UN “NUOVO SOGGETTO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN “NUOVO SOGGETTO” da IL MANIFESTO

«Il tempo nuovo del sindacato». Dialogo tra Luciana Castellina e Maurizio Landini

Cgil. Misurarsi con la grande questione ambientale comporta la definizione di un piano complessivo a partire dalla centralità dell’occupazione e di una sua trasformazione. Il «sindacato di strada» potrebbe essere uno degli strumenti importanti per rivitalizzare la mobilitazione. Perchè oggi viviamo una condizione che non è più quella degli anni ‘60Luciana Castellina  06.04.2021

In questo anno di pandemia abbiamo tutti imparato molte cose che non sapevamo. Adesso sappiamo che la Terra è molto malata, che la stessa umanità è a rischio di estinzione. E anche il capitalismo, che fino a ieri appariva trionfante, è ormai privo delle sue arroganti certezze. Dello scenario apocalittico che si intravede noi non siamo più premonitori, siamo noi stessi, ci piaccia o meno, protagonisti. Ne parliamo con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Pensi che della particolarità del tempo che viviamo ci sia piena coscienza? Che il sindacato possa giocare in questo quadro un ruolo anche diverso da quello del passato ( o forse potremmo dire: recuperare in pieno il ruolo politico che ha giocato nella storia del nostro paese?).

La pandemia ha messo drammaticamente in evidenza l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo che ha portato alla rottura degli equilibri con la natura. La diffusione del virus ha fatto emergere, in modo drammatico, contraddizioni peraltro presenti già da tempo e ha accelerato la crisi della democrazia già in atto. Il lavoro si è precarizzato e svalorizzato al punto che si è poveri anche lavorando. Il potere decisionale si è accentrato in mano di pochi. Contano di più grandi multinazionali che singoli Stati. Sono diventati sempre più lontani e impenetrabili i luoghi dove vengono assunte decisioni determinanti per tutti noi. Mi chiedi se di tutto ciò vi sia piena coscienza. Io sono certo di una cosa: di fronte alla portata della crisi che stiamo vivendo non si può tornare a fare, come pure qualcuno pensa, le stesse cose di prima. C’è bisogno di un cambiamento radicale: di pensare a un diverso modello di società. E anche il sindacato deve cambiare. È cresciuto in un mondo nel quale i termini crescita, sviluppo, progresso tecnologico, diffusione del benessere coincidevano. Oggi siamo di fronte a un quadro radicalmente nuovo: si è spezzato quel rapporto che sembrava scontato quanto lineare tra sviluppo e benessere. Inoltre la crescita deve misurarsi con un tema nuovo per il sindacato e non solo: il concetto di “limite”, che ci dice che le risorse naturali – aria, acqua, la terra stessa – non sono infinite.

Occorre prendere atto che il modello di crescita che si è affermato fino ad oggi mette in discussione la vita delle persone sul pianeta o quanto meno la sua qualità, innescando un nuovo meccanismo di selezione tra ricchi e poveri. E’ questo il terreno nuovo, difficile, su cui il sindacato deve operare. Il tema di “cosa produrre, come produrre, per chi produrre” diventa decisivo se non si vuole che a pagare il conto della crisi sia il mondo del lavoro.

