A GLASGOW NON SONO AMMESSI ALTRI ERRORI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A GLASGOW NON SONO AMMESSI ALTRI ERRORI da IL MANIFESTO

A Glasgow non sono ammessi altri errori

Scenari. L’obiettivo della riduzione graduale dei combustibili fossili rischia di essere minato dal mercato delle compensazioni. Il rischio greenwashing

Giuseppe Onufrio  28.10.2021

In un quadro di tensioni internazionali, e con le assenze annunciate del leader cinese Xi Jinping e di Vladimir Putin, la Conferenza di Glasgow si annuncia già come un probabile fallimento. Questo mentre l’ultima valutazione delle Nazioni Unite sui piani per il clima suggerisce che le emissioni aumenteranno del 16% entro il 2030. Siamo decisamente fuori strada, se pensiamo che l’obiettivo di rimanere in una traiettoria con un aumento massimo di 1,5°C della temperatura media globale richiederebbe la riduzione delle emissioni di gas serra del 45% entro il 2030.
Gli ultimi cinque anni (2016-2020) sono stati i più caldi mai registrati (vale a dire almeno dal 1850) e i segnali della crisi climatica in corso sono visibili in tutti i continenti. E ovviamente anche in Italia, dove piogge torrenziali stanno colpendo pesantemente alcune zone della Sicilia, la stessa regione in cui quest’estate si era registrato un record storico di temperature.

Il recente sesto rapporto di valutazione dell’IPCC – il volume di aggiornamento sulla scienza del clima, pubblicato lo scorso agosto – ha confermato che il limite di riscaldamento di 1,5°C è ancora raggiungibile, da un punto di vista fisico, ma solo con tagli che portino le emissioni di carbonio a zero e oltre. Le stime dei costi potenziali degli impatti del riscaldamento globale variano ancora ampiamente, ma sono molto più alte di quanto suggerito da studi precedenti. Ad esempio, due recenti studi molto importanti prevedono perdite del 10% e del 23% del PIL globale in questo secolo, in caso le emissioni non vengano ridotte rapidamente. Un livello di danno economico maggiore della Grande Depressione degli anni Venti e Trenta.

Secondo l’IPCC, per darci una possibilità del 50% di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, la quantità di CO2 che possiamo ancora emettere è pari a circa 500 miliardi di tonnellate, conteggiate dall’inizio del 2020. Se volessimo arrivare al 67% di probabilità, la cifra dovrebbe essere di circa 400 miliardi di tonnellate. Ma attualmente le attività umane emettono oltre 40 miliardi di tonnellate all’anno.
Con gli impegni attuali le emissioni aumenteranno del 16% entro il 2030, mettendoci sulla buona strada per almeno 2,7 gradi di riscaldamento globale medio della temperatura del Pianeta entro la fine del secolo. Ecco perché, a Glasgow, abbiamo bisogno che le nazioni più ricche dimostrino leadership e si muovano molto più velocemente. Ai Paesi del G20 è riconducibile quasi l’80% delle emissioni globali, ma diversi di loro devono ancora rivedere al rialzo i loro piani di riduzione delle emissioni. Tra questi India, Cina, Australia, Arabia Saudita, Russia e Brasile. E anche l’Italia non ha ancora presentato la nuova versione del Piano Integrato Nazionale Energia e Clima (PNIEC) che dovrebbe essere coerente con gli obiettivi europei di decarbonizzazione.

Un primo obiettivo della COP dovrebbe essere quello di richiedere l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, sia nelle politiche nazionali che negli investimenti all’estero che andrebbero bloccati. Ciò significa niente nuovi pozzi petroliferi, niente nuove centrali a carbone, niente nuove miniere di carbone e niente nuovi progetti di gas. L’eliminazione graduale dei combustibili fossili dovrebbe essere realizzata attraverso una transizione equa per i lavoratori e le comunità colpite. Ciò significa porre fine al sostegno pubblico per i progetti esistenti sui combustibili fossili. In via prioritaria il carbone, il combustibile fossile più inquinante, dovrebbe essere eliminato il più rapidamente possibile. Soluzioni intelligenti, efficienti e sostenibili sono disponibili già e a costi competitivi, se si vuol farlo e se si investe nelle infrastrutture necessarie a gestire un sistema energetico basato sulle fonti rinnovabili.

Un punto critico riguarda la spinta del settore fossile e di alcuni Paesi per creare un mercato globale degli “offset” forestali: la compravendita di “crediti forestali“ per poter vendere prodotti e servizi basati sulle fossili come “neutri” dal punto di vista climatico, in quanto in teoria compensati dalla crescita delle foreste (come fa ENI con le foreste ad esempio dello Zambia, quest’anno fortemente colpito da incendi). L’articolo 6, che si cerca di utilizzare a questo scopo, deve essere invece interpretato come una definizione delle regole per la cooperazione internazionale sul clima, non come un’opportunità per impostare strategie di dilazione, come quelle dei mercati di compensazione del carbonio.

