Officina dei saperi | Chi ha cambiato il mondo? La ristrutturazione tardocapitalista, 1970-2012
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Chi ha cambiato il mondo? La ristrutturazione tardocapitalista, 1970-2012

Breve sintesi del libro: Ignazio MASULLI, Chi ha cambiato il mondo? La ristrutturazione tardocapitalista, 1970-2012, Laterza, Roma-Bari, 2014.

Il libro analizza il processo di ristrutturazione capitalista svoltosi negli ultimi trent’anni e i profondi mutamenti verificatisi nella geoeconomia e geopolitica del mondo contemporaneo.

Troppo spesso tali cambiamenti vengono presentati come se fossero frutto di dinamiche oggettive, quasi naturali e tali da non ammettere varianti. Di contro, l’autore sottolinea come la crisi economica, sociale e politica che stiamo attraversando su scala mondiale richiede un’analisi storica capace di individuare gli attori, le strategie e le scelte che hanno condotto a questi cambiamenti e i modi in cui essi si sono affermati rispetto ad altri possibili. Il che è necessario se si vogliono individuare vie d’uscita percorribili.

A tale scopo, egli esamina il processo di ristrutturazione che si è verificato a partire dalla crisi degli anni ’70. Processo che ha riguardato in particolar modo Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, cioè i paesi centrali del capitalismo storico, ma che ha avuto effetti diretti e indiretti, sempre più stringenti, sui paesi emergenti e in via di sviluppo, nonché su quelli ex socialisti. Se, oggi, lo sviluppo economico di paesi come Cina, India, Federazione Russa, Brasile, Messico, il cui PIL, a parità di potere d’acquisto, si è inserito ai primi posti della graduatoria internazionale, scavalcando in alcuni casi le posizioni di paesi di più antico sviluppo, mentre altri, come Corea del Sud, Turchia, Indonesia, Polonia e altri ancora, incalzano da presso, ciò è dovuto proprio ai rapporti stabiliti con questi paesi da quelli centrali nei termini che sono attentamente ricostruiti nel libro.

Ovviamente, tali cambiamenti non hanno riguardato solo l’economia, ma hanno avuto importanti conseguenze sociali sia nei paesi di più antico che di nuovo sviluppo. Così come sono stati importanti le politiche perseguite, nello stesso periodo, dai governi nazionali e dalle istituzioni internazionali nel concorrere a ridisegnare la mappa del mondo contemporaneo.

L’ipotesi interpretativa di fondo avanzata da Ignazio Masulli è che la crisi di sistema cui siamo giunti è dovuta principalmente all’esaurimento del capitalismo dei consumi. I limiti (ecologici, economici, sociali e di razionalità politica) e l’insostenibilità di questo modello di sviluppo sono oggetto di analisi critica da decenni. Ma, secondo l’autore, proprio il processo di ristrutturazione esaminato nel libro ha permesso il protrarsi di questo tipo di sviluppo ed anzi ne ha promosso la propagazione ad altri paesi storicamente caratterizzati da modelli sociali molto diversi. Sicché questi, conformandosi più o meno forzosamente al processo modernizzazione dominante, ne hanno seguito le linee principali, pur nelle differenze peculiari dei vari contesti.

Nei primi tre capitoli viene condotta un’analisi sistematica delle strategie economiche che, nella ricostruzione fatta da Masulli, hanno costituito i perni su cui si è basata la ristrutturazione e che sono state adottate dai più importanti gruppi imprenditoriali, supportati generalmente dai governi.

  1. La prima di tali strategie è consistita nel fatto che, dagli inizi degli anni ’80, imprenditori grandi e medi hanno aperto un secondo e sempre più ampio fronte della delocalizzazioni di parte delle loro produzioni e degli investimenti all’estero. Se nei decenni precedenti tali investimenti riguardavano principalmente la cerchia dei loro partner abituali, ovvero gli altri paesi maggiormente sviluppati. Proprio perché anche questi attraversavano analoghe difficoltà, la nuova ondata di delocalizzazioni ed investimenti all’estero ha riguardato un arco ben più ampio di paesi, privilegiando quelli che offrivano grandi riserve di forza lavoro a basso costo e dove essa poteva essere sfruttata senza particolari vincoli legislativi o sindacali. Assenza di vincoli che riguardava anche altri aspetti, quali la difesa dell’ambiente, obblighi fiscali e simili.
  2. In secondo luogo, grazie ad alcune applicazioni della microelettronica, è stato possibile assicurarsi un elevatissimo grado di automazione nella produzione industriale e nella informatizzazione dei servizi. Una forte automazione non era certo un obiettivo nuovo nella storia del capitalismo industriale, che è cominciata proprio con l’introduzione del telaio meccanico ed è proseguita con la catena di montaggio, ecc. Ma nuovi e prima impensabili sono stati i livelli dell’automazione resi possibili dalla rivoluzione microelettronica. Anche questa risposta ha consentito grandi risparmi di manodopera per produrre una stessa quantità di beni e servizi. Inoltre, essa ha favorito la delocalizzazione in paesi con forza lavoro poco o punto qualificata.
  3. Sempre per rispondere nel modo più rapido e facile all’abbassamento dei tassi di profitto dei primi anni ‘70, quote crescenti di capitali hanno preso la strada degli investimenti finanziari. Anche in questo caso, i dati dimostrano le inusitate proporzioni del fenomeno. Da esse ha preso l’avvio una rapida crescita di potere ed autonomia del capitale finanziario, che presto ha assunto una posizione dominante nell’intero sistema economico.

