A QUANDO UN FREDERIK de KLERK ISRAELIANO? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A QUANDO UN FREDERIK de KLERK ISRAELIANO? da IL MANIFESTO

Sebastiya, l’archeologia secondo i coloni israeliani

Territori occupati. Uno dei siti più importanti della Cisgiordania è nel mirino del movimento dei settler e della destra religiosa israeliana. Un progetto di conquista che separerà il villaggio palestinese dalla sua storia antica

Michele Giorgio  SEBASTIYA (NABLUS)  16.11.2021

In collina, a dieci km da Nablus, il villaggio palestinese di Sabastiya e le sue campagne sono un dono della natura per gli agricoltori della zona che hanno piantato ulivi, mandorli, grano e molto altro ricevendone frutti abbondanti. «La terra qui è fertile, generosa» ci dice Osama Hamdan. Archeologo e architetto, Hamdan ha scavato ovunque in Cisgiordania ma è conosciuto soprattutto come il musulmano che ha restaurato diverse chiese antiche cristiane, bizantine e crociate. «Ho rimesso a posto anche moschee e un paio di sinagoghe», sottolinea per rimarcare il suo impegno per una storia completa di questa terra. Assieme alla storica dell’arte italiana Carla Benelli, con cui ha stretto nel tempo un importante sodalizio professionale, l’archeologo palestinese ha girato in lungo e in largo la Cisgiordania. Ma è a Sebastiya che Hamdan e Benelli hanno concentrato una porzione importante del loro lavoro negli ultimi venti anni. «È un sito stupendo e incredibilmente ricco, che si estende fin sotto il villaggio – ci spiega l’archeologo – Quando lavoriamo per restaurare edifici e case di Sebastiya quasi sempre riusciamo a riportare alla luce muri antichi, colonne, reperti e tanto altro. Gli abitanti del villaggio vivono all’interno di un incredibile patrimonio storico e archeologico».Non ci sono dubbi sull’importanza del sito. «Sebastiya fu fondata nel 25 a.C. da Erode il Grande nel luogo dove sorgeva l’antica Samaria ebraica – ci dice Carla Benelli -. Dopo la conquista romana della regione da parte di Pompeo nel 63 a.C., la città fu annessa alla provincia di Siria e nel 30 a.C. l’imperatore Augusto la assegnò a Erode che la ribattezzò in suo onore Sebaste (Augusta in greco, ndr)». Il cristianesimo, prosegue Benelli, «si diffuse fin dall’inizio in tutta la regione e prese piede la tradizione che il corpo di Giovanni Battista fosse stato sepolto a Sabastiya. Per Giovanni Battista furono costruite due chiese, una delle quali fu ricostruita dai crociati ed è seconda per grandezza solo alla Chiesa del Santo Sepolcro». Quella di Sebastiya è una storia ricca per i popoli e le religioni ma, affermano i palestinesi, la parte israeliana tende a privilegiare solo una porzione di questo patrimonio, l’antica Samaria. Come spesso accade in questi casi sono i coloni insediati in Cisgiordania a cercare di mettere le mani sui resti antichi. «Per Israele e i suoi coloni l’archeologia è un percorso privilegiato per affermare una sorta proprietà ebraica sulla Palestina storica – spiega Osama Hamdan -, a Sebastiya e in tante altre località della Cisgiordania (gli israeliani) danno maggior risalto ai ritrovamenti che risalgono a un determinato periodo e mettono ai margini il resto». Un «contributo» l’hanno dato non pochi archeologi biblici occidentali, aggiunge da parte sua Carla Benelli: «la parte romana di Sebastiya è stata scavata pochissimo, il sito e il villaggio coprono appena il 10% dell’area antica sviluppata dai Romani».

Quasi tutti i mercoledì i coloni organizzano dei tour e Sebastiya diventa una proprietà privata, riferisce Hamdan. «Arrivano scortati da ingenti forze militari e tutta l’area archeologica si trasforma in una zona militare. Gli altri visitatori non possono entrare e, più di tutto, gli abitanti del villaggio si vedono sottrarre una parte della loro storia e cultura». Talvolta – continua l’archeologo, «questa chiusura dura giorni. Non è un caso isolato, diversi insediamenti israeliani includono importanti resti archeologici che sono disponibili solo per i coloni e dove i palestinesi non possono più accedere».Gli Accordi di Oslo dei primi anni ‘90 con la suddivisione «temporanea» della Cisgiordania occupata in tre aree – A sotto l’autorità dell’Anp di Abu Mazen, B controllo misto israelo-palestinese, e C, la più ampia (60% del territorio) controllata dall’esercito israeliano – hanno complicato lo status di Sebastiya e del suo sito archeologico, spaccato di fatto in due. L’Amministrazione comunale del villaggio e l’Anp hanno il controllo solo della parte che ricade nell’area B. Mentre l’Ente dei Parchi nazionali israeliani controlla tutto il resto, anche se qui non siamo in Israele ma in Cisgiordania. Gli Accordi di Oslo prevedono il «passaggio graduale» della gestione di determinati siti archeologici palestinesi da Israele all’Anp. Ciò non è quasi mai avvenuto sebbene siano passati quasi trent’anni dalla firma di quelle intese. Pertanto, la zona di Sebastiya dove si trova la maggior parte delle antichità è definita come Area C mentre l’adiacente parcheggio e i negozi di souvenir sono area B sotto il controllo civile palestinese.

