100 ANNI DI SFIDE APERTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5870
post-template-default,single,single-post,postid-5870,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

100 ANNI DI SFIDE APERTE da IL MANIFESTO

Cento anni di sfide aperte

EDGAR MORIN. L’8 luglio il sociologo francese compie un secolo, vissuto sulle strade del «pensiero della complessità»

Francesco Antonelli  07.07.2021

Edgar Morin compie cento anni. Quello che, sin troppo facilmente, si potrebbe definire uno degli ultimi maÎtre-à-penser francesi, uno dei divi così ben analizzati in un suo famoso libro del 1957 ma anche l’ultimo esponente dell’Umanesimo, svolta del moderno in cui il sapiente lo era ancora a trecentosessanta gradi.
È forse per questo suo essere a cavallo tra Pico della Mirandola e Jean Paul Sartre – dal cui modello, per altro, prese spesso le distanze – che Morin è stato poco considerato nei paesi anglosassoni ma amatissimo in America Latina e in Italia; che gli ha conferito numerose lauree honoris causa e che legge avidamente ogni suo libro, citato – provocatoriamente – da uomini di destra come Sarkozy ma soprattutto dal mondo intellettuale di sinistra. Il quale ha spesso visto in lui una delle alternative culturali alla «geometrica potenza» del pensiero liberale, del razionalismo economicista, della compartimentazione dei saperi. Dunque, di fronte al «fenomeno Morin» e al fatidico anniversario che oggi in molti celebrano, più che mai si impone una lettura non agiografica. Che cerchi di interrogare, innanzitutto, la chiave fondamentale del suo percorso: la modernità. Cioè la trasformazione della società in un mondo che fa del cambiamento continuo, della «distruzione creatrice» di sé, in nome di un inestricabile conflitto tra i valori del mercato, delle merci e dell’immagine e quelli della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, la sua cifra distintiva.

EDGAR MORIN È UN PARTIGIANO. Non solo come lo fu durante la Resistenza all’occupazione nazista della Francia – durante la quale, tra l’altro, nato Nahoum prese lo pseudonimo «Morin» – con cui ancora oggi è conosciuto – ma nel senso che parteggia per quei valori della Rivoluzione francese da cui prese avvio la storia dell’emancipazione nella società moderna. Di conseguenza, la weberiana distinzione tra «giudizi di fatto» e »giudizi di valore» e, corrispondentemente, tra cultura »scientifica» e »umanistica», nella prospettiva di Morin va superata.
Così come la prassi non può non intrecciarsi con la conoscenza che vuol dire anche auto-analisi e auto-critica: il personale è e non può non essere politico. Come trasportare questo eco marxiano oltre l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, prima nella società post-industriale e poi in quella globale, è una delle chiavi per leggere i contributi del sociologo francese.

DOPO AVER ADERITO al Partito comunista francese nell’immediato secondo dopoguerra, Morin se ne distaccherà rapidamente, in polemica con lo stalinismo e con un socialismo realizzato che, già all’inizio degli anni Cinquanta, gli pareva un dispotismo burocratizzato irrecuperabile. Osteggiato per questa sua posizione da una parte dell’intellighenzia parigina – ma certamente in buona compagnia, se si pensa ad Albert Camus – Morin pubblicò nel 1959 la sua prima Autocritica – molte altre ne seguirono negli anni successivi – il cui sottotitolo recita: «una domanda sul comunismo».
A quella domanda sulla possibilità di costruire una società, semplicemente, migliore, il sociologo francese diede due risposte, strettamente intrecciate: la prima si trova nell’elaborazione della tetralogia sul ruolo che l’immagine e gli immaginari svolgono nella costruzione della società di massa e composta da libri ormai classici come Il cinema o l’uomo immaginario, Lo spirito del tempo, I divi, Lo spirito del tempo 2.

QUESTI CONTRIBUTI seminali mostrano l’ascesa di una società ormai del benessere in cui l’accesso ai consumi così come al tempo libero, non sono solo i vettori della manipolazione e del dominio. Ma anche lo spazio di un loro rovesciamento inatteso e imprevisto. E qui siamo alla seconda risposta: dalla crisi del comunismo realizzato si può e si deve uscire da sinistra.
Morin aderì al gruppo di «Socialismo o Barbarie» e, assieme a Leffort e Coudray (pseudonimo di Cornelius Castoriadis), esaltò gli studenti del Sessantotto come una nuova classe rivoluzionaria in formazione, che stavano costruendo una società basata sull’autogestione e la democrazia radicale.

