Officina dei saperi | C’era una volta una piccola città
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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C’era una volta una piccola città

di Velio ABATI –

per Velso, un contadino, mio padre

C’era una volta una piccola città che era abitata dai Bassi e dagli Alti. Come tutte le città del piccolo pianeta, aveva difetti, tanto più che i suoi abitanti non avevano grande esperienza di democrazia o, se ce l’avevano avuta, era stato in tempi così antichi che nessuno se la ricordava più. Eppure, approfittando di un certo periodo di crescita e di benessere, i Bassi avevano saputo trovare la forza e il gusto di discutere, di stare insieme per le strade e per le botteghe della piccola città, anche fino a notte fonda. In breve, avevano saputo contare di più. Forse, in questo, aveva la sua parte il fatto che gli Alti, da tempi immemorabili notabili della piccola città, nei loro traffici con i concorrenti avevano sempre figurato come i guitti, gli arraffoni estemporanei, che esibivano come patacche – non avresti saputo dire se tragiche o comiche – i blasoni di glorie antichissime. Insomma, la loro ricchezza era più dovuta alla condizione di plebe dei Bassi, all’uso spregiudicato del proprio comando, per il quale trasformavano ogni diritto dei loro sottoposti in favore da concedere o da negare, piuttosto che alla propria capacità imprenditoriale, alla propria virtù di governo. Alcuni storici scrivono che le speranze fiorite in quel certo periodo di crescita, l’allegria breve che aveva fermentato tra i Bassi e contagiato persino alcune famiglie degli Alti, tanto che la piccola città si era guadagnata qualche risonanza fra le altre, erano state possibili proprio per la relativa debolezza degli Alti.

La piccola città aveva due sole scuole: una per gli Alti e una per i Bassi. Naturalmente diversi erano gl’insegnanti e gli studenti, diversi erano i fini e le materie, diversi il ruolo e il prestigio. Ma a un certo punto del breve periodo di crescita che si diceva i Bassi cominciarono a interrogarsi. Non tutti, certo, ciò non accade mai. Però i dubbi si erano insinuati, le domande giuste: se i padri e i nonni dei Bassi lo erano stati di nome e di fatto, perché i loro figli, per la circostanza che così si chiamavano, dovevano continuare a seguire le scuole basse? Nessuna scienza, nessuna morale, nessuna Verità poteva negare che capaci e meritevoli nascessero fra i Bassi come fra gli Alti. Era stato scritto che tutti i cittadini erano uguali di fronte alla legge, ma si comprese subito che non era vero. Così si arrivò addirittura a proclamare sui muri della piazza, perché tutti potessero leggerlo e rivendicarlo, che era compito – proprio così, “compito” – della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

Per un certo periodo, le conquiste, i progressi, lo slancio creativo crescevano, cento fiori fiorivano. Qualcuno proclamò, con argomenti pratici, che fare parti uguali tra disuguali era la peggiore delle ingiustizie, perché se giustizia è rendere uguali, proprio chi aveva di meno doveva invece avere di più. Che è un modo diverso di dire che se sono le circostanze a formare l’uomo, si tratta di umanizzare le circostanze. I più sensibili, i più impegnati portarono alla luce, con opere e scritti, che non si dà vera felicità se questa non è condivisa, che la spada ferisce sempre da due parti: chi è colpito e chi colpisce. In breve, si era venuto corrodendo il pensiero comune – rivelatosi allora tenace quanto erroneo – che gli Alti si chiamavano così, perché questa era la loro natura. Molti scoprirono con sorpresa che la felicità comune poteva prendere avvio proprio da chi fino ad allora era stato e veniva considerato basso. Fu certo per questo motivo che sulla torretta chiamata dei diavoli, forse antico fortilizio dei Bassi della piccola città, notte tempo una mano ignota scolpì “vivas foelix”.

Tutto questo sommovimento scombussolò antiche consuetudini e relazioni, solide convinzioni comunemente ritenute vere proprio perché tramandate. Le due scuole, pur serbando in parte la loro vecchia natura, si mescolarono. Sfortunatamente, il processo in questo modo avviato presto si arrestò.

