Officina dei saperi | Un’associazione per l’officina dei saperi
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Un’associazione per l’officina dei saperi

di Pasquale VOZA –

L’intervento. Università piegata al mercato, senso comune permeato dall’individualismo, il conflitto capitale-vita. Una critica multidisciplinare del pensiero dominante può aiutare la costruzione di un nuovo soggetto politico

da «il manifesto» del 13 febbraio 2016

In questa fase, relativamente recente, contrassegnata a sinistra dal vario fervore di proposte e di ideazione di nuovi soggetti politici, mi sembra assai utile e interessante il progetto, delineato da Piero Bevilacqua, di una contro-egemonia, di una controffensiva culturale, da costruire in opposizione all’egemonia neo-liberista variamente dominante, e in connessione con saperi e soggettività istituzionali e formative inclini e disponibili ad un tale impegno di lotta critica.
Anche qui potrebbe valere, in qualche misura,la parola d’ordine: unire tutto ciò che il neo-liberismo divide.

Tuttavia anche qui tale parola d’ordine andrebbe liberata dal rischio di un approdo meramente organizzativistico o aggregazionistico: dal momento che l’attuale egemonia neo-liberista, che non mi sembra ridotta al puro scheletro del dominio, esercita tuttora, a me pare, un formidabile potere di divisione e di frammentazione.

Guardando alla realtà dei processi in corso negli ultimi tre o quattro decenni, ci troviamo di fronte a una progressiva e variamente articolata incorporazione dei saperi negli ambiti interagenti della tecnica e del mercato e ad una peculiare, in parte inedita, interazione tra cultura-spettacolo e autogoverno corporativo degli specialismi: sicché lavorare per «una critica multidisciplinare della razionalità neo-liberista» (come propone Bevilacqua) significa anche costruire in qualche misura forme di intervento (politico e sociale) su questi processi e problemi di fondo.

Per altro verso, in riferimento alla realtà dell’Università, si pensi al ruolo dell’Anvur, questa vera e propria «torre di Babele burocratica» ( come la definì tempo fa lo stesso Bevilacqua): esso è particolarmente emblematico nel momento in cui pretende di sovrapporre la griglia semplificatrice degli indici e degli algoritmi alla complessità culturale sia umanistica che scientifica, con effetti talvolta paradossali e perfino formalmente contestabili. Naturalmente tale ruolo è interno alla logica di quel lungo processo sedicente «riformatore» e «modernizzatore» che da decenni va costruendo una trama di rapporti acritici, quando non perversi, tra Università e impresa, tra processi di formazione e interessi privati: ebbene un’associazione di saperi contro il liberismo dovrebbe naturalmente contribuire a costruire momenti di iniziativa e di lotta critica contro tale ruolo.

Non c’è dubbio poi che il terreno fittissimo dell’attuale senso comune (nell’accezione propriamente gramsciana) va assunto come un terreno fondamentale di intervento e di decostruzione: penso alla peculiarità dell’individualismo attuale, che – come è stato osservato – sta nei caratteri della serialità, della ripetitività e insieme della molteplicità e della frammentazione: il singolo è al tempo stesso imprenditore di se stesso, del proprio «capitale umano», e frammentato in un numero svariato di sé, all’interno di una società dello spettacolo giunta ad un suo stadio estremo. Certo, non si tratta di caricare tale associazione di una varietà eccessiva (o impropria) di compiti né di pensarla come «un surrogato del nuovo soggetto politico».

Nemmeno si tratta tuttavia di farle correre il rischio di svolgere una funzione di mera «pedagogia» anti-liberista. In questo senso, credo di dover intendere l’invito, apparentemente «brutale», di Tonino Perna a pensare e a costruire una trama di nessi tra un’Altra cultura e un’Altra economia.
Un’ultima considerazione: nel tempo di una vera e propria colonizzazione della vita (in cui la vita è messa al lavoro e insieme manipolata), si dovrebbe riuscire a volgere lo sguardo alla radicalità nuova, inedita delle forme che può assumere oggi il conflitto capitale-vita (accanto al conflitto capitale-lavoro, che, a ben guardare, non è certo scomparso): ove si pensi che uno stigma del nostro tempo è la diffusione (non l’assenza) di un dolore sociale, reso sempre più muto, invisibile, frammentato. In connessione con ciò, si dovrebbe tenere presente che le parole che designano spesso oggi la varietà dei movimenti sono indignazione, rivolta, furia (quest’ultima intitola anche il libro di qualche anno fa di Allegri e Ciccarelli, La furia dei cervelli, che è dedicato al mondo indefinito e pervasivo della precarietà intellettuale e cognitiva».

Ora queste non sono parole immediatistiche e/o prepolitiche: sono lemmi di un possibile, nuovo lessico biopolitico e dunque anche di una nuova frontiera di lotta politica.

Anche qui, su questo terreno – credo – una nuova associazione di saperi contro il liberismo dovrebbe trovare una sua funzione preziosa e incisiva.