Officina dei saperi | Mezzogiorno: l’impatto della Lunga Recessione
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Mezzogiorno: l’impatto della Lunga Recessione

di Tonino PERNA e Fabio MOSTACCIO [1]

Premessa

La scomparsa del Mezzogiorno dall’agenda politica

Durante la “Lunga Recessione” (2008-2014), malgrado la gravità dell’impatto della crisi sul territorio meridionale, l’attenzione verso quest’area è stata pressoché nulla. Il fatto che molte regioni meridionali abbiano fatto registrare un tasso di disoccupazione che è tre volte quello delle regioni del Nord, non ha suscitato nessuna reazione né a livello governativo, né tanto meno a livello di cittadini, movimenti sociali, organizzazioni sindacali. In breve: il Mezzogiorno è definitivamente uscito dall’agenda politica, mentre i suoi abitanti si rifugiavano in una visione nostalgica di un Sud ricco un tempo e distrutto dall’Unità d’Italia. Delle tre visioni del Sud, così bene ritratte da Franco Cassano (2009) quella che ha prevalso- a livello popolare- è stata quella del Sud sfruttato da sempre dal Nord[2], ma non ha prodotto alcun effetto politico. Così il Mezzogiorno è uscito di scena, in silenzio.

È esattamente dalla caduta del muro di Berlino che è in atto un processo che ha reso progressivamente marginale l’economia meridionale dal resto del paese. Le cause sono note ed hanno un carattere strutturale. La prima è legata alla globalizzazione dei mercati (caduta del socialismo nei paesi dell’est Europa e apertura della Cina al mercato internazionale) che ha significato per le imprese del Centro-Nord d’Italia competere su un mercato globale in cui il mercato meridionale è ben poca cosa. Da quel momento –anni ’90 del secolo scorso- il Mezzogiorno è stato visto sempre più come un costo per il sistema paese, ed accusato di avere un ruolo parassitario rispetto al modello di sviluppo italiano, trainato dalle imprese del Centro-Nord.

La seconda causa è legata all’entrata dell’Italia nell’Eurozona. Le imprese del C-N abituate alle svalutazioni competitive si son trovate, per la prima volta dal dopoguerra, a fare i conti con costi per unità di prodotto che crescevano più che nella maggioranza dei paesi industrializzati. Per mantenere margini di profitto adeguati il sistema imprenditoriale del Nord Italia è ricorso, su larga scala, al decentramento produttivo nei paesi dell’est e in Cina. La conseguenza immediata è stata la seguente: i piccoli distretti industriali del Mezzogiorno che erano nati negli anni ’70 sul flusso di commesse delle medie e grandi imprese del Nord, soprattutto nel settore dell’abbigliamento-calzature, hanno chiuso i battenti già prima della Lunga Recessione (2008/2014).

Infine, la crisi dei partiti e sindacati, del loro ruolo storico di cemento “nazionale”, unitamente scomparsa di una classe politica meridionale capace di porre la questione meridionale come questione nazionale, ha fatto sì che il Mezzogiorno uscisse definitivamente dall’agenda politica di tutti i governi degli ultimi venticinque anni.

Malgrado lo sforzo fatto da alcuni studiosi e da (pochi) politici, sostenere che “il Mezzogiorno è una risorsa imprescindibile per la ripresa della crescita economica nel nostro paese” è più un atto di fede che una realtà. In tempi recenti ci hanno provato Viesti (2013) e Trigilia(2012) . Il primo cercando di dimostrare, con un ampio uso di dati statistici, che non sia vero l’assunto che il Mezzogiorno vive alle spalle del Nord, il secondo riproponendo una riduzione del divario Nord-Sud attraverso il rafforzamento della cosiddetta «società civile», la fine degli incentivi a pioggia a vantaggio di politiche mirate a valorizzare il patrimonio storico/artistico ed ambientale e sostenendo solo alcuni settori industriali dove il Mezzogiorno ha delle concrete potenzialità. Il fatto è che mentre alcuni studiosi cercavano di rilanciare il ruolo del Mezzogiorno come risorsa per far uscire l’Italia dalla recessione più lunga dalla fine della seconda guerra mondiale, questa parte del paese precipitava in un gorgo in cui si avvitavano caduta degli investimenti, disoccupazione, crollo dei consumi e del reddito. Ne ha preso atto recentemente un Report di Confindustria sul Mezzogiorno, ripreso e commentato da A. Quadrio Curzio[3], in cui si constata la débâcle subita dall’industria meridionale, ma al contempo si individuano delle vie d’uscita, fondate su alcuni recenti trend positivi. In particolare, si fa notare come sia aumentata – tra il 2013-2014 – la voglia di fare impresa al Sud, con un saldo positivo – tra imprese cessate e nuove – di 6.000 unità. Altresì rilevante, per Confindustria, è il fatto che circa il 40% delle imprese nel Mezzogiorno sono rette da giovani. Infine, il terzo spiraglio che invita ad avere fiducia nel futuro di questa terra viene individuato nel turismo: tra il 2013 ed il 2014 il flusso di turisti stranieri ha fatto registrare un incremento di presenze di 700mila unità, per un valore di mezzo miliardo di euro e con una forte propensione alla fruizione del patrimonio culturale del Mezzogiorno.

Naturalmente, Confindustria si rende conto che non bastano la buona volontà o le capacità degli imprenditori meridionali sopravvissuti alla Lunga Recessione, serve un intervento forte dello Stato in termini di investimenti infrastrutturali, di credito d’imposta, garanzie per il credito, ecc. Basti solo citare il crollo degli investimenti fissi lordi dal 2008 al 2014: -38%, di cui – 60% nell’industria manifatturiera. È a partire da questo dato eclatante che nasce il Piano di Confindustria per il Sud, che individua proprio nella urgente ripresa degli investimenti, pubblici e privati, la chiave di volta per far rinascere il Mezzogiorno.

Sforzo intelligente quello di Confindustria, ma con un immancabile limite economicistico, ed una sopravalutazione del ruolo che possano giocare le sole imprese meridionali sopravvissute alla dura selezione di questi anni. Rimangono, ed in alcuni casi si sono aggravate in questi anni di recessione, alcuni fenomeni quali: l’economia criminale, la crisi degli enti locali derivata dai tagli governativi, il tasso di emigrazione che in alcune regioni meridionali è diventato un vero e proprio esodo. In sintesi, prima di inventarsi delle strade per uscire dalla crisi è bene fare i conti con la realtà che si è determinata in questi anni di crisi.

