15 milioni di morti.

Il colpo di stato più sanguinoso fu organizzato nel 1965 in Indonesia dalla Cia: essa fornì agli squadroni della morte indonesiani la lista dei primi 5 mila comunisti e altri da uccidere. Il numero dei trucidati viene stimato tra mezzo milione e 3 milioni.

Lo stesso Joe Biden, promotore del «Summit per la Democrazia», ha avuto un ruolo da protagonista in parte di questa storia.

Nel 2001, in veste di presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne la decisione del presidente Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq.

Nel 2007, fece passare al Senato un piano di smembramento dell’Iraq in tre regioni – curda, sunnita e sciita – funzionale alla strategia Usa.

Nel 2009-2017, in veste di vicepresidente dell’amministrazione Obama, ha compartecipato alla pianificazione ed esecuzione della guerre contro Libia e Siria e del putsch di fatto in Ucraina, in cui Biden ha svolto un ruolo diretto e determinante.

Riguardo alla democrazia interna, basti ricordare che, secondo le statistiche ufficiali, la polizia uccide ogni anno negli Usa circa 1.000 inermi cittadini, soprattutto neri e ispanici. Basti ricordare che gli Stati uniti vogliono condannare a 175 anni di carcere il giornalista Julian Assange che ha portato alla luce i loro crimini di guerra.

Probabilmente tra qualche giorno la magistratura britannica deciderà sulla sua estradizione negli Usa. Intanto, il 6 dicembre, la Gran Bretagna ha co-ospitato un evento preparatorio del Summit, intitolato «Difendere le democrazie dalla disinformazione», focalizzato sulle «migliori pratiche per promuovere un sistema informativo aperto e trasparente».

Da Maidan a Rocchelli, i “crimini dimenticati” di Kiev con la benedizione Usa

Ucraina, le radici del ritorno dell’ultradestra. Dopo 14 mila morti e 2 milioni di sfollati la proxy war tra Russia e Nato mette il rebus ucraino al centro di una fitta rete di tensioni geopolitiche. Che i reduci del battaglione Azov sparpagliati nelle istituzioni e nei partiti cavalcano

Emiliano Squillante  07.12.2021

Della guerra in Ucraina che ha fatto 14 mila morti e 2 milioni di profughi, si parla poco. Gli accordi di Minsk ormai sembrano solo un lontano auspicio, e nei tavoli internazionali se ne discute solo quando torna la paura di un’escalation militare su larga scala in quella che è a tutti gli effetti una proxy war tra Russia e Nato.

PROSPETTIVA LONTANA dal concretizzarsi, ma che mette il rebus ucraino al centro di una fitta rete di tensioni geopolitiche, cavalcate da Kiev che da mesi spinge per una ripresa militare dei territori occupati dai separatisti. Le truppe al confine, le esercitazioni militari nel Mar Nero, la crisi migratoria tra Polonia e Bielorussia e le incertezze sulle forniture di gas danno l’immagine di un paese schiacciato da interessi stranieri contrapposti, la cui politica è sempre più viziata dallo scontro tra spinte nazionalistiche e neonaziste e tendenze di apertura verso l’Occidente. La fotografia di una Guerra Fredda che in Europa orientale non è mai del tutto cessata.

CON IL FORMATO NORMANDIA latitante – in qualche modo oggi dovranno discuterne Biden e Putin – del Donbass comunque non si parla. Non si parla dei morti (anche civili) e delle infrastrutture distrutte. Soprattutto, non si parla dei crimini di guerra: morti dimenticate legate a doppio filo al lato nascosto dell’Ucraina. Quello del Battaglione Azov, delle formazioni neonaziste che nel paese (partner della Nato sotto comando Usa) conservano un’influenza significativa, andata rafforzandosi dopo il putsch di piazza Maidan nel 2014.

