UN NUOVO FRONTE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5256
post-template-default,single,single-post,postid-5256,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

UN NUOVO FRONTE? da IL MANIFESTO

Un nuovo fronte? Sì, di sinistra

Oltre Letta. Se nel Pd c’è la maledizione delle correnti e del potere, a sinistra c’è la maledizione della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine. La campana suona per tuttiNorma Rangeri  16.03.2021

Per un presidente del consiglio che raccoglie una supermaggioranza, con centrosinistra e centrodestra alleati di governo, e invita a mettere da parte le rispettive identità per il bene comune, ecco un neo-segretario del Pd chiamato a governare un partito balcanizzato dalle correnti alle quali chiede di mettersi una mano sulla coscienza per lavorare tutti insieme, anche in questo caso, per il bene del paese.

In un tandem politico, Draghi e Letta pedalano dunque nella stessa direzione, da due postazioni diverse: l’uno come capo azienda e l’altro come azionista di riferimento.

E, nel tandem, il Pd è, come Letta conferma, un partito governativo di centro, che è poi l’identikit del neosegretario, osannato domenica da tutti quelli che hanno costretto Zingaretti a farsi da parte.

Sicuramente il Partito democratico è bisognoso di una vigorosa ristrutturazione politica e di una rigenerazione morale che Letta ha tradotto con l’immagine di «anima e cacciavite». Ma pur ringiovanito, femminilizzato, rigenerato e ristrutturato, resta un partito né di destra, né di sinistra (nonostante gli sforzi di etichettarlo così, come abbiamo letto su alcuni giornali), concepito soprattutto per governare.

E prima farà pace con questa sua natura e prima si riconcilierà con il suo reale destino. La spinta ideale per una Piazza Grande di zingarettiana memoria è fallita ancor prima delle dimissioni dell’ex segretario.

Punto e a capo.

La sinistra, parola che nel suo lungo discorso all’assemblea del partito Letta non ha mai pronunciato (ha usato molte volte «radicale» che è multitasking), è un’altra cosa.

E a parte le molte buone intenzioni di ordine generale, non ha demolito nessun architrave delle politiche messe in atto negli ultimi anni: dal jobs act (imposto da Renzi con arroganza e violenza politica contro la Cgil) ai lager libici, alle riforme istituzionali. Enrico Berlinguer che pure è stato evocato dal nuovo inquilino del Nazareno, non c’entra nulla con un partito che ha espunto la parola sinistra dal suo stesso nome.

È chiaro come il sole che, in questo momento di scossoni politici e sociali, la sinistra dovrebbe ricostruire il suo campo.

Tuttavia il condizionale è più che mai d’obbligo visto lo stato in cui versano le varie sigle che vi si riferiscono. Perché in teoria si tratterebbe di coltivare una vasta prateria, grande quanto l’arcipelago sociale che in questi anni ha conosciuto il protagonismo di movimenti giovanili, ambientalisti femministi insieme a nuove soggettività cresciute nel lavoro intermittente, manuale e intellettuale.

Qui c’è la materia prima, sorgente e incandescente, per ritrovare un movimento cosmopolita capace di portare molta acqua al mulino diroccato della sinistra.

Tuttavia si tratta di essere consapevoli del fatto che costruire, qui e ora, una Rete con un coordinamento strutturato e nazionale delle varie esperienze dei territori, è una condizione necessaria. Perché ciascuna associazione, movimento o tendenza fa capo a se stessa e, negli ultimi anni, troppi ormai, non ha mai trovato la forza, il coraggio di darsi una forma, un’organizzazione, pagando così lo scotto di muoversi molto e ottenere molto poco.

Risultando, il nostro paese, come l’unico in Europa, a non avere una forte rappresentanza di sinistra.

Se nel Pd c’è la maledizione delle correnti e del potere, a sinistra c’è la maledizione della frammentazione e del minoritarismo del piccolo gruppo, dei pochi ma buoni, del benaltrismo senza fine. La campana suona per tutti.

Ben venga allora un Pd che esce dai centri storici per provare a tornare nelle periferie sociali, perché chi in queste terre abbandonate ci vive e ci lavora possa avere ascolto e sostegno. Ma siamo anche noi a doverci rigenerare e riorganizzare, nelle proposte e nelle persone.

Qualche giorno fa la giovane vicepresidente dell’Emilia Romagna, Elly Schlein sollecitava, proprio in questo momento di massima trasformazione determinata dalla pandemia e dai massicci finanziamenti europei, di osare un’operazione «pirata» di riunificazione del fronte della sinistra, contro le divisioni, e sollecitava una ripartenza non a cominciare dal Pd e da un partito in quanto tale, ma dalla Rete dei movimenti.

Condivido, la direzione mi sembra giusta. Per cui se c’è una talpa (o più di una) che scava in questi territori, è il momento che esca allo scoperto, per farsi vedere.