C’È CHI CREDE E C’È CHI PENSA e LOTTA da IL MANIFESTO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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C’È CHI CREDE E C’È CHI PENSA e LOTTA da IL MANIFESTO e CORSERA

Il diritto al futuro, per cominciare

L’intervento. La filosofa Laura Boella terrà l’incontro «Il diritto al futuro» sabato 16 ottobre alle ore 14:30 alla Mole Vanvitelliana di Ancona nell’ambito di KUM! Festival: qui anticipa alcune idee

Laura Boella*  09.10.2021

La Corte Costituzionale di Karlsruhe nella sentenza del 29 aprile 2021 ha accolto il ricorso presentato da quattro cittadini con il supporto delle associazioni Fridays For Future, Bund e Greenpeace, dichiarando parzialmente incostituzionale la prima legge per la protezione del clima varata in Germania alla fine del 2019. La Corte ha rilevato che la legge, che prevede entro il 2030 una riduzione di CO2 del 55% e la neutralità climatica entro il 2050, non dice nulla sull’ultimo step, corrispondente ai vent’anni tra il 2030 e il 2050. Il richiamo all’intervento del legislatore è motivato dalla lesione delle libertà fondamentali, sancite dalla Costituzione, di chi vivrà allora, ossia i giovani di oggi e quelli che nasceranno.

La sentenza invita i leader politici a non pensare solo in cicli a breve termine, ma a garantire i diritti umani fondamentali a lungo termine, legandoli allo sviluppo sostenibile. In questo senso è stata accolta dalle associazioni ambientaliste come un passaggio decisivo in direzione di un diritto al futuro.

L’intervento sulla legge sul clima è interessante perché sotto l’apparenza del richiamo al deficit di una legge esistente fa passare un’innovazione normativa. In particolare, porta allo scoperto la differenza tra una politica immersa nella gestione del presente e una politica che guarda lontano, tra le dichiarazioni solenni (non solo quelle dei vari accordi internazionali sulla riduzione delle emissioni di gas serra, ma anche quelle sulla nuova organizzazione del lavoro alla luce delle nuove disuguaglianze) che restano nel vago per quanto riguarda la loro attuazione o si accontentano di elargizioni gentilmente concesse. L’appello alla concretezza è un messaggio preciso che legittima i cittadini a richiedere interventi efficaci: c’è un diritto/dovere al futuro contro la generosità dal respiro corto. L’apprezzamento dei movimenti e associazioni ambientalisti rimette in gioco parole chiave del vocabolario legato alla crisi globale – diritto, futuro, nuove generazioni – e invita a ripensarle.

L’idea di un diritto al futuro cambia molte cose, innanzitutto la percezione dei giovani di oggi. Essi parlano in nome delle generazioni future dicendo: siamo qui, eccoci, non siamo altri distanti nel tempo, anonimi destinatari di promesse, siamo presenti e il nostro diritto al futuro legittima e dà nuovo significato alle forme di attivismo nate con il movimento Fridays for future. Il diritto al futuro ha un’impronta direttamente politica perché lega insieme un attivo interesse per la preservazione del mondo come pianeta Terra e insieme come sfera pubblica. Si potrebbe parlare, giocando un po’ con le parole, della creazione di un «clima» sulla scena pubblica che interpella le istituzioni e esalta la funzione di «dare inizio a qualcosa di nuovo» propria dell’azione politica secondo la lezione da non dimenticare di Hannah Arendt.

Resta il fatto che l’espressione diritto al futuro spinge a chiedersi quale sia il futuro a cui si avrebbe diritto. Da tempo, non solo a causa della pandemia, si è diffusa l’idea che i giovani non credano al futuro, meglio, non abbiano più un futuro, lo vedano come uno spazio ignoto e vuoto di prospettive e si assestino su un presente evanescente, incerto, sospeso. Greta Thunberg ha accusato le attuali élites politiche di aver «rubato» il futuro ai giovani e il suo appello inchioda con una certa violenza al «non c’è più tempo», «ormai è troppo tardi», spingendosi persino a evocare il panico come salutare presa d’atto della situazione.

Parlare di diritto al futuro esprime rabbia, risentimento, bisogno di risarcimento? Il futuro è questione di conflitto generazionale, di «noi» (gli attuali potenti, debitori insolventi e colpevoli della devastazione del pianeta) e di «loro» (chi verrà al mondo incolpevole e sarà costretto a pagare il conto)? In realtà, non c’è solo un noi contrapposto a loro, ma un noi che riguarda la condizione umana di interdipendenza, l’impossibilità di tirarsi fuori da un destino comune che espone l’intera umanità a rischi globali. Non dimentichiamo che con la pandemia il noi è esploso nelle nostre esistenze come legame sociale in un comune destino di vulnerabilità.