IL MORIN TEORICO della complessità, l’autore della monumentale opera Il metodo, il cui primo dei sei tomi uscì nel 1977, nacque dal rapido dissolversi di quella prospettiva. E forse dal suo parziale degrado. Complessità vuol dire profonda connessione di tutte le cose e ricomposizione sia dei diversi saperi sia della frammentazione esistenziale e conoscitiva che la modernità ha imposto agli esseri umani. Metodo vuol dire, alla maniera classica, «mentalità conoscitiva».
Morin esalta così l’educazione come leva per il cambiamento del mondo: riformare la scuola attraverso la messa al centro del metodo della complessità, per favorire la diffusione di un pensiero all’altezza delle sfide dell’interconnessione globale e della società rispetto alla natura. La società e il soggetto divengono un’ecologia.

QUESTA PROSPETTIVA di trasformazione, tuttavia, non basta. Ed è il recente posizionamento di Morin rispetto a Marx che ne mostra i limiti. Da Pro e contro Marx a Oltre l’abisso, volumi pubblicati all’inizio degli anni Dieci, gli antagonismi della realtà, in primo luogo tra borghesia e proletariato, possono essere superati in nome della loro complementarità; e così utilizzati per rilanciare sulla scia del pensiero della complessità un vasto progetto di riforma della società globale, desertificata dal trionfo politico del capitalismo.

MA QUESTO RIPROPONE qualcosa che, all’interno della pandemia e dopo la crisi del debito del 2007-2008, non funziona più: la trasformazione culturale e la «rivoluzione» (libertaria) dei diritti non può far dimenticare l’impatto delle disuguaglianze materiali e il montare disconnesso dei loro effetti politici. La prospettiva della complessità va dunque ricalibrata: è la ricomposizione politica tra i piani sconnessi della società – in primo luogo cultura ed economia – così come dei soggetti sociali che ne possono promuovere una trasformazione, in un’ottica globale, che va rintracciata la principale sfida.

Intelligenza e passione, il «metodo» alla prova di un percorso

EDGAR MORIN. Un volume recente a cura di Mauro Ceruti con testimonianze per festeggiare il filosofo. «Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana» è un libro che ha segnato un’epoca

Gabrio Vitali  07.07.2021

Per invecchiare bene, dice in una recente intervista, bisogna «mantenere in sé la curiosità dell’infanzia, le aspirazioni dell’adolescenza, le responsabilità dell’adulto, e nell’invecchiare cercare di trarre l’esperienza delle età precedenti. E sempre dobbiamo saperci stupire e interrogare su ciò che sembra normale ed evidente, per disintossicare la nostra mente e sviluppare uno spirito critico». In questa frase si condensano la personalità, l’opera e lo stile di vita di Solomon Edgar David Nahoum, dalla Resistenza in poi conosciuto come Edgar Morin, il suo nome partigiano.

Dal cruciale 1945 a questo 2021, in cui compie cent’anni, non ha mai smesso di frequentare e costruire libri, nelle cui pagine non si è mai appartato dalla vita per cercare le verità del sapere, ma nel sapere dei quali si è sempre immerso per trovare i valori della vita, della civiltà e dell’uomo. Esplorazione della conoscenza multidisciplinare, scientifica e umanistica insieme, e progetto antropologico per un’azione di civiltà nella storia comune sono infatti le matrici di quel pensiero della complessità che costituisce l’eredità antropologica, cognitiva e politica che questo grande umanologo, come egli stesso si definisce, ci ha saputo consegnare durante l’intero secolo della sua esistenza.

DELLA STRAORDINARIA articolazione, varietà e profondità della sua ininterrotta elaborazione dà oggi conto il volume Cento Edgar Morin, edito da Mimesis e curato da Mauro Ceruti (il più intimo dei suoi amici e suo allievo ed erede riconosciuto), nel quale cento firme italiane, delle più diverse appartenenze culturali, esplicitano il debito di formazione cognitiva, di educazione sentimentale e di sensibilizzazione politica che hanno intrattenuto e intrattengono con lui e con il suo pensiero. Un riconoscimento e un omaggio doverosi a un Maestro che dell’intreccio inestricabile fra intelligenza e passione ha saputo fare la cifra fruttuosa della sua vita e della sua opera. Un libro che è il portato e la testimonianza dello sviluppo, della ricchezza e della estensione conseguiti da quello straordinario percorso laboratoriale denominato La sfida della complessità che Ceruti, con la continua e dialogica collaborazione di Morin, ha avviato e diretto dai primi anni Ottanta in Italia e che si è declinato per quarant’anni in simposi scientifici internazionali, in incontri, riviste multidisciplinari e conferenze, in progetti e collane editoriali, in insegnamenti, corsi e seminari universitari, in singolari esperienze artistiche e musicali, in proposte didattico-formative nelle scuole e in una miriade capillare di altre iniziative che hanno caratterizzato la migliore cultura italiana di questi decenni e la sua interrelazione a livello planetario.

