TUTTI CAPITALISTI? da MICROMEGA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TUTTI CAPITALISTI? da MICROMEGA

Tutti capitalisti? La guerra neoliberista e le strategie di resistenza

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di Alessandro Portelli  27 novembre 2020

Scendendo lungo il Mississippi sulla zattera con Huckleberry Finn, lo schiavo fuggiasco Jim si congratula: “Sono ricco adesso. Sono proprietario di me stesso, e valgo ottocento dollari”.


Nel 1990, una delle protagoniste del movimento della Pantera nella mia facoltà spiegava: “Ci dicono che dobbiamo essere imprenditori di noi stessi, e io questo non lo sopporto”.

Il libro di Marco D’Eramo, “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi” (Feltrinelli, 2020), è una mappa per il viaggio fra queste due frasi distanti un secolo e mezzo. Questa mappa ha un nome: si chiama “neoliberismo”. D’Eramo spiega con la sua abituale chiarezza che non si tratta di una forma estrema di liberismo, ma di un paradigma del tutto nuovo, una specie di teoria generale non solo dell’economia ma dei rapporti umani e sociali, della stessa natura umana. Nel liberismo, il principio dominante era il mercato: cioè (dicevano) uno scambio regolato che tende all’equilibrio; nel neoliberismo, il principio e la fine di tutto è l’impresa, cioè la competizione senza regole e senza limiti. Al posto dello scambio e del conflitto fra capitale e lavoro sta la trasformazione di tutti gli individui in – appunto – imprenditori di se stessi senza altro fine che la valorizzazione del proprio “capitale umano”. Da todos caballeros todos capitalistas, scrive ironicamente D’Eramo.

Nelle intenzioni di Mark Twain, credo che la frase di Jim esprimesse (come altre sue battute nel libro) la sua ingenuità: una persona abituata a pensarsi come merce in un sistema sociale dove gli esseri umani si comprano e si vendono non sa altra misura del proprio valore umano se non il proprio valore come merce. Ma senza volerlo Mark Twain aveva visto lontano. Quello che dava valore di mercato a Jim quando era proprietà della vedova Douglas, infatti, erano la competenza e la forza fisica grazie a cui realizzava i lavori della piantagione: quello, appunto, che oggi chiameremmo il suo capitale umano (e così lo chiama lo storico neoliberista Robert William Fogel, in un libro che gli è valso il Nobel). Ora, nel momento in cui Jim non è più schiavo, cambia la proprietà del capitale umano ma il capitale resta lo stesso. Jim ha valore sul mercato del lavoro per le stesse ragioni per cui aveva valore nel mercato degli schiavi; anche da libero, vale davvero ottocento dollari (salvo la differenza non trascurabile su chi è che alla fine se li mette in tasca). D’altronde, nota Marco D’Eramo, “questi neolib hanno una passione sfrenata per la schiavitù”: a parte Fogel, che dimostrava la funzionalità della schiavitù come sistema economico, D’Eramo cita Robert Nozick, secondo cui “un sistema libero dovrebbe permettere agli individui di vendersi in schiavitù”; o Richard Posner, che teorizza “una libera compravendita di infanti”. In certe autobiografie di ex schiavi a fine ‘700, da Olaudah Equiano a Venture Smith, l’emancipazione dello schiavo significava che da merce poteva farsi mercante; nella narrazione neoliberista di oggi, farsi imprenditori di se stessi significa essere merce e mercante contemporaneamente.

Ora, la studentessa della Pantera questa idea non la sopportava. Trent’anni dopo, abbiamo imparato non solo a sopportarla, ma a pensare che sia una condizione di libertà – una forma di emancipazione (todos Caballeros – todos partite IVA). Per questo, è molto giusto che il libro di D’Eramo non parta subito dall’economia o dalla finanza, ma dalle idee, cioè dalla guerra di classe nella cultura, citando il manuale antiguerriglia dei marines che riconosce l’importanza delle ideologie e afferma “le idee sono armi” e le insurrezioni si sconfiggono anche su quel piano. La destra l’ha capito proprio mentre la sinistra lo stava dimenticando. Così, D’Eramo comincia raccontando la poco conosciuta ma essenziale storia delle fondazioni neoliberali e dei “think tanks” che forniscono le idee alle imprese e occupano direttamente posti di controllo nei governi e nella Corte Suprema, permeando delle proprie idee il sistema delle comunicazioni e dell’istruzione; e finisce ritornando sulla centralità del linguaggio e delle sue deformazioni. Così, mentre noi ci copriamo il capo di cenere per qualche eccesso di “politically correct” nelle sempre più ininfluenti facoltà umanistiche, il neoliberismo più estremo si impadronisce delle facoltà di economia e di legge (e, per esempio, un importante economista non conformista come Sam Bowles viene messo fuori dalla facoltà di economia di Harvard: si era permesso di elaborare una teoria economica basata sull’idea che gli esseri umani sono motivati a volte anche da interessi non egoistici).