 È specialmente nei tempi di transizione che il sindacato è stato coinvolto nel dibattito politico generale. Penso, innanzitutto, al Piano del Lavoro, proposto da Di Vittorio nel dopoguerra. Ma penso anche all’apice del “miracolo economico”, nei primi anni ’70, quando i metalmeccanici usarono la forza, accumulata anche dalla spinta sessantottina, per superare l’orizzonte puramente salariale delle rivendicazioni, per aggredire l’organizzazione stessa della produzione, intaccare il potere padronale in fabbrica e trascinare nel conflitto l’intera condizione umana del lavoratore – il suo abitare, la sua salute, la scuola. Fu quando i Consigli di fabbrica produssero anche i Consigli di zona che a loro volta spinsero la creazione di preziosi organismi: Medicina Democratica, Magistratura Democratica, finanche Polizia Democratica. La proposta che tu hai avanzato quando sei stato eletto segretario generale, di sperimentare, accanto a quelli tradizionali di categoria, anche un “sindacato di strada”, mi ha sollecitato a rivisitare quelle memorie. Tanto più interessanti oggi che nuovi movimenti, nati dalle nuove contraddizioni prodotte dal sistema, hanno fatto nascere sul territorio inedite e dinamiche figure sociali che hanno proprie specifiche forme di mobilitazione. Mettere in rete questi soggetti potrebbe arricchire il potere contrattuale di tutti, conferendo al sindacato una nuova preziosa centralità. L’urgenza di definire un progetto adeguato alla difficoltà che presenta la transizione ecologica non avrebbe forse bisogno, per esempio, di un nuovo Piano del lavoro, non affidato agli uffici studi, ma definito coinvolgendo ”la strada”?

Misurarsi con la grande questione della transizione ecologica vuol dire battersi non per una sommatoria indifferenziata di progetti e investimenti. Comporta la definizione di un piano complessivo a partire dalla centralità del lavoro e di una sua trasformazione. Questo vuole dire cambiare radicalmente l’attuale modello di produzione e di consumo; passare dalla produzione di beni di consumo individuali a quella di beni collettivi. Vuol dire occuparsi di risanamento delle aree urbane, della mobilità collettiva, di suolo, aria, sanità, formazione, ricerca, cultura. E soprattutto di energie rinnovabili e di riuso per impedire lo spreco. L’economia circolare, ad esempio, che tutti citano ma nessuno sembra prendere realmente sul serio, vuole dire una nuova politica industriale che implica però il passaggio dalla logica dell’ ”usa e getta” a quella basata sulla manutenzione.

È un campo che offre grandi potenzialità per nuovi settori di occupazione. Naturalmente un nuovo modello di sviluppo non è un progetto illuministico che si cala dall’alto. Si può attuare a condizione che ci sia un grande progetto di cambiamento generale che nasca dalla contrattazione nei posti di lavoro e nelle vertenze territoriali. E che coinvolga quelli che tu chiami nuovi soggetti, movimenti, figure sociali, frutto delle contraddizioni di questo sistema. E che, non c’è dubbio, bisogna provare a “mettere in rete”, arricchendo così la capacità contrattuale di tutti. In secondo luogo per un cambiamento di tale portata serve il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori. Bisogna investire sul lavoro e sulla sua qualità, a partire dal superamento della precarietà e dal diritto alla formazione permanente e alla conoscenza.

Un diritto fondamentale se non si vogliono subire le nuove forme di disuguaglianze, di cui l’esclusione dal sapere rappresenta la forma più discriminatoria. I lavoratori devono poter dire la loro, con competenza, sulla natura degli investimenti, sugli indirizzi delle imprese. Si tratta perciò anche di pensare a nuove forme di democrazia economica, di sperimentare nuove forme di codeterminazione nelle imprese, consapevoli che oggi è anche più acuta l’esigenza di una riflessione sulla contraddizione tra il diritto di proprietà e la libertà della persona nel lavoro. In sostanza si deve far sì che la Costituzione non rimanga fuori dai cancelli dei posti di lavoro. Penso sia il momento di un sostegno legislativo alla contrattazione collettiva che dia validità erga omnes ai contratti collettivi nazionali. E di una legge sulla rappresentanza che recepisca gli accordi interconfederali, sancisca il diritto di voto delle lavoratrici e dei lavoratori per approvare gli accordi che li riguardano, che certifichi la rappresentanza delle controparti datoriali.

Il progetto di transizione rende necessarie riforme profonde. Sarebbe grave se pensassimo che dovrà pensarci il Parlamento. In quella sede si misurano i rapporti di forza in base ai quali si definiscono i possibili compromessi che poi le caratterizzeranno. Così è stato in passato, quando la sinistra ha avuto la forza, pur non stando al governo, di strappare conquiste decisive. Se oggi non otteniamo più quasi niente è anche perché c’è stata una delega che ha sottratto la politica ai cittadini e ha insterilito lo stesso scontro parlamentare.