  Ed è proprio nel movimento reazionario di massa della Maidan, culminato tra il 20 e il 21 febbraio 2014 quando negli scontri a fuoco tra i poliziotti della Berkut (la guardia scelta del governo) e i dimostranti morirono oltre 100 persone, che vanno ricercate le radici del ritorno dell’ultradestra in Ucraina. Ritorno parzialmente mascherato dal calo di consensi registrato da formazioni estremiste come Svoboda, che però rappresenta semplicemente la migrazione di esponenti dell’estrema destra in quasi tutti i partiti politici ucraini: personalità a cui sono state assegnate posizioni di rilievo in Parlamento e negli uffici pubblici.

È IL CASO, AD ESEMPIO, di Vadym Troyan, ex secondo in comando del Battaglione Azov tuttora capo della polizia a Kiev, o del “Fuhrer Bianco” Andriy Biletsky, fondatore del Battaglione che nel 2016 ha addirittura fondato un suo partito. Lo stesso Battaglione, protagonista di attacchi feroci alla popolazione russa in Ucraina (soprattutto a Mariupol), non è più una struttura paramilitare ma un reggimento delle forze speciali, dotato di artiglieria e carri armati.

Due gli aspetti importanti dietro alle violenze di piazza Maidan. L’impiego di militanti neonazisti addestrati come cecchini durante le proteste, per incrementare il numero di vittime e incolpare le forze di polizia dell’allora presidente Viktor Yanukovych, deposto nel 2014, fu confermato da uno studio di Ivan Katchanovski, dell’Università di Ottawa, che ha dimostrato come parte dei manifestanti fu uccisa da cecchini appartenenti alle formazioni estremiste Svoboda e Pravij Sektor, appostate sugli edifici del Conservatorio e dell’hotel Ucraina. Una false flag operation, volta a far ricadere le colpe sulla polizia.

DALL’ALTRA PARTE il coinvolgimento degli Usa, interessati a far cadere Yanukovych per il suo orientamento filorusso: circostanze confermate da due contractors georgiani, Alexander Revazishvili e Koba Nergadze, che raccontarono come, la mattina del 20 febbraio, due gruppi di contractors avrebbero dovuto sparare a polizia e manifestanti «cercando di provocare più morti possibili». Istruzioni impartite alla presenza di collaboratori dell’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili e di «un ex soldato dell’esercito americano». Rivelazioni che confermarono non solo la partecipazione di neonazisti alle uccisioni di piazza, ma soprattutto il coinvolgimento statunitense, attraverso la Georgia, nel loro reclutamento.

“EUROMAIDAN” FU IL PRELUDIO di una lunga serie di atrocità commesse dagli estremisti nel paese: emblematico il massacro della Casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio 2014, in cui persero la vita almeno 48 persone dopo che i neonazisti, aggredendo i manifestanti contro il governo insediatosi dopo la cacciata di Yanukovych, appiccarono il fuoco all’edificio linciando i pochi che riuscivano a fuggire. Le violenze videro una partecipazione attiva di Pravij Sektor, a cui ancora oggi sono legate personalità di spicco nella politica ucraina.

A DIMOSTRAZIONE DI CIÒ può essere presa un altro “crimine dimenticato” dell’Ucraina: la morte di Andrea Rocchelli, fotoreporter italiano ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino – vicenda che Articolo 21 richiama sempre all’attenzione di noi giornalisti. perchè rappresenta una pagina buia della giustizia italiana: non è un caso che l’autore materiale dell’omicidio, Vitaly Markyv, fosse un neofascista che ai tempi aveva il grado di vice comandante della Guardia nazionale. E non è un caso che la condanna in primo grado a 24 anni sia stata ribaltata dal tribunale di Milano circa un anno fa, dopo le pressioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’intervento al processo del ministro dell’Interno Arsen Avakov, che oltre a essere membro del governo è notoriamente vicino al Battaglione Azov e a Pravij Sektor.

«Un vero show con tanto di codazzo di giornalisti ucraini giunti insieme a lui», ricordò a luglio dell’anno scorso Oksana Chelisheva, attivista russa amica personale di Mironov, in un’intervista al manifesto.

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