 

1.1 L’impatto della Lunga Recessione sul Mezzogiorno: gli effetti socio-economici

Dalla seconda metà del 2007, la crisi finanziaria scoppiata negli Usa, ha progressivamente coinvolto altre aree del mondo, a partire dalla Ue. I primi, rovinosi effetti sull’economia reale si sono registrati nel 2009, con la caduta del Pil in tutti i paesi occidentali. L’Italia ha subito il colpo, ma nel biennio successivo sembrava essersi ripresa, quando, nel luglio del 2011, è partita l’ondata speculativa sui titoli di Stato italiani facendo schizzare verso l’alto il tasso d’interesse e lo scarto (il famoso “spread”) rispetto ai Bond tedeschi. La recessione ha ripreso vigore e la caduta dei consumi e degli investimenti hanno fatto crescere ancor di più il rapporto Debito pubblico/ Pil, portando questo rapporto fino alle soglie attuali del 135 per cento. Un debito insostenibile che genera un esborso di circa 90 miliardi di euro l’anno solo per pagare gli interessi e continua ad aumentare anche in valore assoluto.

Di fronte a questa Lunga Recessione, che è paragonabile solo alla Grande Depressione degli anni ’30, i governi che si sono succeduti, dal 2008 ad oggi, hanno tentato di evitare il default attraverso un taglio alla spesa pubblica ed un aumento delle imposte, sia a livello locale che nazionale. Il risultato è stato solo quello di far aumentare la recessione, provocando una caduta del Pil, senza bloccare la corsa del debito pubblico, ma solo rallentandola.

Ma, particolarmente rilevante ed inedito è stato l’impatto della Lunga Recessione sul Mezzogiorno. Rispetto ad altre fasi recessive registratesi dopo la seconda guerra mondiale, questa presenta due fattori che la caratterizzano:

La durata. Non c’è mai stato in passato una recessione che sia durata oltre i tre anni, mentre adesso abbiamo superato i quattro: dal 2010, dove si era registrata una ripresa/rimbalzo dopo il crollo del 2009 (-5% del Pil) al 2013. Ed è probabile che ancora continuerà questa fase di stagnazione dell’economia italiana.

L’impatto sul Mezzogiorno della crisi 2008/2013 è stato maggiore rispetto al Centro Nord sia in termini di Pil, che di aumento della disoccupazione. Ed è questa un novità rispetto alle crisi precedenti. Per esempio, rispetto ad uno degli anni peggiori degli ultimi cinquant’anni, il 1975, anno in cui si è registrata una caduta del Pil – in seguito allo shock petrolifero – del -3.5 per cento- il Centro Nord aveva fatto registrare una caduta doppia del Mezzogiorno.

In breve, nessuna crisi precedente è durata così a lungo e mai si è registrato un effetto negativo così pesante nel Mezzogiorno rispetto al resto del paese. Il motivo è semplice: la risposta politica a questa crisi si è concentrata sul taglio alla spesa pubblica che incide molto di più sulla formazione del Pil nel Mezzogiorno rispetto al resto del paese. In passato, durante le fasi di crescita economica sostenuta il Mezzogiorno cresceva meno del Centro-Nord, mentre durante le fasi di stagnazione o recessione il Mezzogiorno reagiva meglio. In breve si può dire che la “spesa pubblica” funzionava da zavorra che impediva al Sud di volare nei momenti di boom economico, ma gli impediva ugualmente di crollare quando il resto del paese veniva colpito da una fase recessiva a livello internazionale. D’altra parte, basti pensare al fatto che il territorio meridionale è stato sempre meno esposto ai cicli del mercato mondiale in quanto la propensione all’export è stata storicamente, almeno nel ‘900, piuttosto limitata non arrivando mai a superare il 12% del totale delle esportazioni nazionali pur producendo un quarto del Pil nazionale ed avendo il 36% della popolazione.

Come sosteneva trent’anni fa Paolo Sylos Labini, nel Mezzogiorno il motore dello sviluppo è rappresentato dalla spesa pubblica, se viene meno o diminuisce la “spesa pubblica” tutta la macchina si ferma. Ed è quello che è accaduto a partire dal 2008.

Se il divario crescente tra il Nord e il Sud del nostro paese ha origini negli anni ’90 del secolo scorso, va detto che la reazione a questa crisi è stata profondamente diversa. Dopo il crollo del 2009, il Centro-Nord del paese ha fatto registrare una ripresa nel biennio 2010-11, mentre nel Mezzogiorno è continuata l’onda lunga della recessione. Nel biennio successivo 2012/2013 si è registrata una nuova caduta del Pil, che nel Centro-Nord (-1,9) è stata nettamente inferiore comunque a quella che ha colpito il Mezzogiorno (-4,2% nel solo 2013). Ancora nel 2015, mentre nel Nord si registra una netta ripresa (1,8% di crescita del Pil), nel Mezzogiorno continua la recessione.

Questa crisi ha anche ridisegnato le mappe del Mezzogiorno. Sono stati smantellati o fortemente ridimensionati una gran parte dei vecchi e nuovi poli di sviluppo localizzati nel territorio meridionale. Tra i “vecchi” quello dell’alluminio in Sardegna (Alcoa) e quello dell’acciaio a Taranto con la nota crisi dell’Ilva, la Fiat di Pomigliano d’Arco con il suo indotto, l’Iribus ad Avellino, il distretto industriale del casertano (Firema, Indesit, Jabil, ecc.) la Fincantieri di Castellamare di Stabia, per citarne solo alcuni. Tra i nuovi poli di sviluppo che erano nati dalla spinta dell’imprenditoria locale negli anni ’80 e ’90,da quello che è stato definito “localismo virtuoso”, va segnalata la crisi del distretto del salotto lucano-pugliese, quello dell’abbigliamento di Isernia, quello serricolo di Comiso-Vittoria, quello delle calzature del Salento e quello del tessile/abbigliamento di Barletta,il polo industriale di Vibo, ecc.

