UNA CASA POLITICA PER LA SINISTRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UNA CASA POLITICA PER LA SINISTRA da IL MANIFESTO

L’«intellettuale collettivo» contro il «destino»

Sinistra. Tanto poco siamo vittime del destino, che ritengo che le cause della nostra crisi non siano oggettive, ma soprattutto soggettive. Cioè frutto di precise scelte politiche

Fabio Vander  31.03.2021

Interessante l’articolo di Aldo Garzia pubblicato venerdì sul manifesto. Sicuramente un passo in avanti rispetto agli interventi degli ultimi tempi, che fra divagazioni sulla «isocrazia» e aperture all’improbabile «Equologica» si sono trascinati senza cogliere mai il punto politico: la scomparsa della sinistra italiana e la necessità di rifondarla.

Garzia ironizza su quanti, da Alfonso Gianni ad Aldo Carra, sollevano periodicamente il tema del partito e ricorda loro che se la sinistra oggi è scomparsa ciò «non è frutto del destino cinico e baro». Dopo di che enumera una serie di cause a suo dire della sconfitta: la «mutata composizione di classe della società», il dilagare dell’informazione digitale, la crisi delle ideologie e «dell’organizzazione novecentesca in partito» ecc. Detto che tutte queste cose messe insieme fanno giusto «un destino cinico e baro», comunque non possono costituire una buona ragione per lasciare la sinistra italiana nello stato in cui giace. Proprio perché non siamo vittime dell’ineluttabile bisogna reagire, tornare a individuare interlocutori, referenti sociali, progetti, strategie, forme di organizzazione. Fare politica.

Ma c’è a mio avviso anche dell’altro. Tanto poco siamo vittime del destino, che ritengo che le cause della nostra crisi non siano oggettive, ma soprattutto soggettive. Cioè frutto di precise scelte politiche. Nell’ordine: quando nasce un PD come partito della nazione, dunque senza nessun più aggancio a sinistra (né comunista, né socialista, né europea), quando Bertinotti teorizza il partito-movimento, quando Vendola dice «non voglio un partito ma riaprire la partita». Siamo rimasti schiacciati dalla morsa di queste subculture antipolitiche e antipartitiche e dalle relative scelte di schieramento. Le colpe sono facilmente soggettivabili. Nomi e cognomi, congressi inutili ed elezioni perse.

Non serve prendersela con la «mutata composizione di classe», perché questa c’è stata anche negli altri grandi paesi, ma in nessuno di essi la sinistra è scomparsa. I partiti socialisti hanno subito gravi sconfitte in questi decenni, ma di nuovo per ragioni di scelte politiche, strategiche (i laburisti con la Terza Via, l’SPD vent’anni con la Merkel ecc.), ma appunto non sono scomparsi (il PSOE è in ripresa, la Linke comunque regge).

Che fare? Personalmente tutte le volte che mi cimento con il tema partito della sinistra italiana cito immancabilmente l’articolo 49 della Costituzione. Quello sul quale invece i molti che intervengono sul tema glissano invece regolarmente. Lì c’è tutto: la via da seguire e il perché seguirla.

Non sto a ripetere, ma certo che crisi della democrazia, crisi della Costituzione e crisi della sinistra sono indistricabilmente connessi. Se rimetteremo mano ad un partito della sinistra faremo anche l’interesse della nostra democrazia. Da ultimo Garzia conclude, un po’ contraddittoriamente con le sue premesse, richiamando il Gramsci del «partito intellettuale collettivo». Ma quella è una formulazione che presuppone una idea forte, se non fortissima, di partito. Proprio quella che Garzia dava per superata essendo cambiato il mondo.

Ben venga comunque l’appello finale a trovare «casa politica» alla sinistra italiana. Che poi nel nome del nuovo partito debbano comparire idee-guida come socialismo ed ecologia è qualcosa che si può senz’altro condividere.