Il “sindacato di strada” potrebbe in effetti esser uno degli strumenti importanti per rivitalizzare la mobilitazione della società. Perché oggi viviamo una condizione molto diversa da quella, ad esempio, degli anni ‘60. Allora c’era una omogeneità nelle condizioni di lavoro. Oggi non è più così. Le catene degli appalti e dei subappalti, le esternalizzazioni, le delocalizzazioni hanno prodotto un mondo del lavoro frammentato e diviso. E ciò produce disuguaglianze di reddito e di diritti. La stessa solidarietà fra lavoratori non è più un dato scontato ma un elemento da ricostruire. Oggi giocano un ruolo decisivo strutture sindacali confederali, orizzontali oltreché categoriali, indispensabili per riunificare ciò che è stato diviso. Occorre riscoprire il ruolo fondamentale delle Camere del lavoro, rinnovando la straordinaria funzione che ebbero alla loro nascita, quando furono la sede della costruzione della solidarietà tra persone che facevano lavori diversi o che il lavoro non lo avevano affatto, il luogo della mutualità, della formazione e dell’impegno per dare una risposta collettiva a problemi diversi. Proprio per via della frammentazione, il territorio diventa il luogo dove si possono incontrare i lavoratori, in particolare quelli che vivono le condizioni di maggiore disagio. Inoltre, la presenza sul territorio consente di aprire vertenze su servizi, casa, trasporti, cultura, tempo libero. È da lì che si guarda al lavoratore e alla lavoratrice non solo in rapporto al loro lavoro ma anche alla loro complessiva condizione sociale. Significa vedere la connessione tra luoghi di lavoro e ciò che sta fuori, coglierne tutte le dimensioni.

In questo contesto non pensi che il “sindacato di strada” potrebbe in qualche modo costituire anche un’indicazione positiva nell’ormai asfittico dibattito che tormenta la sinistra: sulla forma partito, se servono o non servono, se contano ormai solo i movimenti o le organizzazioni di volontariato, sulla società civile spesso mitizzata. Insomma: il “sindacato di strada” potrebbe essere il seme che dà forma alla sperimentazione di nuove forme di democrazia organizzata che colmino il pericoloso vuoto che la crisi dei partiti di massa ha lasciato. Un lavoro aggregante, di rete, che potrebbe costituire il terreno su cui proviamo a ridar sostanza alla democrazia, a dare alla partecipazione continuamente invocata un riferimento chiaro. Che è comunque la premessa per ridar senso ai partiti. Non voglio volare troppo alto, ma penso che a partire da questo tipo di esperienza si potrebbe rilanciare la proposta di Gramsci di far crescere sul territorio “consigli”, organismi emersi dal consolidamento dei movimenti in grado di ridurre l’autoreferenzialismo dei partiti e di condizionare gli effetti dello storico esproprio della gestione della società operato dalla burocrazia statale. Nel senso che consentirebbe via via di riappropriarsene, anche rilanciando l’esperienza cooperativa, in qualche settore (l’acqua, per esempio?) oggi abbandonato all’arbitrio delle istituzioni statali. Poiché in questi giorni si celebrano i 150 anni della nascita di Rosa Luxemburg, anche lei, come Gramsci, convinta della necessità di accompagnare con nuove forme di democrazia diretta l’assetto politico, ho provato a buttar lì nelle conferenze che in sua memoria sono state promosse, il tema “Rosa Luxemburg e il sindacato di strada di Landini”. Ho incontrato grande entusiasmo dei compagni.

Come ho già detto, il “sindacato di strada” può aiutare a ricostruire un protagonismo del mondo del lavoro, indispensabile a far fronte dei grandi problemi che abbiamo fin qui delineato. Tanto più quando veniamo da anni durante i quali la partecipazione democratica è stata mortificata da una visione della politica che ha considerato come unica bussola la “governabilità” e “la manutenzione tecnica” del sistema. Le molteplici riforme istituzionali e costituzionali hanno tutte implicitamente espresso un obbiettivo: accentrare la decisione politica negli esecutivi, “liberare il campo da tutte le reti dei poteri intermedi”. Le stesse forze progressiste e di sinistra sono state dentro questo processo e hanno via via spezzato i fili della rappresentanza con il mondo del lavoro. La loro afasia dipende anche da questa rottura.

