UNFUTURO PIÙ GIUSTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNFUTURO PIÙ GIUSTO da IL MANIFESTO

Una molteplicità di soggetti alleati

Tempi presenti. «Un futuro più giusto», di Fabrizio Barca e Patrizia Luongo (Il Mulino). Se la gente non è più «impegnata», è perché avverte che la politica – e cioè gli umani – hanno perduto persino la possibilità di individuare le vere sedi del potere. Il XXI secolo in cui siamo immersi è cominciato con la cancellazione di tante conquiste e aspettarsene di nuove presuppone una critica dura a quanto è accadutoLuciana Castellina  04.09.2020

Quindici proposte per la giustizia sociale messe a punto nel marzo 2019 dopo due anni di lavoro collettivo con un centinaio di ricercatori, poi passate al vaglio delle otto organizzazioni costitutive del Forum Disuguaglianze e Diversità (Forum DD), più una quantità di altri interlocutori del mondo del lavoro, dell’impresa, della cultura, delle istituzioni locali, con molti dei quali sono state costruite delle «alleanze» in vista dell’azione da intraprendere per «metterle a terra», cioè indicare la loro realizzabilità. Tutto questo ma caricato dalla voglia di cambiamento che, oltre alle tante disgrazie che sappiamo, ci ha però regalato il coronavirus.

NEL LIBRO appena uscito (Un futuro più giusto, Il Mulino, pp. 280, euro 16) Fabrizio Barca e Patrizia Luongo – che di questa storia sono fra i protagonisti – ci illustrano la loro sfida: sconfessare, attraverso una amplissima documentazione, la leggenda secondo cui la crescita di per sé crea giustizia sociale, e cosa si deve cominciare a fare per renderla invece un obiettivo non illusorio.
Fabrizio Barca, che è stato persino ministro per la coesione territoriale nel governo Monti, e presidente del comitato per le politiche territoriali dell’Ocse, qualche anno fa ha avuto il coraggio di abbandonare la sua carriera istituzionale per mettere su questo Forum, uno strano e articolatissimo animale (otto associazioni di cittadinanza attiva cofondatrici del gruppo, trentasei partners di progetto, ventuno alleanze, quattro grandi Comuni e una rete di piccoli, due università, due organizzazioni sindacali nazionali, tre imprese, un territorio, cinque figure internazionali e nazionali; e scordo certamente qualche cosa).

Questa molteplicità di soggetti è in realtà il nocciolo del progetto e una buona novità: l’indicazione di come nelle attuali condizioni storiche si può cercare di costruire un nuovo blocco sociale, un soggetto potenziale di cambiamento in un tempo in cui la frammentazione del lavoro, e dunque della classe operaia, ne ha prodotto non solo la svalorizzazione ma la difficoltà di una sua rappresentanza sociale e politica. Con conseguenze fatali per le sinistre di ogni tipo, da un secolo legittimate proprio da quella rappresentanza che oggi è venuta meno, non solo per loro inadeguatezza, ma per via delle trasformazioni intervenute (e subite). Non solo perdita di quel legame lineare fra una classe operaia sostanzialmente omogenea e i partiti di sinistra, ma l’emergere di nuove contraddizioni – di genere, ecologiche, razziali – pur connesse al sistema capitalista ma in modo più indiretto; e comunque animatrici di altri movimenti, diversi anche nelle loro forme di mobilitazione.

Dinanzi a questo scenario mi piace citare per prima cosa una sacrosanta frase contenuta nel libro, laddove si indica così l’interlocutore del progetto Forum DD: «Un formicolio politico-sociale che potrebbe ridare vita a una stagione di emancipazione sociale e che sta già oggi dietro le nostre proposte». Ho voluto sottolineare questa indicazione perché troppo spesso ci troviamo davanti ad appelli o progetti di trasformazione ineccepibili ma che omettono di dire chi deve muoversi per realizzarli e, soprattutto, di fare qualcosa per attivare quanto serve.
Le proposte sono tutte innovative, ciascuna preziosa per chi sia pronto non solo a denunciare ma ad aprire vertenze, a organizzare lotte, a cercare le necessarie alleanze, dunque pronto anche ad accettare i compromessi che ne derivano.