Un primo sguardo su come la crisi ha inciso nelle diverse aree del Mezzogiorno possiamo dire che, in generale, le province che risultavano tra le più dinamiche prima del 2008, sono quelle che hanno subito i maggiori contraccolpi. Di contro, alcune province “stagnanti” localizzate nelle aree interne del Mezzogiorno sembrano aver resistito meglio ai cambiamenti in atto. Abbiamo scelto, tra le Province più dinamiche, quelle di Ragusa, Bari, Pescara e Matera, tra le Province “stagnanti” quelle di Enna, Caltanissetta, Potenza e Benevento. Utilizzando come indicatori i “ depositi bancari per abitante” ed i “prestiti non onorati” (sofferenze bancarie) – dati affidabili ed indicativi dello stato di salute dell’economia di un territorio – confrontando il 2003/4 con il 2011/12. Da questo confronto troviamo che le Province “stagnanti” hanno migliorato nettamente la loro posizione nella classifica nazionale stilata dal Sole 24 ore[4], sia per quanto riguarda i depositi pro-capite che per le “sofferenze bancarie”. Tra le Province che erano tra le più dinamiche prima della recessione colpisce il crollo della provincia di Ragusa, legata alla crisi del polo agro-industriale di Comiso-Vittoria che risulta ancora più evidente se si prendono in considerazione i dati relativi alle aste giudiziarie: questa provincia risulta la più colpita dalla vendita giudiziaria di “terreni” e “immobili residenziali e commerciali” messi all’asta, in ragione degli abitanti.[5]

A livello di regioni troviamo altresì una articolata risposta alla crisi in atto. Sul piano occupazionale le regioni più colpite dalla “lunga recessione” sono state la Campania e la Calabria. In particolare, la Campania che risultava nel decennio precedente la crisi la regione meridionale a più alto tasso di sviluppo, è letteralmente crollata, con una ricaduta pesante sul livello occupazionale: il tasso di occupazione è sceso al 39%!

Nel triennio 2008/2011 la Campania ha subito un collasso nel settore industriale (-20.7% degli addetti), mentre la Calabria ha fatto registrare un crollo dell’occupazione nell’edilizia (-16.4%) inferiore solo a quello subito dalla Sicilia (-27.3%) che però va meglio negli altri settori, soprattutto nei servizi. Ad eccezione dell’Abruzzo, che risente dell’effetto post-terremoto del 2009, gli addetti all’edilizia sono scesi più velocemente degli addetti all’industria manifatturiera in quasi tutte le province meridionali.

Nel 2012 la situazione è ulteriormente peggiorata in tutto il Mezzogiorno. In particolare nell’edilizia dove c’è stato un crollo dei dipendenti (-18.6%) che va ad aggiungersi alla caduta già richiamata per il periodo 2008/2011. Da questo dato emerge l’urgenza di un rilancio del settore nel Mezzogiorno che, a parte alcune opere infrastrutturali che vanno completate (autostrada Salerno-Reggio Calabria, Nazionale 106, autostrada Ragusa –Catania, ecc.), non può che passare da un piano di recupero del territorio, di ristrutturazioni e riuso di immobili abbandonati, di opere di riassetto idrogeologico, ecc. Complessivamente nel settore secondario, industria più edilizia, le regioni che hanno tenuto meglio sono state l’Abruzzo e la Basilicata. In particolare, la Basilicata, dopo la riapertura dell’ex-Fiat a Melfi presenta oggi la migliore performance dell’industria manifatturiera nel Mezzogiorno, in termini di occupazione e fatturato.

Il dato complessivo della disoccupazione nel Mezzogiorno si attesta ormai tra i più alti delle regioni e degli Stati europei, inferiore, ma di poco, solo alla Grecia. Ed anche la recente ripresa, o ripresina come la chiamano alcuni, dell’economia italiana non riesce ad incidere significativamente su questa condizione.

In generale, possiamo dire che la crisi ha prodotto un quasi totale azzeramento, o ridimensionamento, dei poli e distretti industriali che si erano consolidati nei decenni precedenti. E quindi un annullamento delle politiche industriali per il Mezzogiorno del ventennio 1961/81.

Dopo il ventennio della “deindustrializzazione del Mezzogiorno” (1951-1971) in cui il settore manifatturiero ha fatto registrare un saldo negativo di ben 17.525 unità locali, a fronte di una crescita di 144.130 unità locali nel Centro-Nord [6], la recente crisi ha prodotto un processo equiparabile, ma molto più veloce e dagli effetti più devastanti, dato che è arrivata in un momento in cui il territorio e la società meridionale erano già entrati in una fase di stagnazione.

Come sappiamo, nel quinquennio 2008/2013 il taglio della spesa pubblica ha colpito prevalentemente la spesa sociale ed il welfare, su tutto il territorio nazionale. Le conseguenze più gravi sono state a carico delle popolazioni meridionali, dato che prima della crisi era già nettamente più bassa la spesa pubblica pro-capite per il welfare nei Comuni meridionali rispetto a quelli del Centro-Nord. Nel 2007 la spesa pro-capite per il welfare nei Comuni italiani presentava un ampio spettro: si andava da i 755 euro pro-capite di Bolzano ed i 720 di Trento, in cima alla classifica, fino agli 85 euro pro-capite di Vibo V. ed i 74 di Crotone, al fondo della classifica di 113 Comuni italiani[7]. Vale a dire che un cittadino di Crotone riceveva 1/10 di spesa in welfare, e quindi in servizi pubblici, rispetto ad un cittadino del Trentino-Alto Adige, pur appartenendo ad uno stesso paese che si chiama Italia! Tra i Comuni capoluogo del Mezzogiorno spiccano i Comuni della Sardegna – nell’ordine Carbonia, Iglesias, Cagliari, Nuoro – con una media di 323 euro pro-capite, seguiti dai Comuni siciliani di Palermo, Ragusa e Catania con una media di 273 euro pro-capite. Segno evidente che l’autonomia regionale paga in termini di risorse disponibili, ovvero in ragione di una maggiore capacità di indebitamento degli enti locali. Negli ultimi venti posti della classifica troviamo solo Comuni meridionali che spendono meno di 200 euro pro-capite per il welfare. Ma, non si può dire che lo Stato non trasferisca più risorse al Sud. I trasferimenti dello Stato alle Regioni, in euro pro-capite, vedono ai primi posti le regioni meridionali e del Centro – nell’ordine: Basilicata, Molise, Liguria, Umbria, Calabria – e agli ultimi quattro posti le Regioni più ricche e produttive del paese, nell’ordine: Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Lombardia. Tra un abitante della Basilicata ed uno della Lombardia c’è un rapporto di 3 ad 1 in merito ai trasferimenti dello Stato. Ma, una parte considerevole di questi trasferimenti va alla voce “spesa per il personale”.