Da questo punto di vista, il futuro è un cantiere comune, uno spazio che nessuno può controllare e governare da sovrano, presenta il conto di scelte individuali e collettive rovinose, chiama all’urgenza delle decisioni e delle scelte, ma, malgrado tutto, viene incontro, genera desideri e visioni, stimola l’immaginazione e invita ad agire. I giovani sono il futuro, è innegabile, ma devono anche credere in un futuro se vogliono essere coinvolti in decisioni importanti per l’intera umanità.

* La filosofa Laura Boella terrà l’incontro «Il diritto al futuro» sabato 16 ottobre alle ore 14:30 alla Mole Vanvitelliana di Ancona nell’ambito di KUM! Festival

Transizione ecologica: «follow the money»

Nuova finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova finanza pubblica

Marco Bersani  09.10.2021

Qualcuno si sarà sicuramente stupito vedendo le attiviste e gli attivisti per la giustizia climatica e sociale occupare per due giorni Piazza Affari, sede della Borsa di Milano, durante i giorni della preCop26.

Siamo infatti abituati a vedere mobilitazioni contro una centrale a carbone, o un gasdotto, o una fabbrica inquinante. E, per contro, la narrazione dominante, quando parla di riscaldamento globale, racconta una versione colpevolizzante, secondo la quale sarebbero i nostri comportamenti individuali, fra loro sommati, a produrre i danni che vediamo, costringendo a considerarci tutti sulla stessa barca. Per arrivare infine al ministro Cingolani, secondo cui la transizione ecologica è solo l’occasione per una riverniciatura verde e digitale del modello capitalistico.

Perché dunque Piazza Affari? Perché come diceva, su un altro versante, il giudice Giovanni Falcone «follow the money», ovvero segui il denaro, per capire chi realmente comanda e prende le decisioni.

D’altronde, come mai un’affermazione così semplice e saggia come quella che dice: «Uscire dal fossile subito per salvare il pianeta» fatica a divenire scelta politica concreta e pratica condivisa da qualsiasi parte si guardi il mondo?

Perché alcuni soggetti – banche, assicurazioni, fondi di investimento finanziari, multinazionali e i governi al loro servizio – pensano che le persone debbano essere divise in vite degne e vite da scarto, che viventi e natura esistano solo come oggetti da cui estrarre valore finanziario, che l’accumulazione di profitti sia l’unico faro di un’organizzazione della società basata sul dominio.

E continuano a finanziare l’industria fossile e ad alimentare i mercati finanziari del carbonio.

Solo per dare un dato, dal 2015 (anno degli accordi di Parigi sul clima) ad oggi, le principali 35 banche del mondo hanno investito nel fossile 2.700 miliardi di dollari, e hanno moltiplicato i finanziamenti nella ricerca di petrolio e gas nell’Artico e nell’estrazione offshore.

In questo non invidiabile campo, i campioni italiani sono Intesa Sanpaolo, primo gruppo bancario italiano e fra i primi trenta a livello mondiale; Unicredit, seconda banca italiana e tra le più importanti a livello europeo; Assicurazioni Generali, principale compagnia assicurativa nazionale.

Per restare ai dati del solo 2019, la finanza italiana ha causato 90 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, 75 milioni delle quali sono da attribuire a Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Qualcuno potrebbe pensare che siamo di fronte a una dittatura dei privati, dentro la quale i poveri governi non possono far altro che abbozzare.

Non è così, perché il vero triangolo dell’industria fossile è il seguente: l’industria fossile costruisce, la finanza privata sovvenziona e la finanza pubblica garantisce. È esattamente questo il ruolo ricoperto da Sace, agenzia pubblica di credito all’esportazione, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, recentemente passata sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, nel solo periodo 2016-2020, ha supportato i settori del petrolio e del gas con 8,6 miliardi di euro.

C’è dunque una verità paradossale dentro la narrazione che attribuisce alla collettività la responsabilità del riscaldamento climatico: è con i soldi di tutte e tutti noi che il sistema si garantisce la leva finanziaria.

Riappropriarsi di quella ricchezza sociale per destinarla ad una giusta transizione ecologica non è più il desiderio di qualche utopista, ma una stringente e concreta necessità.

Le attiviste e gli attivisti di Milano lo hanno capito. A tutte e tutti noi decidere da quale parte stare.

Il fenomeno Greta: ambiente, profeti e profezie

Angelo Panebianco | 08 ottobre 2021

Oggi come in passato, la profezia ha due caratteristiche: da un lato denuncia l’imminenza della catastrofe, dall’altro indica la via della salvezza

Avevamo pensato in tanti che fosse solo un fuoco di paglia. Ma a due anni di distanza dal suo ingresso nella scena pubblica mondiale, Greta, ora diciottenne, è ancora in grado di calamitare l’attenzione del mondo occidentale, è ancora punto di riferimento per moltissimi giovani (e non solo), e non ha perso la capacità di mobilitarne tanti. E i governi devono farci i conti. Diversi critici osservano che la radicalità del messaggio di Greta continua ad accompagnarsi a un’ assenza di proposte pratiche e a un semplicismo che ignora la complessità dei problemi in gioco.

