OGM, perdita di biodiversità e perdita di linguaggi
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
625
post-template-default,single,single-post,postid-625,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.0.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.1.4,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

OGM, perdita di biodiversità e perdita di linguaggi

di Marcello BUIATTI –

Letteralmente gli “organismi geneticamente modificati” sono esseri viventi dai fagi e batteri alle piante, agli animali e quindi anche agli umani, in cui è stata modificata parte del genoma con la inserzione di frammenti di DNA attraverso una serie di processi noti ormai da tempo. Questo tipo di operazioni è facile soprattutto nei batteri, organismi relativamente semplici che vengono modificati utilmente inserendo geni nel genoma principale come ad esempio quello molto utile della insulina, che può essere quindi estratta, purificata ed utilizzata in medicina. Analogamente sono state inserite altre molecole che producono sostanze utili per la industria ma anche geni che producono proteine pericolose passibili di essere essere usate per la costruzione di pericolosissime armi biologiche da tempo “costruite” ma per fortuna non ancora usate che si sappia.

Questi metodi hanno effetti diversi se invece di batteri si modificano geneticamente organismi complessi come le piante, gli animali e quindi anche gli esseri umani.

Questo perché anche una sola cellula geneticamente modificata interagisce in modo non del tutto prevedibile con altre cellule di un tessuto che a sua volta può cambiare l’organismo intero che è collegato con altri esseri viventi.

Qualcosa di simile avviene anche nelle piante che vengono geneticamente modificate utilizzando diversi metodi, i primi dei quali sono stati l’uso di un batterio (Agrobacterium tumefaciens) in grado di inserire frammenti di DNA nelle cellule vegetali, e il cosiddetto “cannone”, una macchina che “bombarda” le cellule vegetali con frammenti specifici di DNA che si inseriscono così nel genoma della pianta.

In ambedue i casi non solo un frammento ma molti segmenti di DNA si possono inserire in più di una cellula della pianta ricevente.

Si attivano così una serie di eventi non del tutto prevedibili perché non si sa quanti frammenti “alieni” sono entrati nelle cellule, come hanno interagito con il genoma ricevente, che effetto hanno avuto le proteine prodotte dal gene introdotto sul metabolismo cellulare, che interazioni si attivano fra la cellula modificata e le cellule vicine e ancora, la pianta stessa, così cambiata interagirà con l’ecosistema in modo imprevedibile.

In particolare se si tratta di un ecosistema agrario non sarà completamente prevedibile l’effetto delle piante transgeniche sulla agricoltura e il loro risultato per gli agricoltori e le comunità umane che utilizzano i prodotti agricoli transgenici.

Per tutte queste ragioni non è quindi affatto strano che dai primi anni Ottanta del ‘900 solo quattro piante geneticamente modificate (soia, mais, colza, cotone) hanno avuto un grande successo a livello mondiale e adesso coprono l’immensa area di 171 milioni di ettari nel Pianeta.

Analogamente i caratteri che sono stati introdotti in queste quattro piante sono solo due, la resistenza a diserbanti soprattutto per la soia e la resistenza ad insetti specifici per mais e cotone.

Che io mi ricordi la prima pianta transgenica introdotta nel mercato è stata il pomodoro “Flavr Savr” una pelle durissima e quindi resistente a batteri e funghi che inducono marcescenza.

Tuttavia questo pomodoro fu ritirato rapidamente per la assenza di sapore e la durezza della buccia che ricordo molto bene perché lo ho allora assaggiato con un certo disgusto. Di fatto quindi l’unico fatto positivo di questo prodotto transgenico era la minore marcescenza derivante da una pelle durissima del frutto davvero sufficiente per la riuscita nel mercato.

Dopo di questo sono state provate poche altre piante GM, la più interessante delle quali, il cosiddetto “Golden Rice”, avrebbe dovuto avere una alta concentrazione di pro-vitamina A, in teoria particolarmente molto utile in Paesi in cui ce ne fosse carenza.

Purtroppo la concentrazione di questa vitamina ne ha una quantità talmente bassa per cui chi volesse usare il riso in modo efficiente avrebbe dovuto ingerirne più di un chilo al giorno.

Per questo il Golden Rice non è mai entrato veramente sul mercato nonostante i continui annunci sempre falliti di nuove varietà con alto contenuto vitaminico da parte dei produttori.

