TATTICA E STRATEGIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5965
post-template-default,single,single-post,postid-5965,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

TATTICA E STRATEGIA da IL MANIFESTO

L’illusione (distruttiva) di puntare a una disgregazione del M5S

Sinistra. La storia elettorale degli ultimi dieci anni ci dice che pentastellati, piddini e sinistra sono i tre soggetti per l’unica alleanza competitiva alle prossime elezioni

Antonio Floridia  21.07.2021

Sembra dunque che, dopo lo scontro tra Grillo e Conte, il M5S possa procedere a un rinnovamento del suo profilo e darsi finalmente un quadro di regole interne più definito.

Il discorso politico che Conte ha rivolto ai militanti e agli elettori del M5S rimane ancora generico, e tuttavia contiene alcune indicazioni: il profilo che Conte delinea è comunque quello di una forza progressista ed ecologista, che individua come proprio interlocutore la sinistra.

Nonostante le profezie catastrofiste, l’area di opinione e di elettorato rimane oramai stabile da alcuni mesi intorno al 15% e la maggiore visibilità di Conte non potrà che rafforzare questo dato.

Tutti coloro che, tra i commentatori, e anche tra non pochi esponenti politici del centrosinistra, si sono esercitati in tutti questi anni nell’azione di dileggio del M5S, e hanno puntato sulla sua implosione, o negano con aria schifata la possibilità stessa di un’alleanza tra la sinistra e i «grillini», dovrebbero rivolgere altrove le loro facili ironie. E magari chiedersi se davvero la qualità media del personale politico nei partiti mainstream è superiore a quella espressa dal M5S.

Il discorso sul M5S non può essere separato da quello sulla storia della sinistra nel nostro paese. Se guardiamo alla storia elettorale degli ultimi vent’anni, abbiamo sotto gli occhi un movimento franoso che assume tratti catastrofici.

Nelle prime elezioni di questo ventennio (2001 e 2006) si confrontavano due blocchi elettorali di forza quasi analoga. A destra il «polo» berlusconiano sfiorava o superava la maggioranza assoluta, mentre il centrosinistra e la sinistra toccavano i 17 milioni e mezzo di voti (2001) e i 19 milioni di voti (2006).

La «frana» inizia nel 2008 (con la nascita del Pd a «vocazione maggioritaria» e la fine dell’Ulivo come coalizione plurale: sarà un caso?): dal blocco di Cs-Sinistra si distaccano circa 3 milioni e mezzo di voti.

Nel 2013, il Pd bersaniano paga poi il prezzo del suo sostegno al governo «tecnico» di Monti, e così si allontanano altri tre milioni e mezzo di elettori: il M5S, alla prima presenza elettorale, ottiene 8 milioni e 700 mila voti, almeno metà dei quali provenienti da ex-elettori della sinistra. Subito dopo inizia la micidiale «cura» renziana: i cui effetti si vedranno nel 2018, con altri tre milioni di voti in fuga, e il M5S che ne ottiene altri due in più (toccando i 10 milioni e 700 mila elettori). Insomma, in dieci anni e in tre elezioni, dieci milioni di voti in meno all’area che nel complesso possiamo definire di sinistra-centrosinistra.

Una storia fallimentare, quale quella di cui ci parlano questi numeri, non dovrebbe consigliare un atteggiamento meno arrogante?

La nuova collocazione politica abbozzata da Conte poggia su un dato obiettivo: l’attuale, potenziale base elettorale del M5S viene da una storia «di sinistra», e ad essa ci si può rivolgere con un linguaggio «di sinistra». Gli elettori che venivano da destra sono tornati «a casa» alle Europee del 2019 e lì sembrano rimanere.

Ora, se il quadro è questo, appare evidente che non vi sono alternative al progetto di costruire un’alleanza più solida, dotata di una visione comune, tra Sinistra, Centrosinistra e M5S, in vista delle prossime elezioni politiche.

E questo, sia nel caso che si riesca a fare una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, sia – ed a maggior ragione – nel caso in cui rimanga in vigore, come sembra purtroppo più probabile, l’attuale legge elettorale, che impone la formazione di coalizioni prima delle elezioni.

Ma davvero molti esponenti di area Pd o renziana, puntano sulla disgregazione del M5s per un «ritorno» di elettori alla «casa-madre»? Pura illusione. Il distacco di milioni di elettori nasce da una profonda frattura e il Pd dovrebbero rendersi conto dell’usura del suo stesso «marchio», e al massimo potrà tamponare le perdite.

Beninteso, è comprensibile l’obiettivo di un «recupero» di questo elettorato di sinistra; e tuttavia emerge qui un profondo deficit di cultura politica di cui è prigioniero. Semplicemente, sembra del tutto svanito quel tratto costitutivo della migliore tradizione della sinistra italiana: uno «spirito unitario» che non ha tanto, né soprattutto, l’obiettivo di «convincere» gli stati maggiori, ma di parlare a milioni di elettori perduti.

Una vera «egemonia» si costruisce cogliendo l’elemento di “verità” che è contenuto nelle posizioni altrui. Si prenda il caso del reddito di cittadinanza: mal congegnato quanto si vuole ma si può mai contrapporgli il Jobs Act?