Da cui, D’Eramo parte per una esplorazione del mondo contemporaneo che metterebbe in difficoltà qualunque recensore non dotato della stessa ampiezza di competenze e puntualità di analisi che il libro dimostra in ogni pagina. In quanto dottrina generale, Ideologia che si afferma come Natura, il neoliberismo riduce a merce tutti i rapporti, dalla politica alla beneficienza, dalla distruzione del pianeta alla quotidianità delle microrelazioni familiari. Per fare questo, non si arresta di fronte al grottesco di quella che D’Eramo chiama ”pornografia sociale”: la legittimazione sotto vesti “scientifiche” dei peggiori impulsi umani, l’ingiustizia e la disuguaglianza sono un bene necessario alla civiltà, non c’è differenza in economia fra un bambino e un frigorifero, l’inferiorità degli afroamericani è dimostrata (e la libera compravendita dei bambini servirebbe anche a impedire che a una famiglia perbene venga affibbiato un bambino di seconda scelta). E, lungi dal ridursi al minimo come nell’estremismo liberista, per il pensiero neoliberista lo stato rimane essenziale, una indispensabile “azienda al servizio di tutte le aziende”.

D’Eramo non si limita però a descrivere l’ideologia neoliberista ma ne mostra aporie e contraddizioni. Intanto, in quanto, appunto, ideologia: la ragione per cui il pensiero neoliberista (e le aziende e le politiche che vi si ispirano) continua a negare il cambiamento climatico causato dall’economia di mercato non è economica (potrebbero arricchirsi ancora di più sfruttando le opportunità della riconversione ecologica) quanto, appunto, ideologica: non possono permettersi di ammettere che il mercato non solo non ha sempre ragione ma ci sta portando verso la catastrofe. E poi, in quanto logica, che scambia descrizioni con dimostrazioni, capovolge effetti e cause, in ossessive tautologie circolari (perché una mamma ama un bambino? Perché ne trae un utile sotto forma di soddisfazione emotiva; perché la soddisfazione emotiva è un utile? Perché se non lo fosse la mamma non amerebbe il bambino. E lasciamo perdere – ma D’Eramo non lo fa, anzi lo smonta accuratamente, la vaghezza del concetto di “utile” che pure è quello che regge tutta la baracca).


Possiamo fare qualcosa su tutto questo? Mi viene in mente Sara Ogan Gunning, la grande voce musicale delle lotte dei minatori di Harlan County, che chiudeva un suo memorabile brano (“Odio il sistema capitalistico”) dicendo: “Che possiamo fare contro questa gente così forte e potente? Ebbene, ve lo dico io: possiamo lottare, lottare e lottare”. La lotta che delinea Marco D’Eramo alla fine del libro è, coerentemente con l’inizio, in primo luogo una lotta di idee – una specie di judo in cui, come la destra neoliberista ha imparato dalla sinistra, noi possiamo imparare da quello che la destra ha fatto in questi anni e armarci della sua stessa forza. A partire dalla proprietà del linguaggio: io sono convinto che il disastro della sinistra è cominciato quando ci siamo fatti convincere che il nostro linguaggio era un “sinistrese” ridicolo e carico di cliché; Marco D’Eramo avverte che “il primo passo per rilegittimare i conflitti, le ‘insurrezioni’” è una battaglia linguistica, “la lotta contro l’eufemismo”. Ricominciamo a chiamare le cose col loro nome, i padroni padroni, l’impero impero; smettiamo di lasciargli sovvertire parole come “libertà” e perfino “riforma”. Quando smetteremo di parlare come vogliono loro, cominceremo a smettere di pensare come vogliono loro e forse ricominceremmo ad agire come vogliamo noi.