A CANARINO MORTO? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A CANARINO MORTO? da IL MANIFESTO

Un po’ di «colonialismo» verde nascosto nelle pieghe

Quale energia per i paesi poveri. I paesi del Sud e i poveri del mondo subiscono gli impatti climatici più tragici, e al tempo stesso più di 1 miliardo di persone in 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono responsabili di meno dell’1% delle emissioni globali cumulative di anidride carbonica

Marinella Correggia  13.11.2021

La Norvegia, principale fornitore di gas in Europa dopo la Russia, ha accettato di aumentare le esportazioni di 2 miliardi di metri cubi per alleviare la carenza di energia del Vecchio continente. E il primo ministro Jonas Gahr Støre ha sostenuto che i futuri investimenti nel petrolio e nel gas saranno fondamentali per sostenere la transizione verso le rinnovabili.

Al tempo stesso, fa sapere l’analisi scritta da una ricercatrice indiana e pubblicata su Foreign Policy, Norvegia e altri paesi nordici e baltici hanno fatto pressione sulla Banca Mondiale affinché ponga fine a tutti i finanziamenti di progetti di gas naturale in Africa e altrove a partire dal 2025, e punti invece su soluzioni come l’idrogeno verde e le micro reti intelligenti. Ma è possibile una simile svolta energetica, in tempi così rapidi? No, secondo l’analisi. Intanto l’idrogeno verde è una tecnologia complessa e costosa. E dovunque, anche qualora si accelerasse nel settore eolico e solare, la produzione di elettricità dai fossili sarebbe ancora necessaria per bilanciare queste fonti, dipendenti dalle condizioni atmosferiche.

I paesi del Sud e i poveri del mondo subiscono gli impatti climatici più tragici, e al tempo stesso più di 1 miliardo di persone in 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono responsabili di meno dell’1% delle emissioni globali cumulative di anidride carbonica. Anche se triplicassero la generazione di energia ricorrendo solo al gas naturale, le emissioni globali aumenterebbero di un mero 1 per cento.

Dunque, sostiene l’analisi, i paesi ricchi dovrebbero agevolare progetti di gas naturale (l’Africa ha importanti giacimenti off shore) ancora per i prossimi due decenni in modo che i paesi poveri escano dalla povertà e riescano a costruire le infrastrutture energetiche critiche necessarie allo sviluppo economico e al miglioramento degli standard di vita – compresa l’elettricità per case, scuole e fabbriche. E oltre a ciò, i combustibili fossili sono ancora critici per lo sviluppo dell’Africa. La costruzione di strade ed edifici è ad alta intensità energetica, così come – ad esempio – la produzione di molti materiali. Alternative a basso costo e a basse emissioni di carbonio non sono ancora disponibili.

Pensiamo poi alla cottura dei cibi nelle case povere. Circa 3,8 milioni di persone muoiono prematuramente ogni anno per l’inquinamento dell’aria indoor. Quasi tutti i decessi si verificano tra i 2,6 miliardi di persone nei paesi poveri che ancora bruciano legna, carbone, carbonella o sterco di animali in casa per cucinare. Il fumo tossico penetra in profondità nei polmoni.

L’Onu ritiene che il passaggio al gas da cucina in bombola salvi tante vite nelle case dei poveri. I paesi del Nord, esigenti verso il Sud, sono invece molto pazienti a casa propria. Joe Biden ha chiesto ai principali fornitori di energia di aumentare la produzione per soddisfare la domanda di petrolio degli Stati Uniti. E la Germania ha stabilito una tempistica di quasi 20 anni per uscire dal carbone.

La questione dell’acqua rimossa dall’agenda climatica

Glasgow. Per fronteggiare la crisi solo accordi di cooperazione Nasce. «Water and Climate Coalition»Francesca Greco  13.11.2021

«I dati degli ultimi 20 anni mostrano che la quantità di acqua immagazzinata all’interno e sopra la superficie terrestre, inclusa l’umidità del suolo, la neve e il ghiaccio, è diminuita a una velocità di 1 centimetro all’anno, con enormi conseguenze per la sicurezza idrica», ha affermato la Wmo, World Meteorologic Organization, alla Cop26 lo scorso 2 novembre. Il volume dei ghiacciai del Tajikistan, che costituiscono il 60% delle risorse idriche dell’Asia Centrale, è già diminuito di un terzo e mille ghiacciai Tagiki si sono già completamente sciolti.

