Università. L’inglese nell’insegnamento. I contributi di Marazzini, Villa, Lavinio
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Università. L’inglese nell’insegnamento. I contributi di Marazzini, Villa, Lavinio

Caro Piero, cari tutti,
mi permetto di mandarvi gli interventi di Claudio Marazzini e di Maria Luisa Villa su “la Repubblica” di oggi.
Buona primavera
Giancarlo Consonni
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L’italiano resti in Italia la lingua del sapere

di Claudio MARAZZINI, “la Repubblica”, 21 marzo 2017

Caro direttore,

la sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale su italiano e inglese nell’università ha suscitato un vivace dibattito, e alcuni critici denunciano presunti dannosi vincoli posti ora ai programmi di internazionalizzazione. Ciò non è vero: nessuno impedisce alle università di attivare corsi in inglese. Semplicemente la Corte invita a farlo in maniera non sconsiderata. Qualche critico ha avuto il coraggio di lamentare una limitazione di libertà, mentre invece questa sentenza, così come la prima del Tar di Lombardia, è la risposta a un tentativo di autolesionistica abolizione totale dell’italiano. Questa sentenza difende dunque la nostra libertà di scelta, contro ogni autoritarismo linguistico.

Altra confusione perniciosa: molte voci si levano per spiegarci che l’inglese è l’esclusiva lingua internazionale della scienza. La sentenza della Corte non richiede però che ci addentriamo nell’esame di tale problema, o che torniamo sull’altro luogo comune, cioè il latino nell’università del Medioevo come esempio di universalismo pre-anglofono: l’università moderna non discende direttamente (per fortuna) da quella medievale. Tuttavia – e questo è il punto – la lingua della scienza non c’entra per nulla con la sentenza: la Corte non ha mai discusso quale essa sia o debba essere; ma ha discusso quale debba essere la lingua della didattica. La didattica non è la scienza. La didattica consiste nelle lezioni che si tengono all’università allo scopo di formare operatori delle varie discipline. Non tutti costoro diventeranno ricercatori e andranno a lavorare nei grandi laboratori internazionali. È vero che siamo ormai abituati a spedire all’estero centinaia di migliaia di laureati (ci siamo riusciti anche senza i corsi in inglese). Ma per fortuna molti laureati non andranno a vivere all’estero. Qualcuno rimarrà, e dovrà operare da noi e spiegare in italiano a italiani cose necessarie alla nostra società, che non può essere esclusa dal sapere con disinvoltura.

È anche giunto il momento di abbandonare il paragone con paesi come Finlandia e l’Olanda. È necessario un confronto diverso. Il raffronto, infatti, deve tener conto del numero degli abitanti: la Germania ne ha oltre 80 milioni, la Francia 66 milioni, l’Italia 59 milioni, la Spagna 46 milioni, l’Olanda 16 milioni, la Finlandia 5 milioni e mezzo. Si rifletta sul fatto che la Lombardia da sola ha 10 milioni di abitanti, e Lazio, Campania, Sicilia e Veneto viaggiano attorno ai 5 milioni di abitanti: ciascuna di queste regioni è dunque paragonabile alla Finlandia. La politica linguistica di Sicilia, Campania, Veneto potrà essere eventualmente raffrontata – se si vuole – a quella della Finlandia, a beneficio di chi ama questi paragoni, ma converrà aver chiaro che una nazione la quale conta tanti abitanti quanti quelli di una regione italiana non può avere la stessa politica linguistica che si raccomanda invece per una delle nazioni europee che superano i 50 milioni di abitanti. Non a caso, la Germania, nel rivendicare il ruolo del tedesco tra le lingue di lavoro dell’Unione, ha sempre fatto valere il criterio del numero. La Spagna, per parte sua ha sempre puntato sugli ispanofoni nel mondo, calcolabili attorno a 350 milioni. Un po’ di attenzione al mondo reale, sicuramente plurilingue, ben diverso dalle università medievali dove si leggeva noiosamente la lezione in latino, gioverebbe a intendere meglio le esigenze del nostro tempo.

Converrà anche smettere di assumere un atteggiamento di presuntuosa sufficienza ogni volta che si parla della cura della lingua in Francia, con attiva partecipazione dell’Académie. Un esame della politica economica espansiva della Francia mostra che i francesi se la cavano benissimo a livello internazionale, anche se guardano alla propria lingua con un sentimento intenso di affetto e fiducia. Rispettare gli spazi della propria lingua non vuol dire non imparare l’inglese. Infatti mediamente i francesi lo parlano meglio degli italiani. Tra le due cose, amore per la propria lingua e conoscenza delle lingue straniere, non c’è alcuna contraddizione. È dunque scandaloso che qualcuno si sia scandalizzato perché la suprema Corte ha messo per iscritto una cosa che dovremmo pensar tutti, e cioè che per nessuna ragione si può ridurre la lingua italiana «a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare».