 

Democratico, dell’eguaglianza e dell’eco-socialismo

Il dibattito. Sinistra, quale soggetto

Simone Oggionni  31.03.2021

La riflessione che Aldo Garzia propone sulla «forma partito» è importante, soprattutto per le conclusioni cui non giunge apertamente ma cui allude e che mi paiono la risposta migliore all’invito di Norma Rangeri rivolto alle talpe a uscire allo scoperto. Prima di esplicitarle, però, un passo indietro: Aldo muove da una constatazione ineludibile. I partiti, per come li ha conosciuti la seconda metà del ‘900, non esistono più. Anche e in primo luogo a sinistra. Questa scomparsa ha due responsabili: in quota maggiore è da attribuire al cambio di paradigma che ha segnato la trasformazione del capitalismo a partire dalla metà degli anni Settanta e nella cui coda ancora oggi siamo imbrigliati.

Un cambio di paradigma che ha il suo fulcro nella frammentazione del ciclo produttivo e del soggetto operaio, nella nuova velocità dei processi di trasformazione strutturale e sovrastrutturale che, dalla finanza all’iper-comunicazione, hanno frantumato e ridefinito anche i confini delle identità. In quota minore, però, la scomparsa dei partiti è addebitabile alla scelta di intere classi dirigenti progressiste di disinvestire, nel corso degli anni, sull’organizzazione del rapporto tra politica e popolo, tra momento istituzionale e corpi intermedi. Se questo ragionamento è fondato, occorre fare i conti con le sue due conseguenze più dirette.

La prima è che sarebbe un errore imperdonabile accettare passivamente il disarmo politico e intellettuale che ha condotto dal partito di massa alle attuali forme fluide, elettoralistiche e leaderistiche della politica. In questo senso occorrerebbe il coraggio di dire che la prospettiva storica del Pd si è esaurita, perché ha scelto di collocarsi per intero sul binario morto di una costruzione asettica e indistinta, afona rispetto ai conflitti sociali e al turbinio di contraddizioni che il nuovo capitalismo ha generato.

La seconda conseguenza è che la semplice evocazione della necessità organizzativa del Partito della sinistra, fuori e contro il Pd, non funziona, è respingente, è condannata a essere velleitaria, nella misura in cui non fa i conti con la dimensione della partecipazione di larghi e ampi settori popolari alla vita politica del Paese. E più la si suggerisce e la si improvvisa e più essa evapora, insieme alla sua credibilità.
Occorre allora che sia la sinistra, la nostra sinistra, ad avanzare una proposta che sia riorganizzativa dell’intero campo progressista, che superi la frammentazione delle sigle presenti, che comprenda e coinvolga anche il Pd, e che si sviluppi non sulla base delle suggestioni (che spesso utilizzano formule vaghe perché vuote) ma di una idea-forza dirompente, senza la quale crolla l’impianto e si è condannati nella gabbia degli errori e delle insufficienze del passato recente.

Questa idea-forza è il progetto – mai sperimentato fino in fondo – di un vero protagonismo, diffuso e molecolare, delle militanti e dei militanti della sinistra italiana, che hanno il diritto di non essere più né monadi irrelate né esercito di manovra delle tante piccole élite (correnti e partiti) che governano il teatro della nostra politique politicienne. Un protagonismo che sia naturalmente democratico, che si fondi su di una pluralità di esperienze, istituti di auto-rappresentazione e di autogoverno, dalla cui unione in forma nuova, in forma federativa, nasca il partito del nostro tempo. Un soggetto politico che si concepisca in forma plurale, unendo le diversità senza costringerle alla reductio ad unum nel nome del capo (o dell’apparato burocratico che lo sostiene), un soggetto politico federato capace di adattarsi alle pieghe del nostro presente, ai tempi e ai luoghi di vita di tutti e tutte.

Che prenda in mano la dimensione digitale e la integri con quella del territorio, della vertenza locale e della mobilitazione globale. Della piazza e delle agorà. Senza avere paura di internet. Anzi: utilizzando internet per creare un unico grande spazio, un albo di donne e uomini cui affidare e con cui avviare il per percorso costituente. Su quale parola d’ordine? La più antica e al contempo la più moderna: il progetto dell’uguaglianza, di una nuova idea di eco-socialismo all’altezza della storia e delle sue contraddizioni. Apriamo le danze (o rimaniamo imbrigliati nei recinti delle rispettive appartenenze)?