Un’altra parte rilevante va alla spesa sanitaria. Ed è proprio su questa voce rilevante che scopriamo una contraddizione che condanna la classe politica meridionale. Se analizziamo, infatti, i dati della spesa sanitaria pro capite in Italia, possiamo osservare come non via sia una grande differenza tra le regioni italiane: nel 2013 essa è di 1.816 euro, in calo del 2,10% rispetto al 2010, quando la spesa sanitaria pro capite era di 1.860 euro. Una progressiva diminuzione alla quale hanno contribuito, con modalità differenti, le regioni italiane: Piemonte, Liguria, Veneto, Campania, Calabria e Sicilia hanno gradualmente ridotto la spesa, a differenza delle altre che, nel periodo considerato, hanno tenuto un andamento altalenante. L’elemento assai rilevante, però, è che regioni come la Calabria e la Puglia pur spendendo quanto il Veneto e poco meno della Lombardia[8], offrono servizi sanitari di qualità nettamente inferiore. Questo scarto qualitativo ha un costo per le regioni meridionali legato al cosiddetto “turismo sanitario” e lo ha ancora di più per le popolazioni meridionali abbassandone di fatto la qualità della vita ed aumentando i costi per le cure sanitarie.

Se passiamo ad osservare i dati relativi all’andamento della povertà relativa[9] nel periodo 2009-2014 vediamo che (vedi tab. 1) il Nord ha subito un incremento del 28,3% passando dal 5.3 al 6.8, il Centro del 12 % ed infine il Mezzogiorno è passato dal 19.1 al 23.6 con un incremento 23,5% . In breve, le famiglie sotto la soglia della “povertà relativa” son cresciute più velocemente nel Nord Italia rispetto al Mezzogiorno, ma il divario è talmente grande che fa si che il Nord Italia, malgrado la pesante recessione, presenti una percentuale di famiglie relativamente povere nettamente al di sotto della media Ue ed in linea con i dati dei paesi del Nord Europa, mentre il Mezzogiorno si colloca sulla linea della povertà di paesi come la Grecia e la Spagna che più hanno sofferto per la lunga recessione.

Tab. 1 – Incidenza povertà relativa per area geografica 2009-2014 (%)
Anni Nord Centro Mezzogiorno Italia
  incidenza       povertà (%) incidenza povertà (%) incidenza povertà (%) incidenza     povertà (%)
2009 5,3 7,5 19,1 10,6
2010 5,2 10,4 19,5 11,2
2011 5,1 9,1 20,2 11,2
2012 6,8 9,6 22,6 12,8
2013 6,5 9,2 23,7 13,0
2014 6,8 8,4 23,6 12,9
Fonte: ns. elaborazione su dati ISTAT 2014

 

Osservando i dati relativi nel momento più acuto della crisi (dicembre 2012) sulle famiglie «a rischio povertà ed esclusione sociale», dove si è passati a livello nazionale dal 28,2% del 2011 al 29.9% del 2012, vediamo che nel Nord si è arrivati al 18.5% mentre nel Mezzogiorno stiamo superando il 48%, vale a dire che una famiglia su due è in forte difficoltà e rischia di finire nell’area della povertà assoluta.

Tab. 2 – Incidenza di povertà relativa regionale 2009-2013 (%)
2009 2010 2011 2012 2013
Piemonte 6,5 5,3 5,3 7,0 5,1
Valle d’Aosta 6,7 5,9 2,9 6,3 5,3
Lombardia 3,0 2,6 3,5 3,9 3,8
Trentino Alto Adige 7,1 7,1 5,9 5,5 3,7
Bolzano 2,0 2,8 2,6 2,3 *
Trento 12,2 7,9 5,2 5,6 6,1
Veneto 3,2 4,2 3,2 4,6 4,4
Friuli-Venezia Giulia 9,5 7,5 6,8 8,2 8,1
Liguria 7,9 10,6 9,0 11,2 7,8
Emilia-Romagna 3,5 3,9 4,5 4,1 3,8
Toscana 7,8 7,2 8,1 9,1 6,5
Umbria 3,8 4,5 7,2 7,5 7,1
Marche 9,7 13,1 8,9 13,3 10,0
Lazio 4,1 6,0 6,2 4,1 5,8
Abruzzo 9,0 15,4 14,5 15,7 15,5
Molise 17,0 15,6 17,0 17,2 17,6
Campania 23,9 21,8 22,1 23,8 21,4
Puglia 18,4 16,0 19,0 23,0 20,3
Basilicata 26,1 29,1 23,4 24,0 24,3
Calabria 22,3 19,0 19,7 22,8 26,6
Sicilia 18,0 20,4 21,0 21,9 24,1
Sardegna 13,2 10,6 12,6 12,3 15,1
Fonte: ns. elaborazione su dati ISTAT 2014

 

A livello nazionale le più colpite sono le famiglie con un solo percettore di reddito, e questo come sappiamo è un dato che è molto più frequente nel Mezzogiorno che nel resto del paese. Ne deriva che solo aumentando l’occupazione, e quindi il numero di persone che lavorano in una famiglia, che si può far fronte al rischio povertà incombente.

 

1.2 Le quattro Italie: tra fallimenti ed innovazioni

Nel nostro paese, negli ultimi venti anni si sono andate configurando quattro aree contigue, che pur non essendo omogenee, presentano parametri economici convergenti: l’area del Nord-Est (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e Sud Tirolo, Emilia Romagna); l’area Nord-Ovest (Piemonte, Liguria, Toscana); il Centro Italia che diventa un’area cuscinetto a geometria variabile (Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo,) ed infine il resto del Mezzogiorno. Un caso a parte è rappresentato dalle regioni Molise e Sardegna che possiamo definire borderline, nel senso che stanno su una linea di confine tra Centro e Mezzogiorno, entrando o uscendo da queste aree a seconda dei parametri utilizzati.

In base al reddito pro-capite, in valori correnti, il Nord-est presentava al 2010 un valore medio regionale di 53.000 euro, il Nord-ovest di 47.000, il Centro di 40.000, il Mezzogiorno di 28.000. Se prendiamo in considerazione i valori deflazionati del reddito pro-capite, abbiamo che al 2011 il Nord-Est presentava un valore medio del reddito pro-capite di 28.600 euro; il Nord-Ovest di 25,330 euro; il Centro di 22,550 euro; ed in fine il Mezzogiorno di 15.800 euro.