L’autore è Presidente dell’Accademia della Crusca.

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Anche la scienza per contare deve parlare come Dante

Maria Luisa VILLA, “la Repubblica”, 21 marzo 2017

Caro direttore,

amputato del patrimonio comunicativo nei settori tecnico-scientifici, l’italiano diventerebbe in breve tempo un arcaico dialetto. Ne seguirebbero un indebolimento del rapporto culturale con la comunità di appartenenza, un isolamento del sapere di vertice, e un aumento della incomprensione tra pubblico e scienza. È dubbia la possibilità che questi danni possano essere compensati da un massiccio afflusso di studenti stranieri di elevato livello culturale. Molti sospettano che continueremmo ad accogliere solo quelli che non riescono a passare il test di ingresso in America, Inghilterra, Germania e paesi nordici.

Conviene riflettere su questi rischi, poiché la connotazione competitiva e imprenditoriale che le università sono state indotte ad assumere nel mondo attuale, le spinge a confondere i propri principi organizzativi con quelli delle imprese multinazionali. Nascono da qui molti malintesi che oscurano la consapevolezza che le università, anche nel tempo dell’economia della conoscenza, sono pur sempre istituzioni con compiti culturali peculiari, ben diversi da quelli di una impresa.

Le imprese multinazionali non sono legate a un territorio, si collocano dove appare più conveniente, progettano su tempi brevi e possono nascere, aggregarsi, rimodellarsi, delocalizzarsi, rilocalizzarsi e morire con relativa facilità. Gli atenei non sono mobili, ma incardinati in un territorio, dal quale ricavano sostegno materiale e culturale.

Giova sottolineare che gli atenei che hanno raggiunto un maggior respiro internazionale sono quelli che hanno saputo immergersi nel territorio istituendo con esso un continuo scambio di informazioni, relazioni e risorse. Tipici ma non unici sono gli esempi dell’Università di Stanford-Silicon Valley e MIT-Boston.

Per vincere la competizione per i migliori cervelli non basta adottare l’inglese didattico ma occorre offrire beni e servizi che suscitino interesse, e questo dipende anche da una impronta culturale “contestuale al luogo” che li distingua dagli analoghi beni e servizi reperibili altrove. Solo conservando ed estendendo creativamente ad altri settori lo “stile italiano”, che è stato vincente a livello internazionale nei settori della moda, del design, dell’architettura e del cibo, possiamo sperare che l’Italia venga scelta dagli studenti stranieri.

Lo “stile italiano” fu ciò che permise a Perotto nell’Olivetti degli anni Sessanta, di creare il “programma 101”, primo modello di personal computer ora esposta al MoMA. Niente era più italiano e niente era più internazionale dell’Olivetti degli anni Sessanta, ma la limitatezza manageriale impedì a Valletta di comprendere il valore della “Perottina”, decretandone l’abbandono e sancendo così l’uscita del nostro Paese dall’elettronica avanzata degli anni a venire. Sarebbe bene non ripetere questi errori, recuperando fiducia nelle nostre capacità di creare innovazione.

Il compito per noi è apprendere le lingue dei vicini senza abbandonare la nostra, perdendo con essa la ricchezza del contesto locale: sarebbe tragico parlare bene in inglese e non avere più niente da dire.

L’autrice ha scritto L’inglese non basta: una lingua per la società (Bruno Mondadori).

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Grazie per questi due contributi, interamente da sottoscrivere, magari ricordando anche che chi non conosce e non usa bene e a tutto campo la propria lingua materna non può impararne bene altre e rischia di essere eternamente subalterno.

E infatti ci sono numerosi documenti del Consiglio d’Europa che sottolineano l’importanza e la necessità di curare, in ogni paese, prima di tutto la lingua di scolarizzazione, cioè quella in cui, a scuola, si accede ai contenuti e allo studio di ogni disciplina, di cui tutti gli insegnanti, qualunque cosa insegnino, devono farsi carico (almeno un po’, e collaborando con chi quella lingua insegna come materia, e dunque con l’insegnante di italiano in Italia, di francese in Francia ecc.).

Di questa ‘trasversalità’ di un’educazione linguistica che curi l’italiano insegnando tutte le materie abbiamo parlato e parliamo in Italia da più di 40 anni, con Tullio De Mauro e le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica. E forse qualcuno in Europa si è ispirato anche alle Dieci tesi…

E ci sarebbe da ricordare il provincialismo miope di questa anglomania diffusa (e molto altro ancora).

Cordiali saluti

Cristina Lavinio