Ci si potrebbe chiedere quindi come mai, nonostante questi risultati scadenti e la incapacità di immettere nel mercato nuovi OGM, la superficie occupata da queste piante è veramente enorme, tanto che le maggiori industrie che producono OGM, Monsanto, Dupont, Syngenta e altre minori hanno acquistato un potere economico enorme e controllano gran parte degli utensili e di molti prodotti di uso agricolo fra cui le macchine agricole e altri attrezzi controllati da alcune grandissime imprese sementiere.

Questo fenomeno, che però investe contemporaneamente anche le più grandi farmaceutiche del gruppo chiamato Big Pharma, anch’esse apparentemente incapaci o non interessate alla produzione di un numero sufficiente di nuove medicine rispondendo alla continua comparsa di nuovi patogeni di ogni tipo a livello mondiale anche per gli effetti sempre crescenti del cambiamento climatico globale.

Non è a caso quindi che i rapporti fra le maggiori imprese produttrici di piante geneticamente modificate (Monsanto, Dupont, Syngenta) e le grandi farmaceutiche siano intensi semplicemente perché il successo globale dei due giganteschi gruppi viene dal cambiamento globale delle economie che non si basano più sulla legge della domanda e della offerta, ma fanno parte della rivoluzione finanziaria che ormai costituisce la maggior parte delle economie totali.

Nel caso dei due giganteschi gruppi citati infatti il ritorno finanziario non viene senza dubbio dalla ricerca e dalla produzione di nuovi e migliori prodotti ma dai guadagni derivanti dalle royalties di quelli ormai obsoleti.

Detto questo credo che la battaglia che molti stanno conducendo contro le piante geneticamente modificate debba essere aggiornata e modificata rapidamente se vogliamo avere successi reali contemporaneamente per le economie reali legate alla materia e per i prodotti necessari per le vite.

Infatti l’obiettivo su cui si discute è quasi soltanto il possibile pericolo per la salute umana derivante dalla ingestione di piante geneticamente modificate mentre si discute molto poco o niente degli effetti per la quantità e qualità di cibo disponibile nei diversi Paesi, derivanti dallo stato delle agricolture e degli enormi effetti economici e per l’ambiente derivanti dal potere finanziario delle multinazionali del settore.

Inizierò quindi dal primo punto e cioè da una breve sintesi di quello che si sa degli effetti per la salute con la presenza più o meno pesante di piante geneticamente modificate.

A) I pericoli per la salute: come ho scritto precedentemente sono solo due le modificazioni genetiche presenti nelle piante adesso sul mercato e cioè la resistenza a diserbanti e la resistenza a insetti specifici. La resistenza ad insetti deriva essenzialmente dalla inserzione di un gene di un batterio (Bacillus Thuringensis) nelle piante coltivate. In natura, dopo che il Bacillus Thuringensis (nella forma di spore e/o cristalli) è stato irrorato sulla vegetazione ed é ingerito dalla larva, giunge nell’intestino medio dove i cristalli si degradano in tossine che si legano ai recettori presenti sulla parete intestinale e provocano delle ulcere attraverso le quali il contenuto intestinale (succhi gastrici + spore) si diffonde nel resto del corpo provocando la morte delle larve più sensibili mentre quelle meno sensibili iniziano a germinare dando origine ad un alto numero di batteri che invadono il corpo della larva portandola a morte in due-quattro giorni.

La causa della morte è una proteina. La “proteina Cry” che nell’intestino della larva viene parzialmente degradata, ne rilascia una parte piccola e potenzialmente tossica ma solo se si complessa con un recettore specifico e il complesso esce nell’intestino della larva dell’insetto.

Le molecole della tossina si uniscono ed escono dalla cellula dopo aver aperto una rottura della membrana cellulare che distrugge la cellula stessa. L’effetto cumulativo di questo processo in molte cellule porta poi alla distruzione dell’intestino della larva ospite.

Per quanto riguarda gli effetti sugli umani, sono molto discussi ma vanno citati i lavori di Stephanie Seneff del MIT e diversi altri nell’ambito dell’USDA come la studiosa Nancy Swanson (US Center for Disease Control – CDC – del Dipartimento Agricoltura USA), ma anche i medici ed epidemiologi della Sherbrook University e dell’ Hospital di Quebec che hanno osservato la presenza della proteina Cry in un a alta percentuale di donne gravide ecc.
In genere i dati degli Stati Uniti e quelli del Canada sono tuttavia derivati dallo studio del rapporto fra la incidenza di una serie di malattie fra cui anche l’autismo e la prevalenza di piante Bt nella zona.

Infine va notato, ed è probabilmente questo l’oggetto di preoccupazione dello, USDA che dalla prima introduzione delle piante Bt molte specie di erbe infestanti sono diventate resistenti alla tossina che ha inquinato le acque provocando cambiamenti consistenti degli ecosistemi locali.