Io penso invece che cambiamento voglia dire dare vita ad un progetto di trasformazione sociale che si sostanzia del rapporto concreto con le persone. Anche per questa ragione riteniamo fondamentale la tenuta del rapporto unitario con Cisl e Uil. È un rapporto che va rilanciato e che, nel vivo dell’esperienza concreta, deve saper prospettare un nuovo sindacato confederale unitario, plurale, partecipato, democratico. Oggi tra l’altro, c’è una condizione nuova, non scontata, ma che potrebbe consentire di andare in quella direzione: non esistono più le divisioni prodotte dalla guerra fredda. D’altronde, la stagione più intensa della partecipazione democratica, quella degli anni ’70, ha coinciso proprio con l’esperienza unitaria dei consigli di fabbrica e dei consigli di zona. Le stesse riforme strappate allora, quelle che furono chiamate “riforme di struttura”, non erano, come invece accade oggi, editti, ma il frutto di una intelligente pratica sociale: lo Statuto dei Lavoratori del 1970 e lo sviluppo della contrattazione collettiva, la riforma sanitaria del 1978, che era il compimento delle lotte operaie sulla salute in fabbrica e di una medicina alternativa praticata nei territori; la 180 per il superamento dei manicomi che è stata preceduta dalle esperienze di Basaglia a Gorizia e a Trieste; il divorzio e la legge 194 che furono anche il frutto della crescita del movimento femminista che affermò il principio del riconoscimento della cultura di genere e della differenza; la straordinaria esperienza delle 150 ore.

Tu mi chiedi se oggi il “sindacato di strada”, rivisitando quella memoria, possa contribuire ad aprire una nuova stagione di democrazia e di partecipazione. Ti rispondo con qualche considerazione. In primo luogo proprio la frantumazione del lavoro che ha fatto seguito alla controffensiva capitalista degli anni ’80, ha messo in difficoltà la nostra stessa capacità di rappresentanza. È una questione che in gran parte riguarda la politica ma coinvolge anche il sindacato. Bisogna allora pensare e praticare forme di democrazia capaci di raccogliere la complessità delle condizioni di lavoro. Si può, ad esempio, pensare a delegati di sito e di filiera, lavoratori cioè che tentano, a partire dalla loro funzione di rappresentanza, di unire ciò che oggi è diviso. In secondo luogo “sindacato di strada” significa fare del sindacato un soggetto attivo entro un processo aperto e più ampio attraverso il confronto e l’iniziativa con soggetti che possono contribuire a costruire progetti di trasformazione della società e di affermazione di nuovi diritti. Questo vuol dire, come Bruno Trentin ricordava spesso, costruire forme nuove di consultazione e collaborazione reciproca. Forme nuove di rappresentanza, di organizzazione, di partecipazione, non certo sostitutivi degli istituti della democrazia delegata, ma suo arricchimento. Si tratta di problemi non solo italiani, ma europei. E a quel livello dobbiamo affrontarli, costruendo esperienze, e vertenze, comuni, qualcosa che fino ad oggi, diciamo la verità, abbiamo fatto ancora assai poco.

Un «nuovo soggetto», la campana suona per tutti

Sinistra. È evidente che non basta un “populismo gentile” autarchico, funzionale a recuperare un po’ di voti per contare al tavolo della spartizione elettorale e non è sufficiente neppure affrontare lo schema “della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine”

Franco Astengo  06.04.2021

Perché da più parti stiamo reclamando l’apertura di un confronto a sinistra finalizzato a costruire una nuova soggettività ? A giudizio di alcuni (forse molti) è arrivato il momento di capire perché può ancora servire una sinistra in grado di svolgere un ruolo incisivo nel mutamento in atto delle condizioni politiche e della dimensione sociale, fornendo anche un contributo di riaggregazione su entrambi i fronti sociale e politico.

