Officina dei saperi | Università: la sperimentazione post-democratica
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Università: la sperimentazione post-democratica

di Ugo M. OLIVIERI –

11 febbraio 2017

La riforma Gelmini e, prima, un certo adeguamento alle logiche neo-liberiste, hanno consentito la sperimentazione in Università di forme di gestione post-democratica che privilegiano l’aspetto della decisione e un potere di gestione staccato dalle procedure di controllo democratico.

L’aver reso il Rettore una figura non rieleggibile che controlla, assieme al consiglio di amministrazione e al direttore generale, con procedure manageriali, l’ateneo, ha staccato la sua figura del suo elettorato a cui non risponde più. Il Senato divenuto organo consultivo e il consiglio d’amministrazione nominato nella maggior parte dei suoi membri su proposta del Rettore completano il quadro.

Questo quadro esula dalla sola logica descrittiva del potere accademico quando spiega l’uso della polizia come soluzione decisionista dei conflitti e quando riesce a interpretare la gestione di affari immobiliari e di allogamento di risorse a livello accademico come un tassello della gestione delle città nella fase attuale.

Anche il governo delle città con la legge sull’elezione diretta del Sindaco ha subito una similare trasformazione del quadro normativo e politico di formazione del classe dirigente degli enti locali, anzi quella legge è divenuta una bandiera a cui adeguare la formazione delle classi dirigenti locali.

Non a caso il M5s ha fatto di quella legge una bandiera assieme a una facile critica sulla corruzione delle vecchie élites locali e nazionali. Il meccanismo di selezione della classe dirigente attraverso le procedure social, alla prova di fatti non ha funzionato portando alla luce quel mix di personalismo e di populismo autoritario
che rende gli esperimenti gestionali del movimento un processo mediatico permanente ma non un progetto di gestione delle città. Il caso di Roma e dei suoi costanti veleni da condominio di periferia è emblematico. E su questo s’innestano quelle lobby economiche che di fatto oggi governano le città.

La sinistra tradizionale ha affrontato il problema della formazione delle élites nella società di massa studiando e accostandosi al pensiero conservatore che certo può costituire un’angolazione critica da cui guardare i fenomeni degenerativi della post-democrazia ma soprattutto sul piano delle soluzioni sfocia in una risposta post-politica e nostalgica del concetto di totalità.

Ignorando completamente (talora anche per formazione personale) la tradizione libertaria del marxismo e arrendendosi alle teorie neo-liberiste la sinistra ha consegnato alla deriva autoritaria la gestione del potere e si è candidata a sparire.

Di questa deriva autoritaria il fascismo non è necessariamente il nome ma si può intestare alla tecnocrazia post-politica una consistente parte del processo. Il dramma è che non funziona più. Ed è da qui che  dobbiamo ripartire, credo.

Un saluto
Ugo