Alcuni storici sostengono che fenomeni analoghi erano apparsi nello stesso tempo in numerose altre città del piccolo pianeta, provocando lo scandalo e, peggio ancora, il danno immediato delle confraternite degli Alti di quelle stesse città. Tali storici dicono anche che la reazione non fu immediata, né uniforme, che si ebbero resistenze, parziali avanzate, ritardi. Sembra che i più generosi, o semplicemente i più lungimiranti, tra chi sosteneva le ragioni dei Bassi, andassero affermando che se piccolo danno avveniva per alcuni Alti nell’immediato, nel medio periodo invece grande e comune sarebbe stato il vantaggio. Si rispose loro che di questo non si curavano, perché a quel tempo sarebbero stati tutti morti.

Fatto sta che gli Alti della piccola città non seppero né approfittare della spinta comune per crescere in acume, inventiva imprenditoriale sui concorrenti della altre città del piccolo pianeta; né riuscirono davvero a spazzar via la pretesa dei Bassi. Così fecero ciò che da secoli oramai ripetevano: mettersi a disposizione dei loro concorrenti più forti delle altre città, ora facendo i buffoni, ora concedendo qualche pezzo della piccola città, ora rubacchiando al banco degli affari. Tra sé si dicevano furbi, lasciavano correre le risatine, i colpi di gomito o le vere e sonore risate, perché ciò che loro premeva era dirsi, con i Bassi, costretti a fare ciò che facevano o a lasciare che altri facessero.

Certi storici sostengono – perché non tutti sono concordi – che i concorrenti degli Alti, in lotta e in combutta in tutto il piccolo pianeta, avevano trovato un rimedio straordinario per semplicità ed efficacia. C’è addirittura chi sostiene, ma la cosa non è mai stata provata, che l’idea sia stata messa in pratica da una vera e propria commissione che, per il tavolo bizzarro impiegato nell’occasione, fosse stata chiamata trilaterale. L’idea, dicono dunque certuni tra gli studiosi di cose passate, partiva da questa semplice constatazione: se i Bassi della piccola città e di tutto il piccolo pianeta hanno cominciato a mettere in discussione la loro naturale condizione, al punto da far breccia anche tra gli Alti; se a ciò hanno aggiunto l’operato concreto di gruppi e di singoli che vogliono la repubblica o comunque lo stato strumento di rimescolamento delle condizioni; basta affermare la superiorità della libera iniziativa sui vincoli delle burocrazie, la sanità naturale della concorrenza tra gl’individui contro l’artificiosità di chi approfitta del proprio comando dello stato per imporre il proprio interesse. Qualcuno di quegli storici arriva ad affermare – ma dovrebbe esibire le prove – che in quell’epoca fosse stata addirittura creata la parola d’ordine “più mercato meno stato”.

Sia come sia, con discreta rapidità i governi della piccola città cominciarono a scoprire che il debito dello stato era troppo alto, che quello, come una famiglia, non può alla lunga vivere con i debiti, che la cura era abbattere il parassitismo delle burocrazie pubbliche e fare sacrifici per i figli. E non solo i governi, si capisce, ma anche i gazzettieri, le botteghe, i caffè e le famiglie medesime si ripetevano la verità comune e del tutto ovvia. Così fu presto una corsa a vendere ciò che era pubblico, a togliere le spese comuni, perché i soldi tornassero nelle tasche private, perché si favorissero i guadagni e gl’investimenti privati, la produzione, l’occupazione, insomma il benessere di tutti. La concorrenza, si diceva, era l’anima dell’efficienza perché dava spazio ai migliori, della democrazia perché toglieva le rendite di chi approfittava del posto, della moralità perché dava di più a chi sapeva più conquistarselo. Così si elogiava e si praticava il risparmio nelle attività rimaste pubbliche per un duplice vantaggio: faceva diminuire le spese comuni e riconduceva quelle che fossero sopravvissute alla virtù dell’impresa privata, grazie anche a investimenti economici in quelle da parte di chi poteva.

