La natura violata disvela beni comuni. Commento di Aqueci
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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La natura violata disvela beni comuni. Commento di Aqueci

Caro Piero,

leggendo, nel tuo bel saggio, gli efficaci cenni che dedichi al vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine nell’Inghilterra del XVI secolo, colpisce il fatto che non ci fosse nessuno a fianco di quelle carovane di famiglie espropriate, costrette ad abbandonare i loro villaggi, di cui testimonia Tommaso Moro, che le difendesse e ne organizzasse una qualche forma di lotta.

Lo so, è un pensiero astratto, come si può pensare ad una cosa simile, in un mondo dove i confini della politica coincidevano con quelli della corte del re? Ma ho fatto lo stesso la riflessione, e mi sono chiesto dov’erano i cristiani, cui pure il Vangelo assegnava il dovere di stare vicino ai poveri? Lo so, erano ben rintanati nelle loro chiese e conventi, per altro anch’essi sotto attacco, a vendere indulgenze, e quando Müntzer accenna ad una precorritrice “teologia della liberazione”, Lutero prontamente si dissocia.

Allora mi domando se il capitalismo non ha vinto anche perché il cristianesimo ha fallito. Ma non è solo un discorso storico, le cui vertiginose carambole dialettiche sono state descritte da Marx nella Questione ebraica. Anche oggi, con il capitale che procede a nuovi saccheggi e recinzioni, dalla distruzione del Welfare alla privatizzazione delle sementi, a fianco degli espropriati, siano essi disoccupati, precari o migranti, non c’è nessuno che ne organizzi efficacemente la lotta, e tutto quello che si riesce ad articolare sono flebili teorie secondo le quali le trasformazioni, come vengono pudicamente chiamate, dovrebbero stillare come latte e miele dallo stesso organismo capitalistico, in virtù di una “rivoluzione sociale” dal cui orizzonte scompare completamente la dimensione dell’organizzazione e del potere politico.

E allora mi chiedo se non stiamo vivendo il tempo di un nuovo fallimento, e questa volta tanto più grave, perché proprio la storia ci ha mostrato che, se l’organizzazione e il potere politico possono degenerare, senza l’organizzazione e il potere politico il capitale dilaga, risparmiando solo chi si dedica a vendere moderne indulgenze, e lasciando che cresca un nuovo protestantesimo dei bilanci in pareggio, delle mani pulite, e dell’onestà invocata nelle piazze.

Cari saluti,

Franco Aqueci.