AMBIENTE, BANCHE, GOLPE, da Proiezioni di borsa e da Linkiesta
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AMBIENTE, BANCHE, GOLPE, da Proiezioni di borsa e da Linkiesta

ALESSANDRO RUOCCO – 20 MAGGIO 2020

Quali sono le banche che finanziano i combustibili fossili: sono da evitare?

Quali sono le banche che finanziano i combustibili fossili: sono da evitare? Nel sistema moderno, soprattutto di certe nazioni come quelle latine, le economie sono eminentemente bancocentriche? Cosa significa? Significa che i finanziamenti alle imprese provengono per la quasi totalità dalle banche. Nelle economie di stampo anglosassone, invece, sono più presenti altre forme di finanziamento a cui possono attingere le imprese.

Tra queste ci sono il venture capital, il business angeling, il crowdfunding ed altre.

E’ pur vero che sono minoritarie rispetto al ricorso alle banche, anche lì, ma ce n’è certamente un utilizzo molto superiore che da noi, per esempio.

Sia come sia, le banche rimangono i principali finanziatori delle imprese, a livello globale. Di conseguenza, le banche sono anche le principali finanziatrici di tutte le attività legate ai combustibili fossili. E, in un’epoca in cui questi sono finiti, ormai da tempo, sul banco degli imputati in relazione alle questioni climatiche, sapere quali banche li finanziano ha anche implicazioni etiche.

Perché molti clienti, ed anche molti investitori, dotati di un maggiore spirito etico, appunto, potrebbero fare altre scelte. Potrebbero decidere di fare a meno di un certo istituto di credito se sanno che questo finanzia attività non in linea con la loro responsabilità ambientale. Questa cosa, ovviamente, è ancora più importante a fronte delle scelte di BlackRock, il più grande gestore del mondo, e del fondo sovrano norvegese, il più grande del pianeta. Perché questi due enormi investitori hanno deciso di sfilarsi da ogni attività che non sia in linea con seri principi di investimento responsabile, quindi etico.

Quali sono le banche che finanziano i combustibili fossili, perciò? Sono da evitare, per questa ragione?

I dati sono del report “Banking on climate change – Fossil Fuel Finance Report 2020” di Rainforest Action Network. Sono evidenziati nelle due tabelle che seguono.

Come si vede, ogni istituto di credito degno di un certo nome, che sia vecchio o che sia nuovo, come fama e come capacità di finanziamento, non si esime dal finanziare le 2.100 società attive nel mondo nel campo dei combustibili fossili. Sono presenti anche le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo, con la prima che, sebbene più piccola della seconda, è più attiva in questo campo.

Ed eroga quasi il doppio dei finanziamenti alle società attive in questo settore rispetto all’altra.

Non stupisce che ai primi posti ci siano i colossi americani, e che chiuda la cinquina iniziale RBC, la più importante banca canadese. Anche nel “grande e bianco Nord” il petrolio, il carbone ed il gas naturale rivestono un’enorme importanza. Altri due istituti canadesi rientrano nella prima decina, insieme a due giapponesi ed all’inglese Barclays. Anche la Cina ha la sua forte presenza, così come il Vecchio Continente, ovviamente.

Tirando le somme, non c’è istituto bancario di portata globale degno di tale nome che si astenga dal finanziare, a tutt’oggi, investimenti poco etici come quelli legati all’esplorazione, sfruttamento e raffinazione dei combustibili fossili. Se avete un’anima etica, forse è meglio che vi concentriate su istituti medio-piccoli, che magari finanziano altre attività più in linea con la vostra sensibilità.

Economia sferica Attenzione, la fuga di Morales è in realtà un “golpe del litio” (e un possibile disastro ambientale)

Oscar di Montigny

Con 9 milioni di tonnellate la Bolivia è il secondo Paese al mondo per riserve di “oro bianco”. Ma lo sfruttamento di questi giacimenti rischia di estinguere alcuni dei paesaggi più suggestivi del pianeta

Dopo che il dittatore Mariano Melgarejo ebbe umiliato pubblicamente l’ambasciatore d’Inghilterra, per aver disdegnato un bicchiere di “chicha” che è la bevanda alcolica locale a base di fermentato di mais, la regina Vittoria infuriata depennò la Bolivia dalla carta geografica negandole quindi l’esistenza. Tuttavia, la Bolivia esiste, nonostante la regina Vittoria. Ed è una terra che dall’epoca coloniale è stata sfruttata senza ritegno, depredata di uomini, di risorse, di argento e metalli preziosi.

È un territorio che offre panorami maestosi e mozzafiato in cui abbondano risorse minerali, ma che nonostante le ricchezze del suo sottosuolo rimane il paese più povero del Sud America. Ancora negli anni Ottanta la popolazione, costituita per il 65% da indios di etnia Quechua o Aymara, sopravviveva nelle campagne grazie all’agricoltura di sussistenza o viveva in baraccopoli ai margini delle grandi città. Il tasso di analfabetismo era superiore al 20% e la mortalità infantile superiore a 66 su mille nati.