Questo differenziale è ancora più evidente se si guarda alla capacità di esportazioni delle diverse aree, e quindi al loro peso sul mercato internazionale. Le regioni forti del Nord est – Lombardia, Veneto, Emilia Romagna – esportavano al 2012 per 208 miliardi di euro, pari a circa il 46% del totale dell’export italiano, il Nord-ovest per 80 miliardi (con uno scarso peso della Liguria), il Centro con 39 miliardi ed infine il Mezzogiorno con 47 miliardi, poco più del 10 per cento del totale dell’export italiano. Il dato del Mezzogiorno è preoccupante, soprattutto perché si è arrestato il trend positivo pre-crisi ed in quest’ultimo quinquennio è diminuita la quota del Mezzogiorno sul totale delle esportazioni nazionali.

Se prendiamo in considerazione le imprese con più di 5 milioni di fatturato e le rapportiamo al numero degli abitanti (tab. 3), possiamo notare che nel Nord-Est abbiamo mediamente 13 imprese ogni 10.000 abitanti, nel Centro- Nord-Ovest 8 imprese ogni 10.000 ab., mentre nel Mezzogiorno abbiamo solo 3 imprese ogni 10.000 ab. Ancora una volta la Calabria, risulta la regione all’ultimo posto con il minor numero di imprese sopra i 5 milioni di fatturato.

Tab. 3 – Imprese con più di 5 ml. € di fatturato/1000 ab.
NORD EST
Lombardia 1,5
Veneto 1,3
Friuli V. G. 0,9
Trentino A. A. 1,2
Emilia Romagna 1,3
NORD OVEST
Piemonte 0,9
Liguria 0,6
Toscana 0,9
C E N T R O

————————————-

Umbria

0,8
Marche 0,9
Lazio 0,8
Abruzzo 0,6
SUD E ISOLE
Campania 0,5
Molise 0,3
Puglia 0,4
Basilicata 0,4
Calabria 0,2
Sicilia 0,3
Sardegna 0,3
Fonte: ns. elaborazione su dati Cerved Group

 

Se poi selezioniamo solo quelle imprese con più di 5 milioni di fatturato che hanno ottenuto il “Rating Investment Grade” il distacco diviene ancora più marcato tra il Nord-ovest ed il Mezzogiorno (tab. 4).

Tab. 4 – Imprese con più di 5 ml. di fatturato/1000 ab. con Rating Investment Grade
NORD EST
Lombardia 1,1
Veneto 0,9
Friuli V. G. 0,7
Trentino A. A. 1
Emilia Romagna 0,9
NORD OVEST
Piemonte 0,6
Liguria 0,4
Toscana 0,6
C E N T R O

Umbria

0,5
Marche 0,6
Lazio 0,4
Abruzzo 0,3
SUD E ISOLE
Campania 0,2
Molise 0,1
Puglia 0,2
Basilicata 0,2
Calabria 0,1
Sicilia 0,1
Sardegna 0,2
Fonte: ns. elaborazione su dati Cerved Group

 

In sintesi, sul piano produttivo, il dualismo territoriale è diventato un vero e proprio abisso pari a quello che c’è tra la struttura produttiva della Grecia e un paese come l’Olanda o la Danimarca.

Nella nuova Divisione Internazionale del Lavoro, che si è determinata nell’ultimo decennio e che la crisi ha ulteriormente accentuato, il ruolo dell’Italia risulta decisamente ridimensionato. Molti settori tradizionali dell’industria leggera (tessile- abbigliamento, calzature, legno e mobilio, ecc.) hanno subito un ulteriore inevitabile ridimensionamento, ma anche dell’industria di base (a partire dalla siderurgia, in cui la crisi dell’Ilva ha avuto un peso determinante) è entrata in una crisi profonda di cui è difficile prevedere il finale. Insomma, l’Italia ha subito un processo di deindustrializzazione di cui forse non si vuole prendere atto fino in fondo. Infatti, tutta l’enfasi posta sulla ripresa della “crescita” non fa i conti con un piano selettivo di reindustrializzazione del nostro paese. Non c’è un accenno, uno studio serio, una volontà politica di uscire dall’impostazione neoliberista che lascia l’ipotesi della ripresa economica tutta in mano alle forze del mercato “autoregolato”.

In generale, si può dire che tutta l’industria italiana ha subito un colpo pesante ed ha perso circa un quarto del suo fatturato (e quindi degli addetti ) e dentro ogni settore sono sopravvissute soprattutto quelle imprese che hanno tenuto o accresciuto la propria capacità di esportazione. In breve: l’Italia è ritornata agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, a quel modello di sviluppo “export oriented” che è stato in passato ben analizzato dal compianto Augusto Graziani[10]. Solo che allora i salari italiani erano relativamente più bassi rispetto alle altre nazioni industrializzate, mentre oggi, soprattutto a causa dell’incidenza fiscale e contributiva, i salari lordi sono sopra la media dei paesi di vecchia industrializzazione e ovviamente molto più bassi di quelli delle nuove potenze industriali.

Certo, non tutto ha il segno meno in questa Lunga Recessione che abbiamo attraversato per ben sette anni. Esistono anche settori nuovi che stanno emergendo e creando nuovi posti di lavoro. Tra i nuovi settori trainanti ci potrebbe stare l’industria culturale e creativa. Non a caso abbiamo usato il condizionale perché i dati che arrivano da questo settore sono contraddittori. Malgrado nell’immaginario collettivo l’Italia sia il paese della cultura e della creatività, l’industria culturale e creativa (Icc) assorbe solo il 2,2% degli occupati di contro al 3,2% della Francia, al 2,9% della Germania, al 3,2% del Regno Unito ed al 3,0% della Spagna. Anche rispetto al peso in percentuale che le imprese Icc hanno sull’intero sistema economico, si passa dal 5,7% della Francia, al 5,4% della Spagna, con l’Italia buon ultima tra le grandi nazioni europee(4,4%). All’interno dell’area dell’Icc abbiamo assistito ad una riduzione di addetti e fatturato nel settore dell’editoria, cinema e Telecomunicazioni, nonché nelle “arti visive”, mentre son cresciuti i settori dei “beni culturali” e del “design, web, pubblicità e pubbliche relazioni”. Ma, non in maniera omogenea sul territorio nazionale. Basti solo pensare che, nel 2010, la sola provincia di Milano faceva registrare 62,505 addetti, quella di Roma 61.616, mentre tutto il Mezzogiorno comprese le isole arrivavano solo a 75,800 addetti, pur rappresentando il 35% della popolazione italiana. Se confrontiamo il numero di imprese registrate come “imprese culturali e creative” con gli abitanti per regione, scopriamo che in tutte le regioni meridionali c’è uno scarto di 2-3 punti percentuali a favore del peso della popolazione rispetto a quello delle Icc, mentre in diverse regioni del Centro-Nord il rapporto si inverte, in particolare in Lombardia, Veneto, Toscana e Lazio.