La ragione di questa richiesta non risiede semplicemente nel cercare di far sì che si esca da una fase di irrilevanza per questa frantumata sinistra, una irrilevanza che si accompagna ad una vera e propria “apatia sociale” che sembra pervadere il Paese.

Eppure questa richiesta di ricerca di soggettività non deve essere intesa come un semplice richiamo politicista il cui scopo sarebbe quello di realizzare un recupero di presenze istituzionali per ricostruire così quello che potremmo definire un “ceto politico” mascherato da “classe dirigente” (un film già visto in questi anni dalle parti di PD, Lega, M5S). Neppure serve partire da uno schema di alleanza politica stipulata semplicemente per “fermare la destra” e tanto meno da ipotesi preventivamente “governista”.

I nodi sono due, ineludibili: l’autonomia ideale e politica, la tensione egemonica. Il discorso sulle alleanze può soltanto essere sviluppato sulla base di poter disporre di questi due fondamentali elementi distintivi. Si tratta di riflettere ed esprimere una capacità di proposta per metterci in condizione di affrontare temi aperti come interrogativi (per i quali chi scrive ovviamente non dispone di risposta):

1) ”Ha vinto Amazon”, così Miguel Gotor conclude il suo “L’Italia nel novecento” appena uscito da Einaudi e che può essere giudicato come un “articolato affresco”. A questa affermazione “Ha vinto Amazon” lo sciopero di qualche giorno fa ha aggiunto un punto interrogativo: e su quel punto interrogativo dovremmo lavorare. E’ il caso allora di chiederci: siamo ineluttabilmente diretti verso un indirizzo di “democrazia pilotata” racchiusa in un orizzonte di egemonia tecnocratica? Con quali strumenti possiamo contrastare l’estensione dei meccanismi di sfruttamento che pesano sulle espressioni quotidiane e vitali frutto della complessità di contraddizioni delle quali fino a qualche anno fa avevamo vago sentore e che adesso sono esplose anche in forme del tutto impreviste (come quelle dettate da un’emergenza sanitaria globale che non si concluderà nel momento di un allentamento della morsa epidemica) ? Può essere ancora possibile proporre un’alternativa allo sfruttamento complessivo esercitato dal dominio tecnocratico?;

2) Come si sta ristrutturando in Italia il complesso dei poteri nel momento in cui si sta trasformando il quadro globale? Un quadro globale (quello che Limes definisce “caoslandia”) segnato dall’idea di una “nuova alleanza” dell’Occidente patrocinata dalla presidenza americana. L’esito delle elezioni statunitensi ha chiuso sia la fase del “gendarme del mondo” che quella della “America first” e si trova a dover fronteggiare contemporaneamente una superpotenza in grado di competere sul piano economico e, nel contempo, la costruzione di una articolazione non prevista di schieramento (a partire dal ripresentarsi di una faglia est/ovest all’interno dell’Unione Europea).

Allora come si articola attorno a questi elementi l’insieme del sistema di potere economico e politico del nostro Paese dopo gli sbandamenti del governo giallo verde, la Brexit, l’apertura già ricordata di una frattura Est/Ovest all’interno dell’Unione Europea, la parte orientale del Mediterraneo in mano russo/turca e tutto il resto che sta cambiando in una situazione di vera e propria corsa al riposizionamento strategico?
Insomma: non è un capriccio chiedere con forza l’apertura di una discussione di fondo all’interno di ciò che rimane della sinistra italiana intorno al tema della possibile costituzione di una soggettività adeguata, di ricostruzione di una identità posta al di fuori da stilemi ormai evidentemente inadeguati.

È evidente che non basta un “populismo gentile” autarchico, funzionale a recuperare un po’ di voti per contare al tavolo della spartizione elettorale e non è sufficiente neppure affrontare lo schema “della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine.”

La campana suona per tutti, ha scritto Norma Rangeri, ma dobbiamo disporci per non farla suonare invano.