ANCORA GUERRE? E L’ONU? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANCORA GUERRE? E L’ONU? da IL MANIFESTO

Afghanistan, fa notizia o no che abbiamo perso la guerra?

In una parola. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  15.06.2021

Una settimana fa, lunedì 7 giugno, sono rimasto colpito dal linguaggio diretto dell’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Il titolo con un «occhiello» generico: «La guerra, i doveri». Il messaggio: «Salviamo chi ci aiuta a Kabul». Ma la vera notizia, un’altra. Mieli parte dalla «scarsa attenzione con cui i media occidentali seguono l’evacuazione militare dell’Afghanistan che dovrebbe essere portata a termine il prossimo 11 settembre».

La data fatidica che vent’anni fa, con l’attacco alle torri gemelle, diede inizio anche all’occupazione dell’Afghanistan dei Talebani, responsabili di aver ospitato Bin Laden con Al Qaeda.

La guerra degli occidentali avrebbe dovuto garantire libertà agli afghani e alle afghane. «Le cose purtroppo – nota malinconicamente l’autore – non sono andate come era negli auspici dell’Onu: nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto, la guerra l’abbiamo perduta e adesso dobbiamo prepararci ad assistere a scene consuete in questo genere di frangenti. Tutti coloro che in qualsiasi modo hanno aiutato il regime dei “liberatori” avranno paura di subire ritorsioni e si accalcheranno ai cancelli delle nostre ambasciate per implorarci di non essere abbandonati nelle grinfie dei vincitori».

Non si può che essere d’accordo con Mieli sul fatto che l’Italia, come gli Usa e gli altri paesi della coalizione che ha condotto la guerra, debba farsi carico il più possibile dell’incolumità di quelle persone. Ciò che colpisce, oltre alle virgolette al termine liberatori, è quell’esplicito, fattuale «la guerra l’abbiamo perduta».

L’articolo, dopo aver indugiato sui pericoli enormi che ora corrono gli afghani «collaborazionisti», e soprattutto le donne che hanno creduto di poter vivere con una maggiore libertà (già si contano i femminicidi per questo tipo di ritorsioni), si chiude con una considerazione singolare: aver perso la guerra sarà «poca cosa» in confronto «all’onta di aver lasciato a pagare l’intero prezzo della sconfitta coloro che sono stati decenni al nostro fianco».

Poca cosa?

Qui si parla del fatto che il paese militarmente e economicamente più potente del mondo, aiutato dagli altri paesi più «sviluppati», tra cui il nostro, ha combattuto per venti anni ripetendo che la guerra non serviva solo a sterminare Al Qaeda e il terrorismo di matrice islamica ma, anche, ad assicurare agli afghani una vita libera e civile.

Non solo i media, e la politica, occidentali parlano poco della ritirata da Kabul ma quasi nessuno sembra aver voglia di fare e farsi qualche domanda. Come è stato possibile questo disastro? Quali errori di valutazione politica, strategica, militare sono stati fatti? E da chi? E perché?

Non sono interrogativi ovvii?

Anche un altro giornalista molto noto, Francesco Merlo, si occupava del tema rispondendo a un lettore su la Repubblica di domenica scorsa: «… il numero delle persone a rischio è incalcolabile e peserà sulla coscienza e sulla reputazione militare dell’Occidente. In Afghanistan abbiamo perso e dunque “la storia non siamo noi…”».

Ma l’esito molto poco «onorevole» di questa guerra non sembra consigliare un cambio di giudizio sul rapporto tra la bruta forza delle armi e la forza simbolica della politica.

Sulle stesse pagine il direttore Molinari era tutto preso da passione interventista visto che «la seconda Guerra fredda – ha scritto riferendosi a Usa e Cina – è in pieno svolgimento e, come la prima, ha un cruciale palcoscenico europeo». E ancora: «L’Italia di Mario Draghi sarà presto chiamata a compiere scelte non indifferenti».

Speriamo non accada in quell’«ora segnata dal destino», «l’ora delle decisioni irrevocabili».

 

Nato, torna l’impero e schiera le truppe per la battaglia

Grandi potenze. Il summit Nato su spinta Usa ha deciso di accrescere la spesa militare. L’Italia dal 2015 l’ha aumentata di 10 miliardi annui: nel 2021 è a circa 30 miliardi, con l’obiettivo dei 40 miliardiManlio Dinucci  15.06.2021

Si è svolto il 14 giugno, al quartier generale di Bruxelles, il Summit Nato: il Consiglio Nord Atlantico al massimo livello dei capi di stato e di governo. Esso è stato presieduto formalmente dal segretario generale Jens Stoltenberg, di fatto dal presidente degli Stati uniti Joseph Biden, venuto in Europa per chiamare alle armi gli Alleati nel conflitto globale contro Russia e Cina.

Il Summit Nato è stato preceduto e preparato da due iniziative politiche che hanno visto Biden protagonista – la firma della Nuova Carta Atlantica e il G7 – e sarà seguito dal vertice del presidente Biden col presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, il 16 a Ginevra, il cui esito è preannunciato dal rifiuto di Biden di tenere, come di prassi, una conferenza stampa finale con Putin.