Deve riguardare il modo in cui i Paesi cooperano, lavorando insieme nella fornitura di finanziamenti, trasferimento di tecnologia, condivisione delle conoscenze e creazione di capacità per garantire la massima mitigazione e adattamento possibile. Non è accettabile permettere alle nazioni e alle multinazionali più ricche di mercificare la natura e di acquistare terreni nei paesi più poveri per compensare le proprie attività, in modo da poter continuare a inquinare l’atmosfera. I progetti di compensazione basati sulla natura distorcono le economie e tolgono terra e risorse alle comunità locali che ne hanno più bisogno. La natura dovrebbe rimanere fuori dal mercato delle “compensazioni climatiche”. Questo è un punto critico per il concetto di “net zero”: un impegno Net Zero senza riduzioni drastiche e consistenti delle emissioni a breve termine che si basi su eventuali compensazioni come gli offset forestali (come ENI e altre grandi aziende multinazionali intendono fare) è greenwashing: vendo oggi gas di petrolio liquefatto come “verde”, le cui emissioni sono compensate da assorbimenti forestali pagati a basso prezzo, in aree in cui domani potranno esserci incendi anche legati al riscaldamento globale.

Diverse analisi degli impegni Net Zero assunti da aziende e Paesi hanno fatto emergere che le azioni concrete per realizzare questi cambiamenti sembrano non concretizzarsi. Mancano obiettivi a breve e medio termine, le riduzioni delle emissioni vengono sostituite con sospette compensazioni e vengono utilizzati vari altri trucchi o scappatoie, per evitare un primo vero passo concreto verso le emissioni prossime allo zero nei prossimi decenni. Qualunque meccanismo di supervisione che non abbia sufficiente rigore e trasparenza finirà con l’espandere il greenwashing che già esiste.

È necessario che i Paesi più ricchi si presentino alla COP26 con nuovi fondi e una proposta solida, trasparente che mostri come i 100 miliardi di dollari promessi in finanziamenti per il clima per le nazioni vulnerabili saranno soddisfatti ogni anno fino al 2025. E gli impegni successivi a quella data devono essere basati sui bisogni e sugli inviti della comunità scientifica, con obiettivi chiari che vadano anche oltre i 100 miliardi. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito, il Giappone, il Canada e l’Australia sono state tra le principali realtà a impegnarsi a fornire 100 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima all’anno entro il 2020. Ma non sono ancora riusciti a rispettare queste promesse, c’è infatti ancora un divario di 20 miliardi di dollari rispetto agli annunci: questi Paesi sono chiamati ad adempiere alle proprie responsabilità.

* Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia

La transizione ecologica italiana è una chimera

Daniela Passeri  28.10.2021

Non abbiamo un piano aggiornato per l’energia e il clima (Pniec), di conseguenza non abbiamo un target specifico di riduzione delle emissioni, quindi non ce l’hanno nemmeno le Regioni. Non abbiamo una legge sul clima, non abbiamo un piano di tagli ai sussidi alle energie fossili. Da un paio d’anni le aste per assegnare nuova potenza alle fonti rinnovabili vanno pressoché deserte, mentre le semplificazioni proposte per gli iter autorizzativi non semplificano. Così l’Italia si presenta alla COP 26 di Glasgow, di cui ha la co-presidenza con il Regno Unito: decisamente con il fiato corto.

L’OBIETTIVO NAZIONALE di riduzione delle emissioni (Ndc) è a tutti gli effetti allineato a quello europeo (-55% di CO2 entro il 2030, rispetto al 1990), dal momento che al tavolo delle trattative l’Ue si presenta con un negoziatore unico per gli Stati membri.

DI TARGET CHE SI SONO rivelati insufficienti è lastricata la strada della diplomazia climatica: secondo la comunità scientifica, l’Ue dovrebbe porsi come obiettivo -65% entro il 2030 (i Verdi europei hanno votato contro il provvedimento Fit for 55%). Se prendiamo in considerazione anche i principi di equità e di responsabilità comuni ma differenziate un paese industrializzato come l’Italia dovrebbe tagliare le emissioni del 92%, secondo i calcoli di Climate Analytics contenuti in una ricerca della campagna Giudizio Universale che ha fatto causa allo stato italiano per inadempienze climatiche.

Per l’obiettivo minimo, quello europeo, una Transizione ecologica è ancora possibile purché l’Italia si dia una tabella di marcia molto rigorosa nei settori a più alte emissioni.

