TRICKEL- DOWN
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRICKEL- DOWN

Quella sintonia tra populisti neoliberali e sovranisti

Governo Draghi . Ancora una volta l’Italia si fa laboratorio politico globale, testando un governo sostenuto assieme dai sovranisti conservatori e dagli europeisti neoliberaliSalvatore Cingari  03.03.2021

Qualche giorno fa su questo giornale Loris Caruso rilevava gli aspetti cesaristi e populisti del governo Draghi. Ma qual è il contenuto di questo populismo? È il populismo di mercato: un’ideologia che cerca il consenso popolare.

E lo cerca “rottamando” i dispositivi che incrinano la sua centralità: l’economia pubblica, i sindacati, i partiti strutturati di massa, i meccanismi di redistribuzione. Tali istituzioni sono infatti viste come puntelli per un’élite politica che tende a favorire soggetti immeritevoli sulle spalle di chi invece garantisce la produzione. Il populismo di mercato enfatizza la società civile, ma intesa non come mutualismo e autonomia sociale, bensì come privato economico contrapposto allo Stato sprecone e come luogo dell’efficienza e della performance preferito ad un impiego pubblico improduttivo e costoso.

La politica stessa è vista come un’attività parassitaria, per cui gli stati devono essere guidati da imprenditori o manager, come fossero aziende. Le diseguaglianze non si possono eliminare, anzi sono necessarie per alimentare la concorrenza, sebbene si possano ridurre ma senza redistribuire le risorse, bensì favorendo maggiormente l’accumulazione di capitale che poi si riverserà sulla base sociale in forma di sgocciolamento: per risolvere i problemi sociali non c’è che l’innovazione e l’incentivo all’impresa e alla produzione come fonti di espansione del godimento consumistico generale. Il posto di lavoro fisso va visto come un intralcio alla libertà imprenditoriale e alla stessa libertà del lavoratore che nella flessibilità esalta la sua vitalità.

Questi valori ormai da tempo egemonici a livello di massa, si sono originariamente imposti con il “populismo autoritario” thatcheriano e reaganiano, che lo coniugava con venature neo-conservatrici, che poi successivamente si sarebbero stemperate nelle versioni più centristiche o anche di centro-.sinistra. Forti componenti populistiche di mercato hanno infatti caratterizzato il berlusconismo, ma anche la Terza via di Tony Blair, il clintonismo e il renzismo, fino al Movimento Cinque Stelle specie di area Casaleggio e il macronismo.

In tutte queste prospettive politiche il populismo di mercato tende ad essere anche populismo aziendale e cioè un sistema di valori orientato alla vita d’impresa, esaltata dalla fantasmagoria postfordista dei mezzi digitali, a cui si ritiene debba essere adeguata tutta la vita in comune. Il new public management mira a riprodurre il modello privato-competitivo anche nelle istituzioni pubbliche, originariamente improntate alla gratuità del servizio alla comunità, all’insegna di una rendicontabilità “responsabile” ancorata a pervasivi sistemi di valutazione prestazionale e processi di qualità spesso di nessuna utilità se non quella di ricordare il dovere di adeguarsi ad un’idea di meritocrazia basata su parametri costruiti sul modello economico dominante.

Ancora una volta l’Italia si fa laboratorio politico globale, testando un governo sostenuto assieme dai sovranisti conservatori e dagli europeisti neoliberali? Esso è nato non solo e non tanto per il capriccio di un leader egocentrico, ma con il preciso significato politico di scongiurare quei pur inadeguati (timidissimi e contraddittori) accenni a prospettive redistributive e attente al bisogno e non al simulacro ideologico del merito, che si erano anche solo affacciate all’ombra del precedente governo (si pensi alla proposta di patrimoniale) e preparare la Restaurazione elitaria-selettiva (Giavazzi, Brunetta, Gelmini etc…) una volta conclusa l’emergenza.

L’esperimento se non altro vale a far comprendere una cosa molto importante: e cioè l’essenza profonda e accomunante fra sovranisti conservatori e europeisti neo-liberali e cioè il culto produttivistico del mercato e dell’impresa: da questo punto di vista una parte del Pd e dei Cinque stelle, Italia viva, Forza Italia e la Lega Nord parlano la stessa lingua.

Un’altra espressione utile per capire il presente è infatti populismo del capitale, con cui si designano quei soggetti politici sovranisti che di fronte alla crisi economica globale non rivendicano tanto un mutamento del modello di sviluppo, né una riduzione delle diseguaglianze, bensì una rivolta del capitale nazionale contro quello internazionale, facendo leva sulle virtù patrie del popolo produttivo e imprenditore (Trump, Farage etc..).

Come tali posizioni non siano nell’essenza profonda opposte a quelle degli europeisti neo-liberali, si comprende bene da un discorso di Victor Orban (pronunciato a Londra nel 2013): per lui lo Stato sociale è un arnese del passato, per cui è necessario sostituire i diritti con una società basata sul merito.

Riforma fiscale e stato sociale, la sinistra batta un colpo

Opinioni . La riforma del fisco si misura dal contrasto di evasione ed elusione che tolgono allo Stato 110 miliardi all’anno, pari alla metà dei fondi – una tantum – del PnrrGaetano Lamanna  03.03.2021

Si fa strada il dubbio che il Pd (parte maggioritaria del campo progressista) possa essere colpito da una sorta di sindrome Draghi, prigioniero di una linea attendista per non disturbare l’azione del deus ex machina. Con un rischio.