Il secondo e per ora più importante prodotto di ingegneria genetica è la costruzione di piante resistenti ai diserbanti che sono nate contemporaneamente alla produzione di un diserbante potentissimo dal nome di Round Up Ready.
La molecola fondamentale del Round Up è il Glifosato, che colpisce il pathway dell’enzima dello shikimato 5-enolpyruvylshikimato 3-phosphato (EPSP) sintasi, elimina tutte le piante che non sono resistenti.

Le piante resistenti prodotte da Monsanto hanno incorporato nel loro genoma una forma di questo enzima che rende la pianta non sensibile al Round Up, ottenuta mediante il ceppo di Agrobacterium CP4. In questo caso la pianta più utilizzata e resistente al Round Up Ready è la soia che è anche quella che copre a livello mondiale lo spazio maggiore delle agricolture.

Dal punto di vista dei pericoli per gli animali e gli umani gli eventuali problemi delle piante geneticamente modificate non derivano dal processo di ingegneria genetica ma dal Round Up Ready su cui sono stati fatti studi onnicomprensivi che hanno dimostrato che sia il glifosato che alcune altre molecole dette adiuvanti che compongono il prodotto.

Per quanto riguarda la molecola del glifosato, questo è stato considerato “probabilmente pericoloso” dalla OMS ma ci sono una serie di studi che indicano come il pericolo maggiore siano gli adiuvanti e cioè una serie di altre molecole che fanno parte del Round Up.

Sul mercato ci sono numerosi adiuvanti che possono essere utilizzati insieme ai diserbanti come surfattanti, concentranti degli olii, fertilizzanti azotati, agenti umidificanti e che facilitano la penetrazione nelle cellule che è aiutata dagli olii derivati da petrolio, olii vegetali. Alcuni fertilizzanti liquidi possono anch’essi essere usati come adiuvanti della penetrazione degli erbicidi.

Per quanto se ne sa il pericolo viene proprio da questi adiuvanti in quanto, a quanto si sa, possono modificare le membrane cellulari e i recettori che vi si trovano ed hanno una importanza fondamentale per il rapporto di riconoscimento fra cellula e cellula, processo questo di enorme importanza perché è noto che singole cellule tendono a moltiplicarsi e possono quindi entrare in processi carcinogeni.

Questo è probabilmente il dato che preoccupa di più in quanto diversi studi hanno dimostrato l’aumento di tumori in presenza di diserbanti e dei loro adiuvanti in topi.

È interessante notare che il lavoro di chi ha fatto queste ricerche è stato attaccato pesantemente dalle imprese produttrici e gli scienziati che hanno fatto questa scoperta hanno ritirare un loro lavoro che però è stato pubblicato e accettato da una parte consistente di competenti.

Questi ed altri dati ci dicono che ci sono effettivamente casi negativi ma non per la utilizzazione dei metodi di ingegneria genetica in quanto tali ma per i metodi e gli scopi specifici e in particolare per la resistenza ad insetti e la resistenza a diserbanti.

Quanto ho scritto fino ad ora inoltre ci chiarisce la notevole difficoltà dell’uso dei metodi di ingegneria genetica dimostrata dal numero bassissimo di prodotti utilizzabili sul mercato che, ripeto sono dopo tanto tempo quattro piante modificate con un qualche successo sul mercato solo per due caratteri.

Ci si può a questo punto chiedere come mai dopo i primi anni 80 anche le grandi imprese hanno smesso di fatto di cercare nuovi prodotti. Le ragioni di questo sono molto chiare e ne scriverò nella seconda parte di questo mio discorso.

B) Dopo aver letto quanto ho scritto al punto A, il lettore si domanderà senza dubbio come mai le grandi imprese che hanno prodotto solo quattro piante modificate per due soli caratteri prodotte nei primissimi anni ‘80 come ho accennato in precedenza, sono riuscite a coprire ben 171 milioni di ettari con questi OGM. La risposta a questa domanda sta nella drastica modificazione del sistema economico-finanziario e in particolare nei sistemi brevettuali.

Per molto tempo la unica vera forma brevettuale delle piante era quella della UPOV (International Union for the Protection of new Varieties of Plants) a cui facevano riferimento i costitutori di varietà di piante che usavano i metodi tradizionali di selezione.

Secondo la UPOV un agricoltore che volesse utilizzare una specifica varietà pagavano una volta sola il costitutore perché negli anni successivi potevano utilizzare i semi ottenuti nel suo terreno dalle prime piante acquistate. Non solo ma lo stesso agricoltore poteva incrociare due diverse varietà e ottenerne di nuove libere dal brevetto originario.