Ora questo partito sembra voglia avviare una fase di confronto pubblico, attraverso le cosiddette «agorà democratiche». Quel che è certo è che senza un radicale ripensamento del modello di partito, e del nesso tra partecipazione, discussione e decisione democratica, questo esperimento rischia il flop.

D’altra parte, ci sarebbe anche bisogno di una sinistra, e qui davvero domina il vuoto. Si attende l’ultimo momento per mettere su l’ennesimo cartello elettorale? Attenzione, la credibilità di queste operazioni è oramai prossima allo zero.

Si pensa che non ci siano alternative ad un «ritorno» nel Pd, o si pensa che comunque una presenza elettorale della sinistra fuori dal Pd sia utile comunque alla costruzione di uno schieramento democratico? Sono domande a cui occorrerebbe cominciare a dare una risposta, e a tempo debito.

Le ragioni della sfida che muove dall’incontro tra «verdi» e «rossi»

Tempi presenti. Michael Löwy, «Ecosocialismo», per ombre corte. La sintesi tra la consapevolezza dei pericoli che minacciano il pianeta e la critica sistemica dell’estrattivismo capitalista è per l’autore un «comunismo solare»

Massimo Filippi  21.07.2021

Isabelle Stengers non ha dubbi: «La mancata articolazione tra i ‘rossi’ e i ‘verdi’ è stata «uno dei fallimenti politici più tristi degli ultimi decenni». Intorno a questo fallimento e verso la ricerca di una nuova alleanza ruota il saggio di Michael Löwy, Ecosocialismo. Una alternativa radicale alla catastrofe capitalista (traduzione di Gianfranco Morosato, ombre corte, pp. 156, euro 14). Saggio preciso e affilato non solo nel momento in cui descrive i segni della crisi ecologica in atto, ma anche, e soprattutto, quando ne mette in evidenza le cause e, di conseguenza, si impegna nella ricerca politica di una via d’uscita.

I segni della crisi sono noti così come il rischio tutt’altro che fantascientifico che possano instaurarsi devastanti meccanismi di feedback positivo (dovuti, per esempio, al fenomeno albedo o allo scioglimento del permafrost) in grado di accelerare l’incedere della catastrofe.

MENO CONDIVISA è invece la presa d’atto che il responsabile del disastro ambientale non sia un qualche fantomatico Anthropos quanto piuttosto il capitalismo – in tutta la sua violenta materialità -, la cui impresa, fondata su accumulazione, crescita e consumo illimitati, sta compromettendo «le precondizioni della vita stessa sul pianeta», reificando tutto in poltiglia nera.

È a partire da qui che Löwy disegna il suo progetto ecosocialista che non esita a definire «la grande sfida per un rinnovamento del pensiero marxista alle soglie del XXI secolo».

UN PROGETTO che intende far dialogare i «verdi», che non sembrano comprendere appieno l’importanza della «critica marxiana dell’economia politica», e i «rossi» che non paiono aver colto fino in fondo che il capitalismo non si nutre solo della sua prima contraddizione – quella individuata da Marx tra forze produttive e rapporti di produzione – ma anche di quella che O’Connor ha chiamato, e che Löwy fa propria, la sua seconda contraddizione, ossia quella «tra le forze produttive e le condizioni di produzione», tanto da aver trasformato le forze produttive in forze distruttive. Pertanto, la convergenza tra «rossi» e «verdi» «è possibile solo a condizione che i marxisti sottopongano a un’analisi critica la loro concezione tradizionale delle ‘forze produttive’ e che gli ecologisti rompano con l’illusione di una ‘economia di mercato’ pulita».

LA SINTESI tra la consapevolezza dei pericoli che minacciano il pianeta e la critica sistemica dell’estrattivismo capitalista è, per Löwy, un «comunismo solare» capace di smarcarsi al contempo dall’«oligarchia fossile», dalle «misure cosmetiche» dei summit internazionali, dal miraggio di poter «‘ecologizzare’ il capitalismo» e dal vagheggiamento di improbabili soluzioni tecnologiche. In questo senso, l’ecosocialismo è rivoluzionario, in quanto «mira non solo a una nuova società. A un nuovo modo di produzione, ma anche a un nuovo paradigma di civiltà»: peccato che Löwy non trovi posto in questo nuovo paradigma per una presa di congedo dall’antropocentrismo e per una rinnovata alleanza con i non umani.

LÖWY NON SI FERMA agli enunciati di principio e fissa i punti necessari per la realizzazione del suo progetto: subordinazione del «valore di scambio al valore d’uso», «proprietà collettiva dei mezzi di produzione» e «pianificazione democratica» basata sui bisogni sociali autentici e sulla sostenibilità ecologica. Giungendo in tal modo a tratteggiare un’ecopolitica del conflitto che, data l’urgenza, deve iniziare qui e ora e che non deve disdegnare «le vittorie parziali», in quanto «utili di per sé» e in quanto «contribuiscono a una presa di coscienza» collettiva.

DI FRONTE ALL’AUT AUT socialismo o barbarie, Löwy prende posizione intrecciando Benjamin, perché la rivoluzione è un freno di emergenza, Jonas e Bloch, perché «senza il ‘principio responsabilità’, l’utopia non può che essere distruttiva, e senza il ‘principio speranza’, la responsabilità non è che un’illusione conformista» e Brecht, perché «chi lotta può perdere», ma «chi non lotta ha già perso».