Anche a livello delle “start-up innovative”, di cui tanto si parla, nel 2013 su 1227 censite, solo il 14% ha sede nel nostro Sud. Non solo sono relativamente poche, ma hanno anche una minore aspettativa di vita in quanto inserite in contesti ambientali che, quando non sono ostili, non facilitano l’emergere di queste capacità innovative. Ed è questo il nodo centrale irrisolto dello sviluppo del Mezzogiorno: l’incapacità di fare rete, di creare sistemi integrati, configurano un quadro in cui emergono imprese di eccellenza o grandi talenti individuali (imprenditori, artisti, ricercatori e perfino politici) in un deserto socio-culturale ed istituzionale. La conseguenza più grave, sul piano sociale, è la crescita dei famosi Neet (che sono arrivati a quasi due milioni nel Mezzogiorno!) che sono in grandissima parte i figli dei ceti popolari che non trovano lavoro nel Mezzogiorno, ma non riescono neanche ad emigrare, o se lo fanno spesso falliscono e tornano indietro. [11] Di contro i figli del ceto medio sono emigrati in massa come mai era avvenuto prima.

Quest’ultimo è un fenomeno di una gravità sociale che non ha precedenti nella storia del Mezzogiorno. Tre giovani su quattro, figli della midle class , hanno lasciato il Mezzogiorno negli ultimi dieci anni. I dati della Svimez e dell’Istat non registrano gran parte di questa emigrazione perché essa avviene mantenendo la residenza nel Mezzogiorno. Inoltre, a differenza degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, i figli della classe operaia, artigiani tradizionali, ceto impiegatizio di basso livello, rimangono nel Mezzogiorno in condizioni di precarietà o tentando senza successo la via dell’emigrazione. Questo è il grande fallimento di questo modello economico e sociale, il cui peso non può ricadere sulle spalle di un debolissimo sistema manifatturiero o trovare risposte solo nel turismo o nel ritorno all’agricoltura.

 

1.4 Deboli segnali di inversione di tendenza

Negli ultimi due anni (2014-2015) si registrano pochi e deboli segnali di inversione di tendenza. Ce ne sono per quanto riguarda l’occupazione in agricoltura che cresce in alcune regioni del Mezzogiorno. Il “ritorno alla terra” ha due chiavi di lettura: il ritorno “consapevole” ed il ritorno di necessità. Il primo riguarda soprattutto il Centro-Nord, ma è presente anche al sud.[12] Mentre il secondo concerne soprattutto il Mezzogiorno dove una parte significativa di famiglie senza lavoro, a partire dai genitori, sono stati costretti a ritornare nel paesino natio dove hanno la disponibilità della casa paterna ed un po’ di terra. Spesso si tratta di trasferimenti all’interno di una stessa provincia ed in generale dalla città capoluogo ai paesi dell’entroterra. Il fenomeno è particolarmente rilevante in Calabria, dove nel triennio 2008/2011 si è registrato un incremento occupazionale in agricoltura del 17.4%. Per la prima volta, dopo diversi decenni, sono tornati a lavorare come braccianti dei calabresi, in un settore dove fino a pochi anni fa il bracciantato agricolo era svolto solo dai migranti nord-africani (soprattutto nigeriani), rumeni e bulgari.

Un primo segnale di inversione di tendenza, nell’ambito del mercato del lavoro, si è registrato nei primi sei mesi del 2013, e riguarda la ripresa delle assunzioni negli studi professionali. Si tratta di un incremento, al netto dei rapporti cessati, di 6.000 unità circa per gli impiegati e di oltre 2.000 per gli apprendisti. Piccoli numeri che però inviano un segnale interessante. Innanzitutto, l’aumento percentuale è rilevante solo per gli “apprendisti”. Fatto questo che si spiega con le nuove leggi che incentivano questo tipo di contratto, ma che confermano la tendenza alla precarietà nel mercato del lavoro giovanile. C’è poi uno scarto rilevante tra il Nord, dove l’incremento complessivo è di 3.400 impiegati e di quasi 1.500 apprendisti, mentre nel Centro abbiamo un incremento di 1.150 impiegati e 450 apprendisti, nel Mezzogiorno gli incrementi sono di circa 1.300 impiegati e 250 apprendisti .

Esistono poi alcune isole felici che si vanno consolidando. Ad esempio, quella della meccatronica nel barese, l’emergere di nuove filiere produttive, a più alto valore aggiunto, nell’agroalimentare, ed esempi puntiformi di imprese innovative, soprattutto in Puglia e Sardegna. Ma è dal 2015 che possiamo cogliere nettamente i segnali di una ripresa in alcuni distretti industriali del Mezzogiorno.

I distretti industriali del Sud, sopravvissuti alla crisi, hanno dimostrato di possedere una grande vitalità legata alla propensione all’export. Nel secondo trimestre 2015 i distretti industriali del Mezzogiorno hanno accresciuto il loro fatturato del 14% contro una media nazionale del 7%. Questo balzo in avanti è fortemente correlato con l’andamento dell’export, vale a dire che solo le imprese che accrescono la loro quota di export riescono a crescere. Particolarmente virtuosi appaiono i distretti industriali della Regione Puglia, con aumento dell’export del 16% rispetto all’anno precedente (aerospazio, tessile e moda), seguita dalla Campania (distretti agroalimentari), e in tono minore dalla Sicilia e Abbruzzo. Va in ogni caso detto che un modello di sviluppo che si basi solo sulla capacità di esportare delle imprese meridionali è fallimentare, in quanto l’alto tasso di disoccupazione che si registra nel Mezzogiorno, l’altissima percentuale di giovani inattivi – i famosi Neet, che in alcune regioni come la Calabria e la Sicilia superano il 40%!! – non possono essere assorbiti dallo sforzo di poche imprese per quanto virtuose. Bisogna rilanciare il mercato interno ed altre forme di economia (come la sharing economy, l’economia solidale, ecc.) che consentano di vivere dignitosamente. Ma, perché questo accada bisogna che ci sia una trasformazione dei rapporti sociali ed istituzionali. Per questo pensiamo che bisogna guardare agli effetti della crisi non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello sociale e politico.