IN UNA SINTESI epistemologica vertiginosa, ma coerente con una possibile, per quanto forzata, suddivisione dell’opera di Edgar, il paradigma della complessità elaborato da questo grande filosofo, si può ascrivere a tre diversi, ma intrecciati, filoni di pensiero, che egli stesso ha voluto delineare. Anzitutto, la riforma del pensiero organizzata e proposta nel lavoro più che trentennale raccolto nei libri del Metodo (da La natura della natura a La vita della vita, a La conoscenza della conoscenza e fino a L’identità umana e a Etica), nei quali si contestano i paradigmi lineari, ripetitivi e riduttivi della tecnoscienza e degli specialismi scientifici, basati sulla separazione dell’uomo dalla natura, dell’osservatore dall’osservato, della conoscenza dalla società; mentre la complessità ecologica lavora sulla complementarità di uomo e natura, sull’ibridazione e l’interrelazione fra scienza, conoscenza e tecnologia, sulle relazioni e le contaminazioni fra i saperi e fra questi e le emozioni, l’immaginazione e la psicologia.

Poi, l’ambito della riforma dell’educazione che propone un radicale ripensamento della formazione scolastica e universitaria (I sette saperi necessari all’educazione del futuro; La testa ben fatta; Educare gli educatori. Una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva; Amore, poesia, saggezza) ancora basate sulla compartimentazione e l’incomunicabilità fra le discipline, che rendono il cittadino inadeguato a comprendere e ad affrontare i problemi posti dalla globalizzazione e dall’interdipendenza planetaria fra le economie, le politiche, le religioni, le conoscenze, le antropologie, i problemi ecologici, sociali, sanitari. Infine, la riforma della politica che possa portare al superamento della logica della guerra, della competizione e della concorrenza, che pervadono ogni forma dell’organizzazione della vita sociale e vi liberano antagonismi e conflitti ingovernabili e ricorrenti, e alla progettazione di forme di civiltà fondate sulla collaborazione, l’integrazione e la solidarietà, che promuovano una diversa antropologia della politica, una visione ecologica del rapporto umanità-pianeta e, insomma, un nuovo umanesimo della fraternità (Maggio ’68. La breccia; Per uscire dal XX secolo; Pensare l’Europa; Terra-patria; Turbare il futuro; La via. Per l’avvenire dell’umanità; La nostra Europa, Cambiamo strada).

C’È INFINE UN’OPERA di Morin, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana, che è citato da moltissimi dei cento collaboratori del volume celebrativo di Mimesis come il libro matriciale, il condensato paradigmatico e cognitivo di tutti gli altri libri di Edgar Morin, quello che li ha colpiti e sedotti per primo e di più. In esso si ritrovano infatti le due caratteristiche fondamentali della sua personalità e del suo pensiero. La prima, il sapere che egli esprime in ogni sua pagina è parte della sua biografia personale, è cioè generato e resta intriso da un’esperienza di vita e pensiero interconnessi, dalla continua ricerca di senso da dare all’una e all’altro e, insieme, al loro inestricabile intreccio co-generativo: quasi egli voglia dar conto lealmente al lettore della propria complessa antropologia individuale, degli alimenti di varia natura, emotiva o riflessiva, dai quali il suo cervello ha attinto il pensiero che viene esponendo. La seconda, la sua capacità di porsi di fronte alle cose della vita e del pensiero come un individuo qualsiasi della specie sapiens che sappia però di essere un momentaneo punto temporale e spaziale d’intersezione, di condensazione e successiva diramazione dei processi di una complessa rete evolutiva non solo antropologica, storica, sociale e politica dell’umanità, ma anche fisica, chimica, biologica ed ecologica dell’universo intero: una piega della mente di chi avverta di essere in ogni momento al crocevia unico e irripetibile di un immane sviluppo cosmico della vita, del quale il proprio pensiero, linguaggio e agire, non possa che sentirsi profondamente responsabile. Verso di sé, verso l’umanità, verso il pianeta. Proprio come un grande poeta.

*

SCHEDA. «L’UOMO E LA MORTE» E «LA MIA SINISTRA»

Per celebrare il centenario di Edgar Morin, due volumi appena pubblicati per le edizioni Il margine ormai fuori commercio da tempo. Si tratta di «La mia sinistra. Rigenerare la speranza» (pp. 347, euro 18,50, presentazione di Riccardo Emilio Chesta) e «L’uomo e la morte» (pp. 467, euro 21, presentazione di Francesco Bellusci). Entrambi i libri, usciti originariamente qualche anno fa per Erickson, hanno adesso una nuova traduzione e curatela grazie a Riccardo Mazzeo che ha potuto rilavorare su due punti importanti del pensiero di Morin. «Ma gauche» è stato edito nel 2010 da Francoise Bourin Editeur, mentre «L’homme et la mort», del 1970, uscì per l’Editions du Seuil.