AFGANISTAN: FALLIMENTO “MASCHERATO” DELL’OCCIDENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AFGANISTAN: FALLIMENTO “MASCHERATO” DELL’OCCIDENTE da IL MANIFESTO

In Afghanistan il fallimento «mascherato» dell’Occidente

Afghanistan. Per Usa e Nato bisognava (e bisogna) esportare la democrazia. Ma i raid aerei non aiutano i civili – migliaia le vittime e più di 5 milioni di profughe/i – ma il mercato delle armi

Alberto Negri  17.08.2021

Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c’è stato “un fallimento epocale finito in maniera umiliante”, titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale”. Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di stato Blinken – “abbiamo raggiunto gli obiettivi” – appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica.

GLI AMERICANI E LA NATO dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto – “nation-building”, diritti umani, diritti delle donne – è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l’altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all’epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003.

CHI PAGA DAVVERO il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent’anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni afghani – di cui cinque-sei milioni sono profughi- vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L’Emirato II° forse sarà, si spera, un po’ meno duro o solo più pragmatico. Tra l’altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d’istruzione statale è allo sfascio. Vent’anni dopo l’invasione è una delle notizie peggiori.

CON UN’AVVERTENZA: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese.

L’AFGHANISTAN oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell’esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali.

L’APPROCCIO USA di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent’anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la “modernizzazione” non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti.

IL FALLIMENTO militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta – con il sostegno americano – e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L’Afghanistan può rappresentare un polo d’attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall’Emirato II° non fare mosse false come l’appoggio a Al Qaeda nel 2001.

I TALEBANI, AL MOMENTO, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell’Asia centrale.

BIDEN È APPARSO una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre “sbagliate”. Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa.
Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell’approvazione degli americani per il ritiro dall’Afghanistan. Un po’ di sondaggi e un po’ di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti.

Quanto è lontana Kabul?

Alberto Leiss  17.08.2021

Sembra che la sconfitta occidentale in Afghanistan sia diventata una notizia. Anzi, “la” notizia. Ci volevano le immagini del caos all’aeroporto di Kabul, e quelle – tremende se autentiche – delle persone precipitate dopo essersi aggrappate ai carrelli di un aereo americano, perdendo così la vita che speravano di salvare scappando dai Talebani vittoriosi.

Non essendo uno specialista e non avendo “fonti qualificate” resto senza parole: ancora sui giornali di domenica si leggeva che l’”intelligence” Usa prevedeva che Kabul potesse, forse, cadere “nel giro di 30 giorni”. Quasi nelle stesse ore il capo del “governo” afgano scappava “per evitare una strage” e i vertici talebani si insediavano nei palazzi del potere annunciando la nascita di un “Emirato Islamico”.

Su La Repubblica Maurizio Molinari e Piero Fassino (presidente della Commissione Esteri della Camera) si facevano alcune domande: forse il popolo afghano non crede molto “ai valori liberali su cui si fonda la democrazia”. Questa “forza, morale e politica… deve nascere da loro stessi… neanche il più potente degli eserciti potrà mai riuscire a rimpiazzarla”.

Ci volevano vent’anni di guerra per capire che la democrazia non si può imporre “sulla canna del fucile”?

Ma la domanda più imbarazzante è un’altra: stiamo forse dimostrando di vivere e applicare coerentemente quei famosi valori liberali cari all’Occidente? Fassino ammette che la “credibilità” occidentale è oggi “fortemente incrinata”. Alle domande aperte dal disastro afgano – dice – “dovrà iniziare a dare risposte l’incontro internazionale sulla democrazia promosso il prossimo 9 dicembre dal presidente Biden”. Niente fretta, dunque. Capisco che si tratta di trovare risposte molto diverse da quelle date quantomeno dalla prima Guerra del Golfo in poi.

Purtroppo però alcune bisognerebbe saperle dare immediatamente. Abbiamo letto sui siti la solita espressione: “Europa divisa” sul problema più acuto di oggi, come aiutare i profughi che scappano dall’Emirato islamico rinato?

Le informazioni raccolte ieri su vari siti erano vergognose. La prima reazione in Europa è stata di chiusura. L’Austria per bocca del suo ministro degli Interni ha detto che non darà asilo agli afgani che scappano: “Chi ha bisogno di protezione – ha dichiarato – deve riceverla il più vicino possibile al proprio Paese di origine”. Insomma, andate a cercare i principi liberali in Pakistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, e perché no, in Cina (che confina per 76 chilometri con l’Afghanistan, e che peraltro ha già teso la sua potente mano al neonato Emirato talebano…). Danimarca, Germania e Paesi Bassi si erano già schierati su una linea simile (anche se sembra che abbiano fermato i rimpatri forzosi dei richiedenti asilo afgani già presenti nei loro paesi!). Unica voce diversa quella del premier albanese Edil Rama: alcune centinaia di rifugiati li potrà accogliere, se non altro – dichiara – in nome della forte alleanza con gli Usa…

Il titolare della “politica estera” della Ue, Josep Borrell, ha pensato di riunire – per quanto “virtualmente” – i ministri degli esteri europei per oggi. In seguito agli sviluppi laggiù una “prima valutazione” si impone. Chissà se, anziché decidere subito l’apertura dei necessari corridoi umanitari, l’idea austriaca che gli universali principi democratici (tra cui il diritti di asilo) si debbano declinare secondo la prossimità geografica (e la convenienza egoistica) attecchirà presso gli altri partner. Vedremo le edificanti esperienze mediterranee di mercimonio geopolitico sulla pelle dei profughi “esportate” intorno alla lontana Kabul?

