UN VERTICE DI INFANTILISMO GIUBILANTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UN VERTICE DI INFANTILISMO GIUBILANTE da IL MANIFESTO

I media, i partiti, il paese reale

Piero Bevilacqua  14.02.2021

Più che sulla composizione del governo Draghi, la quale merita certamente una riflessione a sé, vorrei appuntare l’attenzione sulla funzione disvelatrice dell’intera operazione che ha avuto protagonista l’ex presidente della Bce. Non senza tuttavia mostrare stupore di fronte alla nomina di Mara Carfagna a titolare del ministero per il Mezzogiorno.

E’ evidente che quel nome e quella collocazione rispondono al dosaggio spartitorio che ha ispirato la composizione del governo. Ma è questo il rilievo che il nuovo governo assegna a questa vasta parte del paese?

Un Sud devastato da una disoccupazione cronica che la pandemia ha reso disperata, soprattutto per le donne e per i giovani; dalla povertà di centinaia di migliaia di famiglie, alle prese con una sanità inadeguata, con un sistema scolastico e universitario fra i più penalizzati d’Italia, con un territorio che va in rovina ad ogni evento climatico avverso.

Ma vorrei qui sottolineare la portata rivelatrice dello stato di salute delle istituzioni e del mondo politico e mediatico nazionale in queste settimane di crisi e di trattative. Non abbiamo solo assistito a una umiliazione del Parlamento e di conseguenza della volontà politica degli italiani. Forse la manifestazione più clamorosa, che ha esasperato sino al ridicolo, un connotato di antica data del sistema Italia, è stato il vertice di infantilismo giubilante nell’esaltazione della figura di Mario Draghi.

Questa avvilente manifestazione folklorica, che può far sorridere, rivela quanto i media non facciano informazione ma politica, surrogando i partiti, creando un romanzo quotidiano, con le sue trame, personaggi, colpi di scena.

Essi assumono l’aspetto più degradato del comportamento del ceto politico, le sue mosse, personali o di gruppo, dicerie e compongono la narrazione fantasiosa da vendere agli spettatori. I quali vedono così restringersi ed involgarirsi più del reale la loro immagine del mondo politico.

Scompaiono dall’orizzonte i grandi problemi che almeno una parte del ceto politico pone e rimane la vicenda da rotocalco. E’ così che i media, con la loro degradata autoreferenzialità (esclusa la grande stampa, che a qualcuno riferisce) costituiscono un grave problema di immiserimento culturale del paese.

Si rivela l’aspetto forse più grave sullo stato di salute della nostra democrazia.

I partiti e il Parlamento non forniscono più da tempo, ma ora in una forma drammaticamente stridente, alcuna rappresentanza a milioni di italiani. Commentatori ed esponenti politici che teorizzano l’equivalenza fra destra e sinistra, o la conclamata sparizione dalla scena di quest’ultima, magari con un contorno di derisione, sbagliano per superficialità.

In Italia si è assottigliata la sinistra partitica, ma nel paese esiste una “sinistra reale”, milioni di cittadini che in gran parte non votano, non possono esercitare il loro diritto per assenza di rappresentati corrispondenti alle loro aspirazioni. La sinistra reale italiana è composta da lavoratori, stabili o precari, esponenti del sindacato, da una parte del popolo delle periferie, da uomini e donne impegnate nel volontariato, da tanti insegnanti e operatori della scuola, da un ampio e variegato campo di intellettuali, docenti universitari, scrittori, figure dell’editoria, del teatro e dei settori dello spettacolo, giovani ricercatori, spesso pendolari fra l’Italia e vari paesi del mondo.

Questo vastissimo e culturalmente avanzatissimo fronte è spesso raggruppato in associazioni, circoli, blog, comitati locali in difesa dell’ambiente, movimenti, come quelli delle donne, altri capaci di aggregazioni tematiche, come quello coordinato da Fabrizio Barca sulle disuguaglianze, tantissimi raggruppamenti in rete che si occupano di Sud, di ambiente, ravvivati di recente dalle manifestazioni dei Fridays for future. Ebbene, chi rappresenta in Parlamento questa parte rilevante del Paese? Si pone oggi drammaticamente alla responsabilità di questa parte del mondo politico un salto di qualità nella sua condotta.

Può l’attuale gruppo dirigente del Pd liberarsi delle scorie renziane e riorganizzarsi come una formazione di centro sinistra? Può quel che resta della sinistra partitica aggregare per singole battaglie – per una riforma fiscale progressiva, per un sistema elettorale proporzionale, contro lo spreco di danaro del Tav, per la scuola e gli ospedali del sud, per lo jus soli, per il teatro e la piccola editoria – le tante forze disperse nel territorio nazionale?