La Nuova Carta Atlantica, firmata il 10 giugno a Londra dal Presidente degli Stati uniti e dal Primo ministro britannico Boris Johnson, è un significativo documento politico al quale i media nostrani hanno dato scarso rilievo.

La Carta Atlantica storica – firmata dal presidente Usa Roosevelt e dal primo ministro britannico Churchill nell’agosto 1941, due mesi dopo che la Germania nazista aveva invaso l’Unione Sovietica –enunciava i valori su cui si sarebbe basato il futuro ordine mondiale, garantito dalle «grandi democrazie», anzitutto la rinuncia all’uso della forza, l’autodeterminazione dei popoli e i loro uguali diritti nell’accesso alle risorse.

Dopo che la Storia ha dimostrato come siano stati applicati tali valori, ora la Carta Atlantica «rivitalizzata» ribadisce l’impegno a «difendere i nostri valori democratici contro coloro che cercano di minarli». A tal fine Usa e Gran Bretagna assicurano gli Alleati che potranno sempre contare sui «nostri deterrenti nucleari» e che «la Nato resterà una alleanza nucleare».

Il Summit G7, svoltosi in Cornovaglia l’11-13 giugno, intima alla Russia di «porre fine al suo comportamento destabilizzante e alle sue attività maligne, compresa la sua interferenza nei sistemi democratici di altri paesi», e accusa la Cina di «pratiche non di mercato che minano il funzionamento equo e trasparente dell’economia globale».

Con queste e altre accuse (formulate con le stesse parole di Washington), le potenze europee del G7 – Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia, che sono allo stesso tempo le maggiori potenze europee della Nato – si sono allineate con gli Stati uniti prima dello stesso Summit Nato.

Esso si è aperto con la dichiarazione che «la nostra relazione con la Russia è al punto più basso dalla fine della guerra fredda: ciò è dovuto alle azioni aggressive della Russia» e che «il rafforzamento militare della Cina, la sua crescente influenza e il suo comportamento coercitivo pongono sfide alla nostra sicurezza». Una vera e propria dichiarazione di guerra che, capovolgendo la realtà, non lascia spazio a trattative che allentino la tensione. Il Summit ha dichiarato aperto un «nuovo capitolo» nella storia della Alleanza, basato sull’agenda «Nato 2030».

Viene rafforzato il «legame transatlantico» tra Stati uniti ed Europa su tutti i piani – politico, militare, economico, tecnologico, spaziale ed altri – con una strategia che spazia su scala globale, dal Nord America all’Europa, dall’Asia all’Africa In tale quadro gli Usa schiereranno tra non molto in Europa contro la Russia e in Asia contro la Cina nuove bombe nucleari e nuovi missili nucleari a medio raggio.

Da qui la decisione del Summit di accrescere ulteriormente la spesa militare: gli Stati uniti, la cui spesa ammonta a quasi il 70% di quella complessiva dei 30 paesi della Nato, spingono gli Alleati europei ad accrescerla.

L’Italia, dal 2015, ha aumentato la sua spesa annua di 10 miliardi, portandola nel 2021 (secondo i dati Nato) a circa 30 miliardi di dollari, la quinta in ordine di grandezza fra i 30 paesi Nato, ma il livello che deve raggiungere supera i 40 miliardi di dollari annui.

Viene allo stesso tempo rafforzato il ruolo del Consiglio Nord Atlantico, l’organo politico dell’Alleanza che, secondo le norme Nato, decide non a maggioranza ma sempre «all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con quanto deciso a Washington.

Ciò comporta un ulteriore indebolimento dei parlamenti europei, in particolare di quello italiano, già oggi privati di reali poteri decisionali su politica estera e militare dato che 21 dei 27 paesi della Ue appartengono alla Nato.

Non tutti i paesi europei sono però sullo stesso piano: Gran Bretagna, Francia e Germania trattano con gli Stati uniti in base ai propri interessi, mentre l’Italia si accoda alle decisioni di Washington contro i suoi stessi interessi.

I contrasti economici (ad esempio quello tra Germania e Usa sul North Stream) passano però in secondo piano di fronte al superiore comune interesse: far sì che l’Occidente mantenga il suo predominio in un mondo in cui emergono, o riemergono, nuovi soggetti statuali e sociali.

Per la Nato la Russia è una «minaccia», la Cina una «sfida». Per ora

Summit. I leader europei arruolati dagli Usa nella «nuova guerra fredda». Pace Macron-Erdogan. Biden bacchetta chi non spende ancora il 2% del pil in armamenti. Il nodo dell’art.5 per i cyber-attacchi

Anna Maria Merlo  15.06.2021

«La Cina è vicina», non lo dice Marco Bellocchio, non siamo nel 1967, ma nel 2021, e la messa in guardia sulla Cina che «si avvicina» è di Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, al brevissimo summit di Bruxelles. Fa eco alle preoccupazioni di Joe Biden, che arrivato dal G7 in Cornovaglia, ieri ha sottolineato, rivolto alla Nato: «Anche qui siamo di ritorno» (gli europei ne hanno dubitato quando sono stati messi di fronte al fatto compiuto della decisione Usa di ritirarsi dall’Afghanistan).