ENERGIA. LE FONTI DI ENERGIA RINNOVABILE, fotovoltaico ed eolico in particolare, da 7 anni sono in stallo, con tassi di crescita inferiori a 1 GW di nuova capacità installata all’anno. Per raggiungere l’obiettivo europeo servirebbe installare da qui al 2030 circa 70 GW di potenza, quindi 7/8 GW all’anno di nuova capacità. Poiché, come sottolinea Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare, «i sistemi energetici sono dei pachidermi, serve una visione a lungo termine per un loro adeguamento in vista degli obiettivi di decarbonizzazione. Il settore non può inseguire ogni anno i singoli provvedimenti di una legge di bilancio, ma serve un respiro più ampio, di almeno 4/5 anni di programmazione».
Inoltre, «non si può parlare di taglio delle emissioni continuando a parlare di gas – continua Viscontini – è vero che ne avremo bisogno ancora per alcuni anni, ma così si perde di vista la vera soluzione, che è l’aumento delle rinnovabili che, per altro, hanno un prezzo fisso e sono svincolate da chi apre e chiude a piacere i rubinetti di gas e petrolio». Per favorire la penetrazione delle fonti rinnovabili è giunto il momento, secondo Italia Solare, di incentivare i sistemi di accumulo, cioè le batterie che rendono le fonti rinnovabili programmabili, invece di incentivare centrali a gas di nuova costruzione. Il riferimento è al Capacity Market, contro il quale Italia Solare ha fatto ricorso (il procedimento è attesa di un pronunciamento da parte di una Corte europea, visto che altri meccanismi simili sono stati impugnati in altri paesi europei). «Non diciamo che non sia necessario, ma costerebbe molto meno se una parte di questi incentivi venissero destinati a pompaggi idroelettrici ed accumuli elettrochimici, invece che al gas», chiosa Viscontini.

QUANTO ALLE LUNGAGGINI burocratiche che bloccano gli iter autorizzativi, il presidente di Anev (Associazione nazionale energia del vento), Simone Togni, non usa mezzi termini: «Il problema non è burocratico, ma politico. Ci dicano una volta per tutti se l’eolico si può sviluppare in Italia oppure no. Non è possibile che, di tutti i progetti presentati dal 2017 ad oggi, nessuno abbia avuto parere positivo dalle Soprintendenze. È chiaro che c’è un’azienda di stato che basa i suoi interessi sul fossile per la quale va pensata al più presto una riconversione».

DAGLI UFFICI DI ELETTRICITÀ FUTURA (Confindustria) è partita nei giorni scorsi una lettera indirizzata a Mario Draghi nella quale si invita il governo a fare di più e più in fretta sul fronte della transizione: si chiede un Pniec aggiornato e la ripartizione dei target tra le Regioni. «È a livello regionale che si realizzerà la transizione energetica – dice il presidente di Elettricità Futura, Agostino Re Rebaudengo – è tempo che le regioni decidano come ripartirsi i 70 GW da installare, che equivalgono a 100 miliardi di investimenti e 90mila posti di lavoro. Non è pensabile installarli tutti nelle 2/3 regioni del Sud dove c’è più sole e più vento, il rischio di un intasamento è reale. Bisogna pensarci per tempo e immaginare aste differenziate per zone, affinché anche al Nord sia conveniente realizzare una parte degli impianti».

EDILIZIA. IL SUPERBONUS 110% rinnovato solo fino al 2023 ha deluso le aspettative del settore che per alcuni anni si vede sovraccaricato di lavoro per poi frenare di colpo. Nell’edilizia i consumi di energia sono aumentati del 23% dal 1990, mentre le emissioni sono diminuite della stessa quota grazie al passaggio dal gasolio al gas nelle caldaie e all’aumento delle rinnovabili nel mix elettrico nazionale. Siccome il 62% delle emissioni dell’edilizia viene dal riscaldamento, il provvedimento da prendere al più presto è quello di fissare una data per la fine dell’installazione delle caldaie a gas. Parallelamente, l’aumento delle coperture con pannelli fotovoltaici accoppiati con batterie e l’avvio delle comunità energetiche potrebbe dare un impulso decisivo all’auspicato cambio di passo.

TRASPORTI. IL SETTORE DOVE le emissioni continuano ad aumentare (+29% dal 1990) anziché diminuire. Secondo Legambiente, che sabato scorso è scesa in piazza a Roma per sensibilizzare la classe politica in vista di COP 26, gli attuali target al 2030 non sono in grado di garantire la necessaria inversione di rotta. Come per le caldaie, serve una data certa per la fine della vendita delle auto con motore endotermico, già fissata al 2035 in Ue, ma che andrebbe anticipata di alcuni anni. Secondo la coalizione Italy for Climate, per ridurre del 30% le emissioni dai trasporti è necessario arrivare a 5 milioni di auto elettriche al 2030, ma anche ridurre il numero di auto in circolazione grazie ai sistemi di mobilità condivisa e all’aumento dell’offerta del trasporto pubblico. Per il trasporto pesante, invece, è necessario introdurre l’idrogeno: una ricerca di Transport & Environment ha di recente messo in luce che un camion alimentato a Gnl (gas naturale liquefatto) emette più gas climalteranti rispetto ad un mezzo equivalente alimentato a diesel, quindi è urgente eliminare le stazioni di rifornimento a gas e gli incentivi per l’acquisto dei camion a Gnl.