Anche se la situazione negli ultimi anni, è migliorata molto, la Bolivia è ancora in fondo alle classifiche di sviluppo umano del continente. Però proprio in Bolivia è presente il maggior giacimento del pianeta di litio, cioè del cosiddetto “oro bianco”. Questo giacimento si trova precisamente sotto il famosissimo deserto di sale, il Salar de Ujuni, una distesa di 10.000 chilometri quadrati dove si stima ci siano 9 milioni di tonnellate totali del prezioso metallo.

Grazie alle sue speciali caratteristiche chimiche, i suoi composti vengono utilizzati in ambito industriale per la realizzazione di diversi prodotti, tra cui le batterie presenti negli smartphone, nei device elettronici e nelle auto elettriche di nuova generazione

Perché è prezioso? Perché grazie alle sue speciali caratteristiche chimiche, i suoi composti vengono utilizzati in ambito industriale per la realizzazione di diversi prodotti, tra cui le batterie presenti negli smartphone, nei device elettronici e nelle auto elettriche di nuova generazione.

Le cosiddette batterie al litio sono nate negli anni settanta, durante le crisi petrolifera, e hanno rivoluzionato il mercato tecnologico a partire dai novanta. Un segno della loro rilevanza è, per esempio, l’assegnazione avvenuta quest’anno del Nobel per la chimica John Goodenough, M. Stanley Whittingham e Akira Yoshino, appunto per lo sviluppo delle batterie ioni-litio. Per il 2025 se ne prevede la produzione di otto miliardi di pezzi. In breve tempo, inoltre, il costo del carbonato di litio da cui viene ricavato è raddoppiato salendo a 13 mila dollari per tonnellata.

Il più leggero di tutti i metalli, usato prima di adesso in medicina come stabilizzatore dell’umore, è diventato dunque di importanza critica per via dei tentativi di imporre la sostituzione dei veicoli a carburanti fossili con quelli elettrici, detti “ad emissioni zero”. Su questo punto, dodici paesi e una ventina di grandi metropoli hanno decretato che la sostituzione debba avvenire in tempi brevi, almeno entro il 2030.

Tra questi paesi troviamo la Cina che è il maggiore mercato automobilistico al mondo, il Giappone, che è il terzo, Sud Corea, Taiwan e, nell’Unione Europea, Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania, Spagna e Portogallo, con Costa Rica nell’America Centrale.

Il primo paese in termini di riserve è l’Argentina che può contare su 14,8 milioni di tonnellate, seguito appunto dalla Bolivia con i suoi 9 milioni di tonnellate e dal Cile con 8,5 milioni di tonnellate

Una delle fonti più attendibili e citate nel settore dei minerali, è lo United States Geological Survey (Usgs) americano che periodicamente pubblica sul suo sito rapporti e aggiornamenti con dati e previsioni sul litio. Secondo le sue stime più recenti, che non tengono conto degli Stati Uniti i cui dati restano riservati, il primo paese in termini di riserve è l’Argentina che può contare su 14,8 milioni di tonnellate, seguito appunto dalla Bolivia con i suoi 9 milioni di tonnellate e dal Cile con 8,5 milioni di tonnellate.

Probabilmente le stime saranno riviste a favore della Bolivia che dai 9 milioni dovrebbe passare a 21 milioni di tonnellate andando a piazzarsi al primo posto tra i paesi cosiddetti “triangolo del litio”.

L’uscita dalla scena politica di Morales in alcuni Paesi come gli Stati Uniti è stata festeggiata, in altri come la Cina, condannata. Questo dà sicuramente una certa idea degli interessi in ballo in Bolivia. Oltreché dello scontro di potenze che si agita dietro a questo Stato, la cui ricchezza data dell’oro bianco fa gola a molti, in special modo nel momento in cui il mercato dell’estrazione dello stesso dovesse essere liberalizzato. Non a caso è già stato definito il “golpe del litio”.

Al di là del contesto politico ed economico attualmente in corso in quelle terre, i cui contorni sono ancora sommersi dal gran polverone dell’attualità, il mio accento vuole posarsi su un altro aspetto che sembra non emergere ma che è fondamentale in un’ottica di economia sferica che auspico stia sempre più a cuore all’umanità. Dunque, affinché possa essere utilizzato per le batterie di tutto il mondo, il materiale grezzo del litio deve essere separato dai cloruri di sodio, potassio e magnesio.

Se da un lato l’industria sta progredendo sempre più rapidamente verso un cambio di paradigma dall’altro l’impatto ambientale di questo processo di industrializzazione necessita e merita di essere tenuto in considerazione visto che le riserve di questo metallo coincidono con le realtà naturali e paesaggistiche più notevoli al mondo.