STOLTENBERG è un ex primo ministro norvegese, è europeo. Gli europei non hanno mostrato eccessivo entusiasmo ieri a seguire gli Usa in una «nuova guerra fredda», anche se i “grandi” del G7 hanno appena firmato domenica un documento finale che cita esplicitamente i «numerosi contenziosi» con Pechino, «Hong Kong, Taiwan, l’origine del Covid» e ieri hanno accettato nel comunicato finale le «divergenze crescenti tra le politiche coercitive di Pechino e i nostri valori», si parla di «disinformazione», di «sfida tecnologica», di «armi nucleari».
La Cina rappresenta una «sfida sistemica per l’ordine internazionale e in aree che riguardano la sicurezza dell’Alleanza»: mai nel passato un comunicato finale Nato era stato così duro con Pechino.

MA ANGELA MERKEL, che ha invitato la Nato a «adottare nuovi strumenti» per far fronte alle sfide del momento, non ha citato esplicitamente la Cina – e neppure la Russia. Emmanuel Macron, che non riesce a vedere la Cina nella carta “atlantica”, si chiede: «Chi è il nemico?» e cita prima di tutto il terrorismo islamico. Boris Johnson, che vede nella Cina «un fatto gigante nelle nostre vite», suggerisce di stare «attenti» ad aprire «una nuova guerra fredda» e insiste che per il momento il rischio «acuto e diretto» è rappresentato dalla Russia e dai cyber-attacchi che vengono da Mosca. Victor Orban, che ha aperto le braccia ai cinesi in Ungheria, ha messo in guardia: «Ho 58 anni, ho vissuto 26 anni in una guerra fredda, credetemi, non è una bella cosa». L’unico veramente convinto è Justin Trudeau (il Canada si affaccia sul Pacifico): la sfida della Cina è «in Africa, nel Mediterraneo, nell’Artico».

AL VERTICE È STATO EVOCATO l’articolo 5, che obbliga gli alleati a intervenire in aiuto di uno stato membro in caso di aggressione: come applicarlo in caso di cyber-attacco? Per Biden, che oggi incontra Vladimir Putin a Ginevra, «la Russia non si sta comportando come vorremmo, ma neppure la Cina». Gli europei concordano con gli Usa sulla «minaccia» rappresentata dalla Russia, che è citata ben 62 volte nel comunicato finale, contro le 10 per la Cina (che è per ora una «sfida»). Insistono i paesi dell’est, per i Baltici «in tempi tormentati le democrazie devono restare unite».

IL COMUNICATO FINALE afferma che «non è possibile tornare a una situazione normale fino a quando la Russia non rispetta il diritto internazionale». La principale questione con Mosca riguarda la cybersicurezza. Ma è un fronte mobile, difficile da affrontare, i sospetti esistono ma le prove sono complicate da trovare. Per Boris Johnson, la Nato deve «modernizzarsi». Macron insiste sulla necessità di «chiarificazione» in sede Nato sull’«autonomia strategica» europea, appoggiato da Mario Draghi, ma il Sahel è lì a dimostrare la debolezza. Chiede di partecipare alle trattative sul disarmo: «visto che non siamo più nella guerra fredda, l’Europa deve essere presente, in particolare la Francia», ormai sola potenza nucleare della Ue. Stoltenberg ha una soddisfazione: il cambiamento climatico è una nuova «sfida» per la Nato, che ha già un successo, con la «riduzione delle emissioni militari di Co2».

 La coesione della Nato è scossa a causa delle tensioni con la Turchia. Ieri, Erdogan ha moltiplicato gli incontri bilaterali: Macron (Erdogan gli aveva dato del «matto») ha parlato di incontro «denso e sostanzioso» e di «volontà» comune per «la pace in Siria e in Libia», Merkel (prudente, è l’autrice dell’accordo sui migranti, 6 miliardi di euro a Ankara per tenersi i rifugiati) ha insistito sulle tensioni al largo di Cipro nel Mediterraneo orientale, la Grecia (tensioni sui migranti e nel Mediterraneo) parla di «rivitalizzazione» delle relazioni. Johnson afferma di aver parlato di «turismo» degli inglesi in Turchia.

ALLA FINE, QUELLO CHE CONTA sono i soldi. Biden è più delicato di Trump, ricorda però che solo 10 paesi sui 30 della Nato hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del pil in spese militari, ma «gli altri sono sulla buona strada». Oggi, Biden ha un incontro con la Ue.
Il piccolo e ricco Lussemburgo dà una lezione a tutti: «Se siamo capaci di avere un mondo migliore, più pulito, più sicuro, non abbiamo bisogno di così tanti investimenti in armamenti. So che questa non è la frase più popolare in questa sede, ma è un fatto» ha commentato il primo ministro Xavier Bettel.

https://www.juragentium.org/topics/wlgo/it/waronu.htm