Ma Kabul resterà comunque vicina, vicinissima.

Ma i barbuti non sono più quelli di 20 anni fa

Afghanistan. La trasformazione dei talebani dai tempi del mullah Omar: non sono più contadini dei campi profughi del Pakistan e a dirlo è la capillare intelligence creata alle spalle degli Usa. Con un doppio obiettivo: consenso interno nelle aree urbane, radicalmente cambiate, e l’ingresso nel consesso globale

Emanuele Giordana  17.08.2021

Nel V anno dalla proclamazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, un fokker delle Nazioni unite ci portò a Jalalabad, uno dei pochi ingressi nel Paese che mullah Omar governava da Kandahar, la città più tradizionalista del Paese dove Omar era nato e aveva fondato il movimento degli studenti coranici.

Era il 2000, ventun anni fa. Le formalità doganali venivano espletate da due ragazzi col kalashnikov che non sapevano né leggere né scrivere, sulla pista di un malconcio aeroporto assolato dove stazionava un Dc-10 dell’Ariana, la vecchia compagnia di bandiera. Aveva i finestrini oscurati ma, sbirciando tra gli scatoloni che ne venivano scaricati, notammo i brand occidentali di radio o televisori che venivano dal Golfo.

Allora, quando attraversammo un Paese in sfacelo, senza più strade e dove si erano rubati tutti i fili di rame dell’elettricità, solo Pakistan, Emirati e Arabia saudita avevano riconosciuto l’emirato scalcinato che a Kandahar contava su un solo telefono pubblico e in cui le strade erano pattugliate dai pickup, la chiave della rapida avanzata talebana dal Pakistan verso Jalalabad e poi sempre più all’interno del Paese.

Oggi le cose sono cambiate. E non solo perché i pickup hanno cilindrate più potenti o perché ogni combattente ha un telefonino. Quell’emirato di rozzi contadini allevati nei campi profughi del Pakistan, cui la riscossa religiosa pareva anche la riconquista di una dignità, non è più così anche se non sappiamo esattamente cosa sarà.

Né il vertice politico dei talebani odierni è lo stesso di allora, disposto ad accontentarsi del riconoscimento internazionale di soli tre Paesi o dei soldi di un bin Laden, motivo per il quale i nazionalisti pashtun di Omar avevano accettato di buon grado il facoltoso ideologo saudita.

Che non siano più gli stessi lo si capisce, per partire dalla guerra, dalla capillare rete di intelligence costruita mentre si negoziava a Doha con gli americani o, osserva qualcuno, da anni. Un rete sotterranea così segreta da sfuggire alle occhiute agenzie americane che non ne avevano probabilmente contezza.

Una rete che preparava non solo la guerra guerreggiata ma quella, meno sanguinaria e impegnativa, dell’accordo sottobanco. Con governatori, capi villaggio, colonnelli e capitani.

Gioco facile con un esercito governativo, sappiamo oggi con certezza, tenuto per mesi senza stipendio nonostante i miliardi iniettati dai consiglieri militari occidentali che, evidentemente, si sono per anni accontentati di resoconti di carta che non rispondevano alla realtà del terreno: quella di salari non pagati, di benzina rubata, di soldati fantasma a libro paga di un governo corrotto che ha già visto scappare all’estero ministri e funzionari (solo ieri l’agenzia Pajhwok ha reso noto il furto di 40 milioni di afganis dal ministero dello Sviluppo urbano e di 273 milioni pagati illegalmente a due società per un progetto solo sulla carta).

La costruzione di questa rete sofisticata, una delle ragioni della rapida vittoria talebana, dice dunque di una leadership sofisticata, non solo tecnologicamente. Negli anni questa leadership ha tentato di smarcarsi dal marchio pashtun sul movimento e ha persino tentato di dimostrarsi attenta ai bisogni delle donne, concedendo persino di aver fatto in passato degli errori.

Una strada che sembra aprire in due direzioni: quella della ricerca del consenso interno in un mondo, soprattutto urbano, radicalmente cambiato. E quella del rendersi accettabili a un consesso da cui non si può esser più tagliati fuori.

I Talebani di oggi, che sottolineano più del Corano una guerra fatta per l’indipendenza, non possono accettare che sia solo il Pakistan l’unico padrino da cui dipendere. Ecco dunque che le aperture di cinesi o russi (che non sono una novità) sono ben accette così come la possibilità che il loro regime sia si un regime, ma non del terrore.

Ma ammesso e non concesso che la leadership sia davvero cambiata, il che resta da dimostrare, qual è la distanza tra il vertice e i soldati della cui brutalità abbiamo già notizia? E quale può essere il prezzo che il vertice dovrà pagare ai capi bastone che hanno consentito la rapida conquista?

I prossimi giorni diranno subito se si scatenerà, come tutti temiamo e come i locali ci raccontano, lo stillicidio della vendetta e della caccia al collaborazionista o se, almeno di facciata, l’Emirato non voglia mostrarsi al mondo come un governo conservatore ma non solo di efferati aguzzini.