 

1.5 Il Sud che cambia: Innovazioni sociali e movimenti politici

Normalmente le innovazioni sociali, le nuove tendenze culturali si registrano prima nel Nord Italia e poi “scendono “ al Sud. È così per le mode culturali come per i nuovi prodotti della società dei consumi. Ma, esistono delle eccezioni che val la pena approfondire. Una di queste è rappresentata dalla forte tendenza, che si è registrata in quest’ultimo decennio nel Mezzogiorno nella sperimentazione di forme alternative di uso del denaro. Un fenomeno che accomuna il nostro sud ad altre aree del nord Europa e dell’America Latina [13], in particolare nelle isole, dove si registra alcune significative innovazioni sociali nell’uso del denaro. Non solo crescono le organizzazioni di microcredito senza scopo di lucro, ma abbiamo due fenomeni inediti: Il Sardex in Sardegna ed “il grano” in Sicilia. Il primo, è una moneta virtuale utilizzata da oltre mille imprese sarde come moneta di conto che consente alle imprese che partecipano a questa filiera di abbattere i costi della intermediazione bancaria e di accedere parzialmente al credito.[14] Diverso è il discorso del “grano”, moneta complementare regionale[15], che è attualmente all’esame della V Commissione della Regione Sicilia dopo aver raccolto diecimila firme tra la popolazione siciliana. Si tratta per adesso di un progetto di legge, ma al di là di come andrà a finire, questa proposta testimonia, a nostro avviso, la volontà delle comunità locali di riprendersi una parte della sovranità monetaria perduta.

Ma, dove si registrano segnali inequivocabili di inversione di tendenza è sul piano politico-istituzionale. Il taglio della spesa pubblica, la situazione di pre-dissesto di molti enti locali, hanno tolto alla classe politica italiana, ed a quella meridionale in modo particolare, quelle risorse che permettevano di alimentare il consenso. Nelle elezioni politiche ed amministrative dell’anno 2013 abbiamo assistito a terremoti elettorali, a repentini cambiamenti dello scenario ed anche all’ascesa al governo di città, grandi e piccole, di una nuova classe politica che è emersa da liste civiche e dal movimento 5 stelle. [16]Non è un caso che proprio in Sicilia si siano registrati questi ribaltamenti elettorali che hanno premiato liste civiche in diversa città, grandi e piccole, e che si sono ripetuti nelle ultime amministrative del giugno 2015[17]. Infatti, è nella regione siciliana che per decenni la mano pubblica ha avuto a disposizione risorse ingenti che ha gestito, in modo spesso illegale, per crearsi una straordinaria catena clientelare. Basti solo pensare ai 15.000 dipendenti della Regione Sicilia contro i 5.000 della regione Lombardia che ha il doppio di abitanti! Basti solo ricordare i 7.000 addetti alla formazione professionale, il settore dove si sono registrati-insieme alla sanità- le più gravi malversazioni, sprechi e furti, di denaro pubblico. La Regione siciliana è stata il modello più puro di questo sistema fondato sulla spesa pubblica senza freni e senza controlli. Non a caso anche la regione scelta da Grillo per il suo exploit elettorale nell’ottobre del 2013.

Ma, anche dove non si sono registrati eventi politici sorprendenti, assistiamo alla rivolta popolare contro il malcostume, che funziona da deterrente per la classe politica ed impone un cambio di rotta nella gestione della pubblica amministrazione. Questa è la grande opportunità di questa crisi: che si cambi non solo la classe politica, ma anche quella amministrativa (burocrazia statale), ed imprenditoriale. Naturalmente, potrebbe tutto rilevarsi un fuoco di paglia o finire nelle mani di un nuovo imbonitore a cui ancora una volta il popolo italiano conferirà il ruolo di salvatore della patria. Ma, c’è un altro fenomeno, già presente prima della lunga recessione, ma che si è rafforzato in questi anni: è la risposta sociale e politica all’economia criminale che si è impadronita di una parte importante dell’economia meridionale. È questa una parte della storia recente del Mezzogiorno poco conosciuta, che non possiamo in questa sede approfondire, ma su cui intendiamo spendere alcune brevi riflessioni finali.

La prima riguarda il dato di fatto che una parte della società meridionale, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992, ha preso coscienza della necessità di un impegno reale contro le mafie e l’economia criminale che ha divorato una parte rilevante dell’economia meridionale, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso.[18] La seconda riflessione riguarda gli effetti di una legge, la Rognoni –La Torre, che permette allo Stato di confiscare i beni ai mafiosi e restituirli alla società. È una legge di grande valore, che introduce un principio di redistribuzione delle ricchezze, e punta ad allentare la morsa sulla parte sana dell’economia. È vero che è una legge applicata spesso male – per via dell’inerzia della burocrazia – ma è pur vero che là dove ha funzionato ha dato una grande mano alla nascita di cooperative di giovani fortemente motivati che hanno resistito ad intimidazioni e violenze. Perché di questo si tratta: di una vera e propria guerra di classe tra la borghesia mafiosa e le forme organizzate dell’economia sociale e solidale[19] .

La crescita dell’economia criminale, in termini di fatturato e forze sociali coinvolte, in tutto il mondo ci dice che questa battaglia non è una lotta di retroguardia, non appartiene all’amaro destino di un’area sottosviluppata, ma è una lotta che si va estendendo alle aree più sviluppate e ricche del pianeta. In altri termini, la via criminale al capitalismo che ha avuto un grande successo nel territorio meridionale ha fatto sì che in quest’area si sviluppassero e sperimentassero le prime risposte sociali, le prime forme di difesa della società dall’autodistruzione, nell’accezione polanyana.