E’ credibile che un tale sforzo di coordinamento su obiettivi condivisi non farebbe esplodere le convulsioni narcisistiche cui hanno dato luogo i passati tentativi di creare un soggetto politico in vista delle elezioni. Forse si trarrebbero fuori dallo sconforto milioni di italiani, si gioverebbe a tante buone cause, si potrebbe creare col tempo una formazione politica non partorita da tre o quattro leader seduti attorno a un tavolo.

Governo Draghi, un equilibrio sopra la follia

Roberto Romano  14.02.2021

Sebbene storditi e confusi, ciò che vediamo è “tutto un equilibrio sopra la follia”. Non poteva andare peggio e non poteva andare meglio: poteva finire solo in questo modo. Purtroppo, sarà la Storia e la Storia della ricchezza delle idee a valutare quanto successo.

A noi il compito di farla nel migliore dei modi (la Storia), almeno per quello che ci è dato di fare. Tra strappi costituzionali inattesi data la figura del Presidente della Repubblica e l’elogio della grigia saggezza, i ministri del governo sono esattamente quello che dovevano essere: alcune brave persone; alcune con qualche competenza particolare, altre un poco indigeste; altre ancora esecutori dello Stato o meglio ancora delle Istituzioni del Capitale (senza l’intento di denigrarle perché un economista non denigra mai le istituzioni).

Abbiamo avuto anche l’elogio all’inutilità del Recovery Fund fatto con Excel; si denunciava la sua inadeguatezza finanziaria e la sua aleatorietà di alcuni sedicenti intellettuali, quest’ultimi non meno pericolosi se non speculari ai “poteri forti”.

Non doveva finire in questo modo e tutti quanti siamo coinvolti. Highlander diventa un po’ la narrazione della postmodernità: ne rimarrà soltanto uno! Poi ancora uno e poi ancora uno! La storia recente del governo è fatta da “Uno” che di volta in volta diventa sempre più Uno.

Sebbene amara e frustrante, l’arte della politica dobbiamo pur recuperarla. Si potrebbe “desistere” dalla fiducia e fare politica delle idee con dei suggerimenti rispetto alle grandi questioni del nostro tempo. Non mancano i problemi, così come non dovrebbero mancare le giuste proposte per “costringere” il governo dell’Uno a riflettere.

Innanzitutto, occorre consegnare al governo e al Paese una narrazione della Storia recente. La crisi pandemica nel breve periodo è indiscutibilmente una crisi a V (esogena), ma questa si inserisce in un contesto di “squilibri” di struttura (endogeni) che amplificano gli effetti della pandemia dove il capitale ha modificato gli equilibri: il mercato del lavoro, delle merci e della finanza.

Dobbiamo pur ricordare a Uno che i vituperati strumenti di assistenza e sostegno al lavoro tradizionale hanno funzionato come dovevano.

Abbiamo avuto un po’ di alti e bassi, ma il sistema tradizionale ha tenuto. La pandemia ha esasperato le vittime delle riforme legate all’Austerità Espansiva; la polarizzazione del reddito, l’aumento della povertà, la disconnessione che tutti denunciano non hanno la radice nella pandemia, piuttosto nell’alfa e l’omega delle politiche del così detto “sentiero stretto”. Sono stati persi 600.000 posti di lavoro a tempo determinato e poco meno di lavoro indipendente? Uno può cambiare le regole del mercato primario, oppure può far pagare al sistema economico l’eccesso di flessibilità. Moglie ubriaca e botte piena in natura non esistono (A. B. Atkinson).

Può essere una riforma a costo zero? Uno deve pur dire qualcosa e farsi qualche domanda rispetto all’opportunità o meno di aumentare le tasse. Per capirci io sono per aumentare la pressione fiscale dove è necessario, cioè nel decile più alto del reddito e dei patrimoni.

C’è poi l’annosa questione del green deal. Sussidi? Agevolazioni? Forse Uno non conosce Riccardo Lombardi, ma suggerisco a Uno una interpretazione: un nuovo paradigma tecno-economico deve fare i conti con la necessità di “cambiare il motore della macchina senza fermarla” (Està, 2020).

Per strada troviamo anche l’evergreen politica industriale. Le strade che si possono prendere sono più di una, ma preso atto del fallimento dei finanziamenti pubblici alle imprese private, che usano questi soldi come un bancomat, possiamo immaginare di industrializzare la ricerca pubblica nei settori essenziali del Paese, come in qualche modo suggeriva il PNRR di Conte? Lasciamo al mercato la transizione?

Tra sedicenti intellettuali e spregiudicati highlander preferiamo la discussione e le idee.

Draghi potrebbe essere l’Uno con la coorte di Ministri, oppure costretto a misurarsi con la “fiducia nelle idee (…) e la nostalgia del buon governo nel quale in fondo s’indentifica quel tanto di socialismo realizzabile nel capitalismo conflittuale” (Federico Caffè).