La situazione è cambiata drasticamente verso la fine del “Novecento” in particolare in Europa in cui nel Luglio del 1998 è stato introdotto su spinta delle pressioni delle imprese produttrici e del concetto della “sostanziale equivalenza fra vita e non vita”, il sistema americano della “Legal Protection of Biotechnological Invention” tradotto in Europa con la “European Patent Convention”, molto simile al sistema Statunitense.

Da allora un agricoltore che “compra” il diritto di usare una nuova varietà, in particolare derivante da una pianta geneticamente modificata dovrà ogni anno pagare di nuovo i cosiddetti “intellectual property rights” al produttore della pianta modificata originale.

Non solo, ma basterà la presenza di una sola pianta GM in un campo perché l’agricoltore paghi le royalties di tutto il campo.

Ora i brevetti delle grandi multinazionali non sono solo piante geneticamente modificate ma anche molti altri oggetti e strumenti che hanno a che fare con le filiere agricole, il che chiarisce la forza economica di Monsanto & Co., una forza talmente grande che ha permesso la introduzione degli OGM e in particolare della soia geneticamente modificata resistente al Round Up di cui parlavo in precedenza, in molti grandi Paesi soprattutto in America latina in cui i piccoli contadini sono stati cacciati e finiti nelle favelas delle grandi città, oppure sono diventati braccianti a basso costo delle enormi fazendas delle imprese controllate dalle multinazionali.

Ci si potrebbe chiedere che senso abbia la coltivazione di soia resistente al diserbante ma la risposta è semplice: in questo modo le direzioni delle fazendas hanno potuto eliminare la mano d’opera umana che effettuava il diserbo delle coltivazioni di soia che ora si può ottenere semplicemente passando con un aereo sulle fazendas e irrorando il terreno con il Round Up di cui parlavo prima come un composto molto pericoloso per la salute umana.

Con la coltivazione di una sola pianta si sono perse le numerosissime varietà locali di piante e i loro semi ma anche i linguaggi locali, scomparsi in un pot-pourri di “non lingua” delle favelas, come si può vedere nel bel sito “Terralingua”  che da anni effettua il monitoraggio insieme della perdita di biodiversità e dei linguaggi, due fattori la cui perdita significa la distruzione delle società locali e dell’ambiente.

Al momento i due Paesi colpiti dalla forza delle multinazionali sono senza dubbio Argentina e Brasile ma anche il Paraguay che è stato “colonizzato” nonostante che i contadini locali abbiano provato a resistere con le armi e si siano difesi perdendo molte vite.

In Argentina, ma soprattutto in Brasile va considerato anche il danno ambientale determinato dalla distruzione delle foreste effettuata per coprire il terreno con le piante GM.

Poco tempo fa ho avuto il piacere di incontrare una delegazione brasiliana che mi chiedeva delucidazioni proprio sugli OGM e sulle conseguenze della loro copertura dei terreni ed eliminazione delle foreste, come è noto fondamentali non solo per quel Paese, ma in genere per il Mondo intero data la enorme importanza della riduzione di CO2 assorbita dalle piante in America Latina. A livello mondiale inoltre, l’uso enorme delle monocolture di soia in America latina, mais in Messico, cotone in India (l’estensione della colza geneticamente modificata è minima almeno fino ad ora).

In altre parole questo significa la distruzione della biodiversità agricola e non solo, vista la eliminazione delle foreste con il loro immenso patrimonio vitale per la sopravvivenza di tutto il Pianeta.

Infine, la omogeneizzazione delle coltivazioni e delle culture del Mondo come si vede dai dati continuamente più tragici d ella perdita delle conoscenze e dei modi di vivere degli umani.

Per quanto riguarda il nostro Paese, la entrata delle piante OGM sarebbe letale per la letale omogeneizzazione dei nostri cibi diversissimi nelle campagne e nelle città sostituti da soia, mais, cotone geneticamente modificati.

In estrema sintesi possiamo dire che il pericolo non è tanto dato dalle piante in se stesse ma dai modi con cui vengono coltivate e diffuse anche con la forza economica dalle multinazionali che, ripeto, guadagnano non tanto dalla vendita dei prodotti quanto dalle royalties della enorme estensione occupata da piante brevettate nel Pianeta con il “nuovo” sistema di brevettazione di cui ho discusso.

[si vedano i contributi alla discussione di Dario Bevilacqua e di Piero Bevilacqua]