UN VACCINO PER LA PANDEMIA CHE HA CONTAGIATO LA POLITICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN VACCINO PER LA PANDEMIA CHE HA CONTAGIATO LA POLITICA da IL MANIFESTO

Vaccini, l’obbligo è la strada più sicura e incontestabile

Pandemia. Conosciamo già, in qualche caso da molti anni, vaccinazioni obbligatorie. È davvero singolare la sollevazione per il Covid-19 di una frangia del tutto minoritaria, ma non inconsistente, della popolazione

Massimo Villone  21.11.2021

L’evoluzione della pandemia porta sui tavoli della politica il tema di un obbligo vaccinale generalizzato, e di un green pass «rafforzato». Al tempo stesso, assistiamo a follie di massa come il covid party in Alto Adige, volto a cercare la compagnia degli infetti al fine di contagiarsi. Visti i numeri, è l’ultima cosa di cui l’Alto Adige ha bisogno, e un regime di restrizioni si avvicina. Ma la provincia di Bolzano ci ha già mostrato una pandemia differenziata, figlia dell’autonomia.

La Costituzione permette l’obbligo vaccinale, con la chiara formula «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Il vincolo è sull’atto formale – esclusivamente una legge – che può imporre l’obbligo.

Certo, vanno rispettati principi di precauzione, proporzionalità, necessità. Per questi, si predispongono gli strumenti e i limiti utili, sufficienti e necessari a prevenire o ridurre un pericolo temuto. Principi che una valutazione obiettiva dei fatti, e consapevole del sapere scientifico (salvo opinioni del tutto isolate), ci mostra pienamente osservati da un obbligo generale di vaccino.

Conosciamo già, in qualche caso da molti anni, vaccinazioni obbligatorie. È davvero singolare la sollevazione per il Covid-19 di una frangia del tutto minoritaria, ma non inconsistente, della popolazione, che si muove tra la negazione dell’evidenza dei numeri e ridicole tesi complottiste. In specie, è certo possibile una speculazione di Big Pharma sulla vendita dei vaccini. Che però non si contrasta rifiutando il vaccino, ma piuttosto battendosi per il superamento dei brevetti e la liberalizzazione della produzione.

Il tutto nulla ha a che fare con la libertà di manifestazione del pensiero o altra libertà. Lo suggerisce, ancora, l’art. 32 della Costituzione con la formula per cui la salute è «fondamentale diritto dell’individuo», ma anche «interesse della collettività». Un obbligo vaccinale è imposto anche e soprattutto per la tutela di tutti. Un solido fondamento – sempre nell’osservanza dei principi prima esposti – per limiti nella vita di relazione.
Le stesse considerazioni valgono per il green pass rafforzato. Se mai, una debolezza la vediamo proprio per il caso che manchi il fondamento di un obbligo di vaccino, che è sempre stato la strada più sicura e incontestabile. Era ragionevole il dubbio sin dal primo momento prospettato da parte sindacale sul green pass sui luoghi di lavoro, e la contestuale preferenza per l’obbligo di vaccinazione. Che, introdotto per tempo in termini generali, avrebbe probabilmente contribuito anche a prosciugare l’area del dissenso e il rischio di infiltrazioni di forze eversive tra i No-Vax e i No-Pass.

Per qualche improvvisato giurista un obbligo vaccinale non potrebbe essere garantito nell’applicazione. Ma la nostra vita è costellata di obblighi, la cui effettività viene dalla spontanea osservanza. Se così non fosse, ad esempio, bisognerebbe presidiare con un carabiniere ogni semaforo rosso. Né vale argomentare che obbligo vaccinale e green pass rafforzato introdurrebbero discriminazioni a danno di alcuni. Non è violato il principio di eguaglianza, essendo evidente la situazione diversa – per la maggiore possibilità di infettarsi e capacità di contagiare – di chi non è vaccinato.

Ma perché, a fronte di una amplissima maggioranza di vaccinati, la politica si preoccupa tanto dei non vaccinati? Perché un pensoso governatore leghista come Fedriga guarda ai pochi che potrebbero perdere il posto di lavoro, e non ai molti che sarebbero indebitamente esposti a maggiori rischi per l’ambiente di lavoro condiviso con chi rifiuta il vaccino? La risposta è nelle flatulenze interne a singoli partiti e nella fragilità di una politica liquida, sotto pressione dai social, con una maggioranza di separati in casa a Palazzo Chigi, e la possibilità di elezioni a breve. Si gratta il fondo del barile, e nel pastone quotidiano vince il gossip. Salvini controlla i suoi, in specie a Nordest? Conte è il vero leader di M5S? Letta che vuole fare con Renzi? E chi va al Quirinale?

Un contesto paludoso può portare ad errori. Ad esempio, la direttiva dell’Interno sul divieto di manifestazioni è sicuramente incostituzionale se applicata in prospettiva a tutte quelle svolte nei centri storici, a prescindere dalla natura, dagli obiettivi, dalla pericolosità. Per la pandemia che ha da tempo contagiato la politica il vaccino non l’abbiamo.