Il libro spiega con chiarezza ed in modo convincente le ragioni per cui sono state queste le vie prescelte nella ristrutturazione di cui si tratta e mette in evidenza i solidi intrecci che si sono stabiliti tra i tre fenomeni.

Il filo conduttore di tale ricostruzione è che, proprio perché queste strategie hanno consentito di riguadagnare i livelli di profitto precedenti la crisi degli anni ’70 attraverso le vie brevi e più facili, evitando d’impegnarsi nell’innovazione della produzione, della tipologia dei prodotti e dell’organizzazione del lavoro, esse hanno consentito il perpetuarsi di un modello di sviluppo giunto a scadenza e con la cui obsolescenza occorre, oggi, fare i conti.

Nei capitoli successivi viene approfondita l’analisi delle trasformazioni sociali e delle scelte politiche che si sono verificate parallelamente al processo economico e che hanno interagito con esso.

L’attenzione principale è dedicata ai profondi mutamenti che sono intervenuti nel mercato internazionale del lavoro. Certamente, l’autore ha ragione nel sottolineare un fenomeno affatto nuovo nella storia, vale a dire l’incrocio di due grandi migrazioni: quella degli emigranti dai paesi più poveri alla ricerca di lavoro nei paesi centrali e più ricchi e quella, affatto inedita, avvenuta in senso contrario e dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive dai paesi centrali verso quelli periferici. Ed è indubbio che le dimensioni straordinarie di tale duplice migrazione e soprattutto della delocalizzazione produttiva verso i paesi in via di sviluppo hanno creato la più vasta riserva di manodopera mai esistita e neanche immaginata.

L’analisi che segue mostra bene come tale fenomeno e le sue connessioni hanno determinato una forte concorrenza al ribasso delle condizioni di lavoro, della sua retribuzione e regolamentazione. Inoltre, la delocalizzazione, congiunta all’automazione spinta resa possibile da determinate applicazioni della microelettronica, ha consentito un’ulteriore dequalificazione, intercambiabilità e, quindi, precarietà del lavoro. Tale precarietà rappresenta un netto peggioramento dei rapporti di lavoro nei paesi più sviluppati, ma pesa anche come un vincolo quasi obbligato nei paesi oggetto della delocalizzazione, nei quali il supersfruttamento del lavoro costituisce il maggior fattore “attrattivo” della delocalizzazione produttiva e degli investimenti provenienti dall’estero in quei paesi.

In realtà, il fenomeno è ancor più complesso e concerne un processo più generale di mercificazione, che è consustanziale alle nuove forme assunte dal capitalismo dei consumi e che riguarda, oltre al lavoro, la natura.

Nei paesi di più antico sviluppo la crescente mercificazione e marginalizzazione del lavoro ha ridotto drasticamente decenni di conquiste sindacali e politiche che riguardavano non solo le condizioni dei lavoratori, ma la qualità sociale nel suo complesso. Ciò che è venuto meno è la funzione del lavoro nell’organizzazione sociale. La drastica riduzione e tendenziale eliminazione di tale funzione provoca un’instabilità critica del sistema.

L’analisi delle vicende politiche è intrecciata a quella dei mutamenti sociali. La loro ricostruzione parte dalle prime espressioni del neoliberismo in Gran Bretagna e Stati Uniti negli anni ’80 e gran parte dei ‘90. Quindi, si passano in rassegna le influenze che esse hanno esercitato anche in altri contesti, come quelli francese, tedesco e italiano. Sono esaminate anche le ipotesi di “terza via” e del modo in cui esse si sono tradotte in pratica nell’esperienza governativa del New Labour di Tony Blair in Gran Bretagna, della neue Mitte di Gerhard Schröder in Germania, dei governi socialisti francesi, del secondo centro sinistra in Italia, nonché dell’Amministrazione Clinton negli USA.

Questa parte della ricerca si focalizza su tre punti.

  • Con quali finalità e strategie gli attori politici sono stati coprotagonisti dell’intero processo di ristrutturazione.
  • In che modo e con quali risultati sono intervenuti nei mutamenti dei rapporti sociali che si sono verificati nei loro paesi.
  • Come si è caratterizzata la loro azione in tema di diritti del lavoro e stato sociale.

Uno degli interrogativi cui l’autore cerca di rispondere, soprattutto in quest’ultima parte della ricerca, riguarda gli effetti che la deregolamentazione economica e il ridimensionamento del ruolo dello stato e dell’azione politica, che sono prevalsi nel trentennio neoliberista, hanno avuto nell’indebolimento delle basi della democrazia.

Il libro intende avere un impatto utile, non solo per gli altri scienziati sociali, ma si inserisce efficacemente nel dibattito politico sulla crisi di sistema che stiamo attraversando e sulle difficili vie d’uscita.

La conclusione risponde bene a questo scopo. Infatti, Ignazio Masulli indica quelle che, a suo avviso, possono costituire le linee generali di un modello di sviluppo nettamente diverso dalla ristrutturazione tardocapitalista analizzata nel libro e il cui esito è decisamente fallimentare.

Nella conclusione emerge in modo esplicito una convinzione che attraversa tutto il libro e cioè che oggi dalle scienze sociali possa e debba venire un contributo d’idee innovative e capaci di alimentare il dibattito su nuove prospettive di sviluppo economiche, sociali e politiche. Prospettive che non possono non riguardare, insieme, i paesi del Nord e del Sud del mondo.

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