PRUDENTEMENTE Barca resta dentro l’orizzonte dato, senza proporsi alternative di sistema che peraltro nessuno è riuscito fino a oggi a disegnare in modo soddisfacente. Realismo, o abbandono di una prospettiva post-capitalista? Sì, e però anche no, perché ognuna di queste proposte tocca il cuore sensibile del capitalismo, lo mette di fatto in discussione. In merito si possono certamente avanzare osservazioni critiche per un qualche tratto illusorio che le caratterizza.

Lo sfruttamento, si sa, non si può mettere fuori legge, ed è comunque difficile affidare a una autorità ispettiva statale il compito di verificare e poi impedire ogni situazione in cui lo sfruttamento venga praticato al di là dei limiti concordati. Leggi che lo attenuino si possono fare e se ne sono fatte molte e importantissime. Il XX secolo è lì a provarlo. Ma il XXI in cui siamo immersi è purtroppo cominciato all’inverso, con la cancellazione di tante di quelle conquiste e aspettarsene di nuove presuppone una critica politica dura a quanto è accaduto (la citazione di qualche nome sarebbe, credo, indispensabile).

UN RUOLO PIÙ CORPOSO dello stato nell’economia, come dal Forum viene indicato, va certamente sostenuto e fa bene Barca a non farsi paralizzare dalle critiche al modo deplorevole in cui così spesso lo stato è invece intervenuto, proponendo una serie di misure intelligenti e innovative, in particolare per l’attenzione data alla dimensione europea (per esempio dar vita a imprese pubbliche europee). Ma lo stato, si sa, è una cosa o un’altra, a seconda del governo che lo impersona; dunque dei rapporti di forza politici che si sono costruiti nel paese. Ma proprio qui sta la principale positività del Forum DD presentato nel libro: le proposte intese a creare organismi partecipativi nuovi che rendano possibile l’esercizio di una mediazione sociale, analoga a quella che ha consentito nel trentennio d’oro del dopoguerra di creare, in Europa, il welfare.

QUELLO SPAZIO di mediazione si è oggi drammaticamente ridotto perché la globalizzazione ha spostato le sedi del potere decisionale nel cielo incontrollabile del mercato mondiale, dove al di fuori di ogni regola i grandi gruppi imprenditoriali e il capitale finanziario si accordano fra loro come gli pare, alle istituzioni democratiche lasciando tutt’al più il potere di gestire localmente l’applicazione di quelle scelte. Giustamente Barca insiste sulla crisi della democrazia che è oggi il più grosso e drammatico dei problemi da affrontare.

SE LE PERSONE non sono più politicamente impegnate, i partiti sono larve, i parlamenti discreditati, gli stati percepiti come nemico, non è per via di mutamenti psicologici. È perché avvertono che la politica – e cioè gli umani – ha perduto persino la possibilità di individuare le vere sedi del potere. Che tutto il sistema, creato con lotte secolari , almeno qui in Europa – la democrazia rappresentativa – si sta svuotando di senso e sempre più appare uno scheletro vuoto. Non solo per via della delocalizzazione del potere, ma dell’innovazione, non più incorporata nelle macchine – e perciò relativamente condivisibile – ma oramai, in quanto si tratta di conoscenza immateriale, sempre più affidata ai dati e ai dispositivi immateriali detenuti da potentissime piattaforme digitali.
A questo ci si può arrendere, o si può con pazienza provare, partendo proprio dalla ricostruzione di una democrazia adeguata al nostro tempo, vale a dire dotata di nuovi canali di partecipazione che ridiano senso alle attuali istituzioni altrimenti destinate a diventare scheletri vuoti.

Fa bene Barca a insistere su questo, proponendo intanto Consigli del lavoro e di cittadinanza, che dovrebbero coinvolgere non solo la fabbrica ma i residenti della comunità dove questa, o queste, sono collocate, interessati alle ricadute della produzione, e cioè all’ambiente e al contesto sociale complessivo.

Difficile? Difficilissimo. Ma la scelta è ormai fra la resa o il tentativo di individuare percorsi che recuperino la politica. Che serve ai riformisti così come ai rivoluzionari.