Officina dei saperi | La priorità è la crescita
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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La priorità è la crescita

di Piero BEVILACQUA –

Se gli abitanti di un lontano pianeta potessero ascoltare le voci che giungono dalla Terra, di certo la parola che più spesso risuonerebbe alle loro orecchie è “crescita”. E tutte le correlate invocazioni “occorre riprendere la crescita”, “la crescita riparte”, “la giusta strada per la crescita”, ecc., che invaderebbero il loro spazio quotidiano, apparirebbero come le preghiere misteriose di un popolo ostinatamente devoto.

La devozione religiosa nei confronti della crescita è tuttavia un mistero anche per tanti abitanti del nostro pianeta che non hanno ancora smesso di pensare. Perché essa, salvo alcuni anni di rallentamento e di regresso a causa della crisi esplosa nel 2008, non ha mai cessato di proseguire il suo corso. Ma senza che il suo rutilante progredire modificasse gran che gli squilibri strutturali del capitalismo attuale, accrescendo anzi le disuguaglianze di classe, rendendo sempre più precario e mercificato il lavoro, riducendo la protezione del welfare, sbriciolando il tessuto del vivere sociale con l’esaltazione dell’individualismo competitivo, rendendo drammatici e forse irreversibili i danni ambientali della Terra.

Forse che oggi gli USA, la più prospera economia del mondo, non stanno “crescendo”? Eppure nessuno dei gravi problemi sociali che affliggono quel paese, alla base della crisi ancora in atto, è stato davvero risolto. Non certo la disoccupazione, ridotta e tamponata con il lavoro precario e i trucchi della statistica, né di sicuro il fenomeno dei lavoratori poveri, l’indebitamento delle famiglie, la concentrazione delle ricchezza in poche mani, la povertà infantile, l’allungamento del tempo di lavoro al punto da diventare una tossicodipendenza (workaholic), l’impoverimento della middle class.

Per penetrare nel mistero glorioso di tanta devozione verso una fede così scopertamente ingannevole e fallimentare occorre dividere in due il sacro oggetto. Da una parte stanno i dogmi e le prescrizioni dei sacerdoti, dall’altra gli interessi e la “roba” di chi dalla crescita riceve ricchezza e potere crescente. Le due funzioni sono spesso indistinguibili ma occorre fare lo sforzo di tenerli separati.

Così si comprende come il segreto del successo devozionale è legato alla forza inerziale della macchina economico-sociale, che continua il suo corso e premia le posizioni di comando e di privilegio. Oltre, che, naturalmente, all’assenza di un antagonista politico a scala globale. La teoria economica dominante, che rappresenta e propaganda gli interessi della classe dominante, appare invece come il lascito degradato di quella che è stata una delle più importanti scienze sociali della modernità.

L’aver sottratto la teoria economia alle infinite variabili della complessità sociale, all’incalcolabilità della natura e degli ecosistemi, è sembrato agli economisti mainstream di aver fondato una scienza esatta, una nuova fisica della ricchezza. In realtà hanno edificato una ideologia, fondata su assiomi, cioè su verità autoevidenti e non “falsificabili”, che non si cura – come scrive Mauro Gallego – «della corrispondenza empirica tra assiomi e realtà, elevando la matematica al ruolo di giudice della bontà della teoria».

In realtà, quella che era una scienza sociale è degradata in tecnica e la tecnica – non la scienza, come voleva Heidegger – la tecnica non pensa. L’economia ridotta a tecnologia della crescita è un dispositivo neutro di calcolo e di intervento empirico che tende a replicare i suoi principi e i suoi automatismi all’infinito.

Anche se tra i suoi principi assiomatici si annoverano – come abbiamo scoperto dalle cronache – decisioni goffamente arbitrarie come la fissazione ottimale del deficit statale al 3% . Mentre la sua solenne veridicità è consacrata dall’incremento annuo del PIL, un misuratore, come ricordava Robert Kennedy, che «comprende la distruzione delle nostre foreste e la distruzione della natura. Comprende il napalm e il costo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi».

Forse mai una pretesa scienza, cosi totalitariamente dominante, aveva ricevuto tante scientifiche smentite dalla realtà. La sua logica accumulativa tende ad assoggettare alle necessità del profitto ogni frammento del mondo vivente, mercifica ogni umana relazione, prosciuga ogni superstite significato del vivere. Il distillato esistenziale del suo progredire è una umanità affannata, nevrotica e infelice. Con la sua pretesa infinità essa è non solo platealmente in urto con la finitezza delle risorse naturali e gli equilibri in cui queste operano. Ma ignora una realtà antica quanto il mondo: tanto in natura che nell’ambito della vita sociale, tutto ciò che cresce, una volta raggiunto il culmine della sua maturità, declina e muore o degrada nel suo contrario. Gli organismi divenuti adulti invecchiano e poi si disfano.

Analoga sorte subiscono i beni e le costruzioni sociali. La crescita della popolazione è stata una leva dello sviluppo moderno, oggi è una minaccia. L’automobile ha rappresentato una forma incomparabile di mobilità sul territorio, oggi è un problema ambientale e di mobilità. L’accesso ai consumi ha liberato una parte dell’umanità dalla penuria, oggi il consumismo è una patologia sociale. Per effetto della crescita l’utilità si rovescia in disutilità. La sua invocazione non prospetta, in realtà, alcun miglioramento delle condizioni generali.

Alla lunga, anzi, minaccia l’estinzione della specie. E quando le parole non corrispondono alla stoffa effettiva del reale, vuol dire che la cultura che le esprime è morta.

Per questo, e per tanti altri motivi, la nostra – epoca di menzogne quanto altre mai – è l’età dei paradossi. Una società dominata dal sapere scientifico, in grado di spedire navicelle spaziali su remotissimi pianeti, che va esplorando gli spazi incommensurabili delle stelle, è ancora governata da una superstizione di massa alimentata da una casta di sacerdoti a cui nessuno chiede il conto dei suoi errori, delle sofferenze inflitte alle popolazioni per conto del potere economico e finanziario.

[da: Il  pregiudizio universale. Un catalogo d’autore di pregiudizi e luoghi comuni, Laterza, Roma-Bari, 2016]