Lombardia, la controriforma Moratti un attacco alla sanità pubblica

Sanità pubblica. Dopo i tagli, ecco la «libera scelta». Puoi scegliere il pubblico, con liste di attesa di mesi o il privato in poco tempo pagando: discriminando per reddito come prima del 1978

Marco Caldiroli *  21.11.2021

È iniziata la discussione della nuova legge sulla sanità in Lombardia nella forma di emendamenti alla precedente legge Maroni che a sua volta emendava le norme che dal 1997 determinano lo sbilanciamento verso il privato di finanziamenti ed erogazione dei servizi – fino al 100 % per quelli più profittevoli. Norme che hanno costruito un ospedalocentrismo esasperato (distruzione della medicina territoriale e dei distretti con effetti tragici sulla diffusione del Covid), l’assenza di partecipazione e democrazia anche nel settore pubblico con direttori generali che non guardano al territorio e al miglioramento della salute collettiva ma agli obiettivi dell’assessorato, con logiche identiche al privato.

Hanno fatto un deserto della sanità pubblica e l’hanno chiamato parità pubblico/privato e libera scelta. La narrazione della maggioranza si concentra sulla libera scelta del cittadino rispetto all’erogatore del servizio; in soldoni significa che puoi scegliere il pubblico subendo liste di attesa di mesi o il privato in poco tempo pagando: una sanità che discrimina per reddito come prima del 1978. Infatti, nella proposta normativa ulteriore spazio è dedicato a mutue, assicurazioni e al welfare aziendale contrattualizzato dai sindacati. Tutto senza programmazione e senza alcun obiettivo di miglioramento della salute, solo per incrementare il fatturato.

Il risultato di questo percorso autonomo della Lombardia? Dal 1997 sono stati cancellati 22.239 posti letto nel pubblico mentre nel privato sono aumentati di 2.553 o trasformati in altre forme di assistenza. Il privato (2017) copre il 54 % degli acquisti di servizi sanitari e si mangia il 62 % degli investimenti strutturali della regione. Gli operatori sanitari pubblici sono diminuiti di 11.768 unità dal 1997 al 2017 (-12 %, la media italiana è -7,3 %). Vi è carenza di medici di base: nei prossimi 5 anni ne mancheranno 4.167 per pensionamento. Eppure l’assessore Moratti riduce il problema a percezione e a difficoltà organizzative causate dagli stessi medici. Dalla parità si passerà all’equivalenza pubblico/privato, nuovo ircocervo che farà scuola in Italia, tanto più se avvelenato dall’autonomia differenziata. È in discussione una non-riforma che prevede il ritorno dei distretti (aboliti di fatto dalla legge Maroni) e l’introduzione di case e ospedali di comunità dichiarando adesione al principio della medicina di prossimità, ma nel concreto prevede che tutti questi ambiti potranno essere privatizzati, finendo per far transitare i fondi del Pnrr dal pubblico al privato.

Anche le Case della comunità sono proposte in modo deviato rispetto all’idea originaria di Giulio Maccacaro: quel che emerge è un utilizzo di fondi per scopi edilizi con lo spostamento dei servizi esistenti anziché la previsione di una diversa consistenza e finalità della medicina territoriale – che ha bisogno di operatori e di lavoro d’equipe non solo di macchine o telemedicina.
Contro questa ulteriore deriva i rappresentanti di 57 associazioni e realtà sociali, opposizioni consigliari incluse, si sono trovati il 23 ottobre in piazza Duomo per presentare 22 proposte alternative e ora intendono incalzare la Giunta su temi concreti e d’immediato interesse per i cittadini che non sono clienti di prestazioni sanitarie ma portatori del diritto costituzionale alla salute, quindi di un servizio sanitario pubblico all’altezza dei bisogni collettivi e individuali.

Serve un forte governo pubblico della sanità, basato su una chiara programmazione; la medicina territoriale va organizzata con bacini d’utenza limitati per rispondere in modo mirato ai problemi di salute dando priorità alla prevenzione delle malattie attraverso la partecipazione della cittadinanza. Le Case e gli Ospedali di Comunità devono essere pubblici affinchè siano perseguiti risultati di salute, non di rendita. Le liste d’attesa devono essere trasparenti e il loro contenimento un obiettivo primario. Va eliminata la libera professione, intramoenia, nelle strutture pubbliche.

Le Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa) e le Residenze Sanitarie per Disabili (Rsd) devono essere parte del servizio sanitario nazionale e va ritirata la richiesta di autonomia differenziata. Le monarchie dei direttori generali vanno superate a favore di scelte partecipate dal territorio. Gli obiettivi di salute vanno individuati e verificati con gli strumenti dell’epidemiologia anziché col mantra del pareggio di bilancio: la salute non è la sommatoria delle prestazioni sanitarie disponibili. Occorre agire su tutti i determinanti di salute coordinando l’azione dei diversi enti: sicurezza sul lavoro, condizioni residenziali e di vita idonee, tutela ambientale. Non si tratta di fare qualche aggiustamento alle norme vigenti, Urge una vera nuova riforma sanitaria a livello regionale e nazionale attualizzando i principi già contenuti nella riforma del 1978.

* Presidente Medicina Democratica – Tecnico della Prevenzione