Tanto più che oggi siamo in una fase in cui, per gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica — ma anche per la spinta della stessa Greta e del movimento che ha suscitato — i governi occidentali hanno messo fra i primi punti delle loro agende il contrasto ai cambiamenti climatici.

Il fenomeno-Greta può essere considerato da diversi punti di vista. Ovviamente, quello prevalente, riguarda la sostanza: i cambiamenti climatici e la diffusa sensibilità che hanno suscitato, e non solo nelle generazioni più giovani. Quella sensibilità ha fatto di Greta una leader. A sua volta, il carisma di Greta ha contribuito a diffonderla in una platea più ampia.

Qui però non è la sostanza del problema che considero. Mi occupo invece di un aspetto particolare. Forse è utile porsi (insieme a tante altre, ovviamente) due domande. Greta non è forse la dimostrazione del fatto che anche le società post-religiose — come ormai sono in gran parte le società occidentali, europee in testa — hanno bisogno di profeti e di profezie? E se è così, che somiglianze e che differenze ci sono fra la profezia nelle età religiose e la profezia in età post-religiosa?

Oggi come in passato, la profezia ha due caratteristiche: da un lato denuncia l’imminenza della catastrofe, dall’altro indica la via della salvezza. Nell’età religiosa la catastrofe incombente era il castigo che Dio o il Cielo si apprestavano a infliggere agli uomini per la loro crudeltà o per la loro condotta immorale. Nella nostra età post-religiosa la catastrofe annunciata è il frutto della ribellione della natura contro la manipolazione umana dell’ambiente. La sostanza è diversa ma la «forma» della profezia è la stessa. In entrambi i casi la profezia ha successo se e quando viene incontro a domande di senso, di significato. Accettando la profezia le persone danno un nuovo significato alla propria esistenza, si sentono, almeno in parte, diverse da come erano prima di conoscerla e di farne proprio il messaggio: è, plausibilmente, proprio quanto è accaduto a tanti giovani e giovanissimi che hanno trovato in Greta il proprio modello e punto di riferimento.

C’è infine un ultimo elemento di somiglianza. In età religiosa la profezia irrompe nella storia di un gruppo umano quando le vecchie credenze religiose sono ormai esauste, quando la vecchia religione si è ridotta a stanco ritualismo, quando i suoi officianti hanno perso credibilità e autorevolezza, quando nessuno o quasi, nel suo intimo, la prende più sul serio. È allora che il profeta, con la sua predicazione, porta un attacco devastante alle vecchie credenze e ridà slancio, freschezza e forza alla vita religiosa di quel gruppo umano. Anche qui si coglie, pur con mille distinguo, una somiglianza con il fenomeno-Greta: esso segnala il disagio di una civiltà, il fatto che soprattutto molti dei più giovani rifiutano o sono indifferenti a ciò che le generazioni più anziane continuano a considerare «valori», beni preziosi generati dalla civiltà occidentale. Ad esempio, secondo rilevazioni attendibili, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, una parte assai consistente della generazione più giovane, in quasi tutte le società occidentali, non si mostra interessata alle sorti della democrazia.

C’è però anche una differenza. Se la profezia di successo risponde sempre a domande di significato, la profezia religiosa lo fa in modo diverso da quella post-religiosa. La profezia religiosa offriva agli umani, a ciascun singolo umano, risposte, e quindi consolazione, in merito ai significati ultimi dell’esistenza: il senso della vita e della morte, nonché le ragioni della sofferenza nella vita terrena. La profezia religiosa ancorava i singoli a un insieme di credenze che dando ad ogni umano consapevolezza (o l’illusione della consapevolezza) del proprio posto nel mondo, gli dava anche la forza necessaria per fronteggiare le fatiche del vivere.

Con il suo messaggio esclusivamente terreno la profezia post-religiosa può avere altrettanta potenza, e capacità di dare un senso all’esistenza dei singoli? C’è certamente il precedente di Karl Marx: il legame fra il suo messaggio e l’antica profezia ebraica è stato tante volte notato. Non c’è dubbio che, per un lungo periodo, le componenti profetiche di quel messaggio diedero un senso all’agire di milioni di persone. Ma che dire di una profezia di natura ambientalista? Nel breve termine, come si vede, amplificata dal sistema della comunicazione globale, essa si rivela potente. Ma può essere sufficiente una nuova diffusa sensibilità per l’ambiente per soddisfare, nel lungo periodo, una domanda di senso? E può la profezia, per conseguenza, cambiare durevolmente il modo in cui i singoli, o molti di loro, vivono la loro presenza nel mondo? A occhio e croce, no. Ma, naturalmente , non lo sappiamo ancora.