Per i coloni Sebastiya non è altro che il Parco Nazionale di Samaria. Le loro mire sul sito sono note da tempo. Una foto scattata nel 1975 è il simbolo di una delle vittorie più grandi della colonizzazione israeliana. Mostra Hanan Porat e Moshe Levinger, rispettivamente ideologo della colonizzazione e «braccio armato» dei coloni, portati in trionfo a Sebastiya dai loro sostenitori. Celebrano in quella immagine l’autorizzazione ottenuta dal governo militare di creare nella zona un avamposto che poco dopo sarebbe diventata la colonia di Kedumim, la prima nell’area dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967. L’interesse dei coloni per Sebastiya è cresciuto di pari passo con l’ascesa della destra religiosa ai vertici di Israele. La correlazione tra insediamento e archeologia incarna allo stesso tempo il controllo del presente e il controllo della storia e chi ha il «diritto di rivendicarla». Ma conta anche la battaglia per inserire definitivamente la «Giudea e Samaria», i nomi biblici della Cisgiordania, sulla mappa turistica israeliana, un obiettivo che i coloni inseguono con tutte le loro forze. Nei mesi scorsi diversi esponenti politici hanno promesso interventi e finanziamenti ingenti per proteggere i siti archeologici di Sebastiya e di altre località «da furti e distruzioni». L’ex ministro della sicurezza Amir Ohana ha proposto di costruire una grande stazione di polizia a Sebastiya per «difendere» l’area storica. Un argomento ricorrente, non solo della destra, è quello dei palestinesi non in grado di gestire il patrimonio archeologico o addirittura «inconsapevoli» della ricchezza che hanno intorno e sotto i piedi. Fino all’accusa di nascondere o danneggiare «il patrimonio storico ebraico» in Giudea e Samaria.Per questo il destino di Sebastiya potrebbe avvicinarsi a quello di Silwan, il quartiere palestinese ai piedi della città vecchia di Gerusalemme dove i coloni gestiscono l’insediamento/parco archeologico della «Città di Davide». O quello dei resti antichi inglobati all’interno della colonia di Shilo.  «Tanti sono passati per Sebastiya: ebrei, arabi, musulmani, cristiani, romani, ottomani» spiega Osama Hamdan «il fatto che il Regno di Israele sia stato lì per un periodo non significa che Israele abbia il diritto di narrare la storia in modo esclusivo. La storia di questa terra è una realtà davanti agli occhi di tutti che non si può e non si deve adattare alle esigenze della politica o per fare gli interessi di una parte a danno dell’altra».

 

I coloni si sono appropriati di 30 kmq di terre a sud di Hebron

Cisgiordania. I governi israeliani avrebbero usato i settler per sottrarre terreni coltivati ai palestinesi, denuncia il gruppo per i diritti umani B’Tselem

Michele Giorgio  GERUSALEMME   16.11.2021

Israele ha usato la violenza dei suoi coloni per cacciare i palestinesi da terreni agricoli e da pascolo in Cisgiordania. Questa la denuncia contenuta nell’ultimo rapporto presentato da B’Tselem in cui il gruppo per i diritti umani racconta l’appropriazione di quasi 30 kmq di terre da parte dei coloni negli ultimi cinque anni. Ne è una dimostrazione il caso della Maon Farm – uno dei cinque documentati nel rapporto –, una colonia costruita a sud di Hebron che ora controlla circa 2,64 kmq, comprese strade e pascoli utilizzati dai palestinesi. Jummah Ribii, un pastore di 48 anni, di Al Tuwani, ha detto a B’Tselem che gli assalti dei coloni lo stanno allontanando dalle sue terre e dall’agricoltura che rappresenta il sostentamento della sua famiglia. «Nel 2018 mi hanno rotto una gamba. Ho dovuto vendere la maggior parte delle nostre pecore per coprire i costi delle cure», ha raccontato. Una storia simile a quelle riferite da altri palestinesi che abitano nell’area.

Nel rapporto B’Tselem contesta le dichiarazioni del governo israeliano secondo cui la violenza contro i palestinesi è perpetrata da un piccolo numero di coloni estremisti e che le forze di sicurezza starebbero facendo del loro meglio per fermarla. Il gruppo per i diritti umani afferma che «i militari non impediscono gli attacchi anzi, in alcuni casi, vi partecipano».