Che preferisca sbianchettare le proposte e le idee che maggiormente possono incidere nella dialettica destra-sinistra e nello spostamento in avanti dei rapporti di forza. Sarebbe un errore clamoroso. Si passerebbe, senza soluzione di continuità, dall’illusione grillina dell’«uno vale uno» a quella, ora in voga, dell’«uno vale per tutti».

Le forze di sinistra – dentro e fuori la maggioranza – devono, invece, giocarsi bene la partita, scegliendo di privilegiare le questioni su cui la destra è in maggiore difficoltà rispetto alle dichiarazioni programmatiche del presidente Draghi. Riforma fiscale ed Europa sono i due terreni di gioco.
Sebbene nel suo discorso d’insediamento Draghi abbia sottolineato l’urgenza di un intervento sistematico sul fisco e ne abbia ribadito la progressività, l’esito non è affatto scontato. Sarebbe difficile per tutto il centrodestra abbandonare il cavallo di battaglia della flat tax e Matteo Salvini, da parte sua, continua a chiedere la «pace fiscale» ovvero nuovi condoni e sanatorie. L’esperienza ci dice che con i condoni l’erario ha incassato poco mentre la propensione ad evadere ha trovato nuovo alimento e incoraggiamento.

La credibilità della riforma fiscale si misura innanzitutto dalla capacità di contrastare una evasione e una elusione che toglie allo Stato in media 110 miliardi all’anno, una cifra pari alla metà dei fondi – una tantum – del Pnrr. Su questo obiettivo va lanciata la sfida alla destra.

Siamo uno degli Stati più indebitati al mondo e, al contempo, il paese con una ricchezza privata (finanziaria e immobiliare) che supera i diecimila miliardi (circa quattro volte l’ammontare del debito). Ma a giudicare dalle dichiarazioni dei redditi del 2018 metà della popolazione italiana sarebbe nullatenente. I dati recenti dell’Agenzia delle entrate, inoltre, confermano che il gettito Irpef deriva per l’81 per cento da pensionati e lavoratori dipendenti, mentre il 70 per cento degli imprenditori, lavoratori autonomi, professionisti evadono o eludono il pagamento delle tasse. Non solo dell’Irpef, ma anche dell’Iva, dell’Ires, dell’Irap, dell’Imu, della Tosap, ecc.

Il leader della Lega cerca di cavalcare la rabbia di una piccola borghesia – composta da ristoratori, baristi, negozianti – stremata e impoverita per il Covid. L’argomento delle tasse fa presa e rischia di essere convincente. Se la sinistra non vuole abbandonare questi settori della micro-imprenditoria all’abbraccio della destra, andando incontro ad una sconfitta sicura e duratura, deve farsi promotore di una sorta di «contratto sociale» tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

La riforma degli ammortizzatori sociali in senso onnicomprensivo potrebbe essere il primo segnale del superamento di uno schema che ha mostrato, con la pandemia, tutti i suoi limiti. Secondo questo schema l’evasione del variegato mondo dei lavoratori autonomi è trattata con benevolenza e tolleranza, ma per loro, in caso di calo o perdita di reddito, non agiscono le stesse tutele previste per i lavoratori dipendenti. L’emergenza che stiamo vivendo ha dimostrato quanto sia importante uno Stato sociale che, invece, garantisca tutti, senza distinzione alcuna. Forse è il momento giusto perché la sinistra politica e sindacale provi a stringere un patto di solidarietà tra categorie di lavoratori considerati in perenne contrapposizione.

Lo Stato, da parte sua, al fine di assicurare uguaglianza di trattamento nell’erogazione delle prestazioni sociali, si fa garante che tutti i cittadini adempiano al loro obbligo fiscale, ognuno secondo le sue possibilità, come dice la Costituzione. Quanti evasori in questa pandemia hanno beneficiato di ristori, di bonus e di cure della sanità pubblica? Da ora in poi spetta all’Agenzia delle entrate, utilizzando la massa dei dati e la potenza di calcolo di cui dispone, vigilare con rigore e far pagare chi cerca di evadere. Sarebbe un buon inizio per il riordino complessivo del sistema tributario nel segno dell’equità, della semplificazione e della trasparenza.

L’ancoraggio all’Europa, infine, rappresenta un altro terreno da non sottovalutare nella lotta alla destra nazionalista e per tenere aperta una prospettiva di cambiamento. Senza l’intervento massiccio della Bce e senza il Next Generation Eu lo scenario sarebbe stato certamente più drammatico. Un passo in avanti per accelerare il processo di integrazione sarebbe l’accordo degli Stati sul coordinamento europeo delle politiche di bilancio. Una riscrittura dei trattati è fondamentale. Non dobbiamo temere di cedere quote di sovranità se serve ad avviare una governance europea che comprenda la sanità, la transizione ecologica, le innovazioni tecnologiche, l’antitrust. L’orizzonte europeo è quello che può dare maggiori chances alla sinistra e alle sue battaglie.