È apparso subito evidente, dalle prime esperienze sul campo, che l’alternativa all’economia criminale non poteva consistere nel semplice rientro all’interno delle regole del mercato capitalistico. Molte imprese confiscate alle mafie sono state rimesse in attività e sostenute da una rete di economia solidale, senza la quale difficilmente sarebbero sopravvissute, almeno nei primi anni di vita. In altri termini, la presenza soffocante dell’economia criminale, da una parte, ed un mercato capitalistico dove prevalgono sempre più monopoli ed oligopoli, dove a chi produce- in particolare nella filiera agroalimentare- rimane ben poco del valore finale del prodotto, in cui il lavoro nero è la regola in diversi settori (a cominciare dal commercio , studi professionali, edilizia, ecc.), spinge diversi soggetti sociali alla ricerca di una alternativa credibile e praticabile.   Non sappiamo come finirà questa lotta, ma sappiamo che da qui dipende il futuro non solo del Mezzogiorno, ma del nostro paese del suo complesso, come dimostrano i fatti recenti che hanno messo in luce la grande penetrazione dell’economia criminale nelle aree più ricche del Nord Italia.

 

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Ziniti A., La lobby delle aste giudiziarie che lucra sulla crisi. A Ragusa boom di esecuzioni, in “La Repubblica”, 5 dicembre 2013.

 

Note al testo

[1] Il capitolo è frutto di una riflessione condivisa tra gli autori, ma le attribuzioni dei singoli paragrafi possono essere così intese: Tonino Perna par. 1.1, 1.2; Fabio Mostaccio par. 1.3, 1.4, la premessa e il par. 1.5 sono di entrambi.

[2] Un indicatore significativo di questo modo di vedere il Sud è dato dall’enorme successo riscosso da Pino Aprile con il suo pamphlet “Terroni” (oltre mezzo milione di copie vendute) e il proliferare di gruppi “neoborbonici” in tutto il Mezzogiorno.   Un libro scientificamente ben più solido come quello di Nicola Zitara “Unità d’Italia: nascita di una colonia “ del 1972 ebbe una diffusione ed apprezzamenti solo in una ristretta cerchia di intellettuali. I tempi non erano maturi.

[3] Cfr. A. Q. Curzio, I tre motori per rilanciare lo sviluppo del Sud, editoriale sul “Il Sole 24ORE”, 30 settembre 2015.

[4] Si tratta, nell’ordine del miglioramento nella classifica, delle province di Enna, Benevento e Potenza, con la sola eccezione di Caltanissetta.

[5] Si veda, in proposito, il reportage di Ziniti, dove emerge che il 18% degli immobili ed il 23% dei terreni messi all’asta sono quelli della provincia di Ragusa che conta il 9 per cento degli abitanti della Sicilia, cfr. A. Ziniti, La lobby delle aste giudiziarie che lucra sulla crisi. A Ragusa boom di esecuzioni, in “La Repubblica” del 5 dicembre 2013, cronaca di Palermo, p. IV.

[6] Cfr. T. Perna, Lo sviluppo insostenibile, Liguori, Napoli, 1994, pag. 70.

[7] I dati sono tratti da una elaborazione del Sole 24 ore su dati SpiCgil, cfr. F. Montemurro, Sulla spesa sociale un Italia a due velocità: cresce il divario Nord-Sud sulle risorse in bilancio, “Il sole 24ORE”, 10 marzo 2008, p. 4.

[8] Cfr. M. M. Gianino, M. Tanzariello, Assetto economico-finanziario, in Rapporto Osservasalute 2014.

[9] La soglia di “povertà relativa” viene definita per una famiglia di due componenti se la spesa è pari o inferiore alla spesa media pro-capite del Paese. Nel 2012 questa spesa era pari a 990,88 euro mensili.

[10] Cfr. A. Graziani (a cura di), L’economia italiana: 1945-1970, il Mulino, Bologna, 1972.

[11] Queste considerazioni sono il frutto di dati ed interviste raccolte in diverse tesi di laurea sulle condizioni di vita dei giovani in diversi Comuni della Calabria e della Sicilia, e curati da chi scrive.

[12] Sul fenomeno del “ritorno alla terra” dal punto di vista del mutamento culturale registratosi nel nostro paese, cfr. G. Boatti, Per una terra ben coltivata, Laterza, Roma-Bari, 2014.

[13] Esistono in tutto il mondo una grande varietà di esperienze che hanno a che fare con le monete locali complementari, cfr. T. Perna, Monete locali e moneta globale, Altreconomia, Milano, 2014, in part. il cap. V°

[14] Si stima che le 1.200 imprese sarde che fanno parte del circuito del “Sardex” usano questa moneta virtuale per circa il 20% del loro fatturato. Vedi T. Perna, Monete locali e moneta globale, op. cit.

[15] L’ideatore di questa moneta regionale è Giuseppe Pizzino, già imprenditore della ditta di abbigliamento “Castello”, ha fatto questa proposta che è stata raccolta da alcune consiglieri regionali, per un approfondimento cfr. G. Pizzino, Progetto Sicilia. Sistema Monetario Complementare della Regione Siciliana, detto Grano, Armenio ed. Brolo (Me) 2012.

[16] Il caso di Messina è emblematico. L’incredibile vittoria di Renato Accorinti nel 2013,pacifista e icona del movimento No Ponte, con quello che ha rappresentato sul piano simbolico e sostanziale, non solo non era pensabile, ma sarebbe stata impossibile solo qualche anno fa. La stessa osservazione va fatta per il nuovo sindaco di Ragusa del M5S, che ha vinto contro macchine politiche solide e ben oleate, o nelle ultime elezioni amministrative a Bagheria.

[17] Emblematico è il caso della città di Gela dove il governatore Crocetta, già sindaco di questa città ed ora presidente della Regione Sicilia, ha visto battuto il suo candidato da uno sconosciuto rappresentante del M5S.

[18] Una comparazione statistica tra le regioni meridionali a più alto tasso di criminalità organizzata (Sicilia, Calabria e Campania) e il resto del Mezzogiorno, mostra chiaramente come l’economia criminale abbia bloccato lo sviluppo economico e civile ; vedi T. Perna, Lo sviluppo insostenibile, op. cit. Cap. III.

[19] Gli attacchi alle Coop che gestiscono terreni confiscati alla Camorra sono continui. A Teano 10 ettari di pescheto su 25 dati alle fiamme. La NCO (Nuova Cooperazione Organizzata) riunisce 5 coop e circa 150 addetti, ma il movimento è più vasto ed in Campania coinvolge circa mille addetti coinvolti in diversi progetti, soprattutto in campo agricolo e su terreni confiscati alla Camorra. Stesse storie in Calabria e Sicilia. Sulla categoria di “borghesia mafiosa” vedi M. Casaburi, Borghesia mafiosa. La ‘ndrangheta dalle origini ai nostri giorni, Dedalo, Bari, 2010