L’ULTIMO RAPPORTO dell’Ipcc ci aveva già detto che il 90% degli effetti del cambiamento climatico sarà percepito e si manifesterà attraverso eventi idrici: siccità, allagamenti dovuti all’esondazione di fiumi, eventi meteorologici violenti e improvvisi. Questo tipo di situazioni si stanno già verificando e fanno parte delle news quotidiane. Alla Cop26, giustamente, per emissioni da metano, petrolio e gas mettiamo dei limiti precisi con delle scadenze e invece per l’acqua parliamo di fare accordi di «cooperazione».

COSA È SUCCESSO DI PRECISO a proposito dell’acqua dolce alla Cop26? Le agenzie delle Nazioni Unite e i governi di alcuni paesi presenti a Glasgow hanno formato una «coalizione per l’acqua e il clima» (Water and Climate Coalition) per affrontare tutte le categorie di rischi idrici in aumento col cambiamento climatico e per fermare la riduzione delle riserve idriche mondiali. La coalizione sarà guidata dai presidenti dell’Ungheria e del Tagikistan e mirerà alla condivisione dei dati e a realizzare un approccio più integrato alla gestione della risorsa idrica. Oltre a ciò, pianificheranno azioni volte a creare un adattamento e una resilienza più efficaci, secondo quanto hanno affermato il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas e il rappresentante di Un-Water, Gilbert Houngbo.

La Water and Climate Coalition ha però mandato un chiaro grido di allarme: serve che le questioni idriche vengano integrate con quelle climatiche in un’azione congiunta, e non in modo separato, come sta avvenendo. Cercano di far capire che serve un’azione integrata all’interno di un’agenda «acqua+clima» se si vuole veramente favorire uno sviluppo sostenibile e perseguire le azioni di ciascun paese per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico.

Clare Nullis, portavoce della Wmo, ha sottolineato che «L’acqua e il clima tendono a essere trattati separatamente. Invece l’acqua è il canarino nella miniera di carbone del clima. E i due problemi vanno affrontati allo stesso tempo». Questa affermazione ha di per sè qualcosa di molto allarmante: significa che, come il canarino che soffoca prima dei minatori in miniera, avvertendoli che il livello di ossigeno si sta assottigliando, l’acqua sarà il primo segnale avverso che si manifesterà, quando il nostro clima comincerà a peggiorare ulteriormente. Per questo i problemi idrici vanno trattati contemporaneamente a quelli climatici e non separatamente o con tempistiche diverse. Il nostro canarino – l’acqua – ha già iniziato a boccheggiare, e non sta bene per niente.

DI CONSEGUENZA, anche le stesse agenzie Onu che hanno dato vita a questa coalizione sostengono che l’acqua dolce non possa avere un ruolo marginale alla Cop26 e nelle politiche di mitigazione, adattamento, ed abbattimento delle emissioni. Ma ora che ci avviamo alle conclusioni, la realtà della Cop26 relativa all’acqua dolce qual è?

L’ACQUA DOLCE, ALLA COP26, è ancora «senza obiettivi specifici» da raggiungere. Senza «tetti» senza «limiti» senza «target» che vincolino i governi. Né da qui al 2050 né da qui al 2100. Sull’acqua siamo a briglia sciolta. Nessuno si farà mai portavoce di una autolimitazione per quanto riguarda l’acqua: né sui prelievi né sull’inquinamento, né dal punto di vista dei governi né dal punto di vista dei privati. Non ci saranno firme dei capi di stato e di governo sull’acqua. Solo «cooperazione», scambio di informazioni, soluzioni di tipo volontaristico, più che misure imposte da politiche governative tramite piani nazionali, come invece sarà fatto per la riduzione delle emissioni.

GLI UNICI TARGET stabiliti dall’Onu per l’acqua dolce sono quelli relativi agli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030. Obiettivi che, a loro volta, furono calibrati su un «baseline» di dati risalenti al 2013-2014, e che ora rischiano di essere travolti da ciò che l’ultimo rapporto Ipcc 2021 ci ha mostrato, e cioè che bisogna fare molto prima di quanto sia mai stato fatto finora, su tutti i fronti.

PER IL 2030 (non il 2050), l’Onu già ci dice che la popolazione mondiale potrà usufruire solo del 60% dell’acqua di cui avrà bisogno. Si parla di 8 anni e un mese di distanza temporale da oggi. Perché, dunque, ancora nessun target sull’acqua dolce alla Cop26 almeno per il 2050? Facciamoci queste domande. Facciamoci queste domande oggi, perché le risposte – e le promesse – probabilmente arriveranno troppo tardi, non solo sulle emissioni, ma anche sull’acqua dolce. A canarino morto.