Fu così che la scuola degli Alti e la scuola dei Bassi tornarono a farsi concorrenza: non per coerenza con il proprio nome – chi ci credeva più alle ideologie? – ma per togliere all’altra iscritti e per attirare investimenti di chi aveva. Raccontano gli storici che le assemblee degl’insegnanti e del personale tutto s’impegnarono con fervore a cercare i modi più fantasiosi per rendere appetibile l’iscrizione, per attirare investimenti, non tanto dalla piccola città (non è che mancassero i soldi, il fatto è che qui gli Alti non sapevano che farsene di ricerca e istruzione, avendo già deciso che la loro strada era la truffa, la cortigianeria, l’improvvisazione) quanto di altre leghe e città del piccolo pianeta. Alcuni storici asseriscono che insegnanti e personale migliore, quello che si era formato in quel certo periodo di crescita – migliore perché più motivato, più aperto alle trasformazioni, persino più competente – si erano buttati anima e corpo nel sostenere le ragioni della propria scuola e quindi della concorrenza. Lo facevano, scrivono, senza alcun sospetto, in completa innocenza.

Gli storici ci dicono che i legami e le comunicazioni tra tutte le città del piccolo pianeta si erano assai intensificate rispetto alle epoche passate, cosicché le migrazioni per ragioni più diverse sempre presenti si fecero più naturali e necessarie, per fuggire dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle guerre. Visto che tali legami avvenivano sotto il segno della concorrenza, ciò non significò affatto diminuzione dei conflitti tra economie, religioni, lingue: ridisegnò invece i confini, sociali e geografici, tra gli Alti e i Bassi del piccolo pianeta, aggravò la loro differenza. Gli Alti della piccola città capirono subito che la lingua ora dominante nel piccolo pianeta, loro ovvio patrimonio per i propri traffici, sarebbe stata utile per rendere più facile la migrazione dei Bassi acculturati, migrazione quanto mai necessaria vista la condizione subalterna in cui avevano riconfermato la piccola città. Così incoraggiarono la preparazione di giovani in quella lingua. Non mancò, dicono certuni storici, chi sostenne che si trattava di una scelta miope, perché rischiava d’impoverire l’antico, glorioso fra tutti, patrimonio linguistico della piccola città in campi vitali del sapere come le scienze, la storia, la tecnologia, l’intero vasto campo dell’industria della comunicazione. Queste rare voci ripetevano che nella storia la vitalità di una lingua – e a maggior ragione in campi prestigiosi del sapere – era stata condizione della vitalità di qualsiasi città. Di certo lo era stato per la piccola città, che solo grazie alla letteratura grande che vi era fiorita poté dirsi per secoli città e poi diventarlo davvero, invece che villaggi dispersi.

Pare che – se si vuol credere a uno o due cultori di cose passate – in una delle due scuole della piccola città fosse stato deciso un percorso di studi nel quale titoli degl’insegnanti, programmi insegnati, nonché i relativi esami fossero interamente decisi, controllati non dal governo della piccola città, come sarebbe stato legittimo dovere, nemmeno si dice da uno di un’altra del piccolo pianeta, bensì da un’impresa privata di altra città. Il medesimo insegnamento delle varie materie, naturalmente, doveva avvenire nella lingua straniera di quella. Essendo l’impresa di comando privata, non investiva alcunché, anzi chiedeva essa stessa di essere pagata, cosa che poteva avvenire solo da parte delle famiglie. Sembra che ci si chiedesse come selezionare gl’iscritti, nel caso le domande fossero state troppe. Alcuni proposero degli esami di merito, altri suggerirono di anticipare corsi ed esami agli anni precedenti, qualche spiritoso osservò che bastava aumentare le tasse d’iscrizione.

È davvero meritevole d’attenzione constatare che l’affermazione visionaria e vagamente catastrofica di taluni scrittori del breve periodo di crescita, ovvero che ogni istituzione – la scuola, l’ospedale, lo stato – avrebbe di mira se stessa e non l’utente per il quale è stata istituita, apparisse allora, tale affermazione, pienamente vera. L’utile per lo studente coincide con l’utile della scuola solo se non si è più in grado di vedere il presupposto del comando scritto ancora sulla piazza della piccola città, ‘non è vero che siamo tutti uguali’, in forza del quale si era prescritto “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Certo invita a riflettere sulle condizioni dell’esistenza umana osservare in quale modo gli Alti della piccola città, con la loro arroganza con i deboli e la loro cupidigia di servilismo con i forti loro concorrenti, avessero condotto a un grado tanto alto di miseria e di pericolo comune.

Forse, se e quando i Bassi sapranno riprendere le fila del loro riscatto, essi dovranno trovare altre strade, ma non diversi scopi alla loro liberazione umana.